Cagliari, 26/27 Gennaio 2001
Cagliari, 26/27 Gennaio 2001
I live in Italy with my wife, our two daughters and a cat called Shiwon. I'm a teacher and a lawyer. I like reading and writing. My best items are for fiction, poetry and theatre. I'm a great dreamer though I'm not young anymore (anagraphically at least). I also like movies such as spy stories and action's movies. One of my best are English 007's movies.
E' un film sulla fede la storia che il regista e sceneggiatore Tiziano Pillitu ci racconta sulla vita di Fra' Nicola da Gesturi al secolo Giovanni Medda.
Il percorso di questa a fede è quello di un bambino, e poi di un ragazzo, troppo piccolo per perdere entrambi i suoi genitori, ambientato in una Sardegna rurale che parte dal 1886, quando il futuro Beato Nicola, a soli quattro anni vede morire suo padre, e si snoda poi sino al 1958, quando il frate del silenzio, come veniva chiamato l'umile questuante francescano, muore in odore di santità.
La tecnica narrativa prescelta e' quella della ricostruzione, affidata a un sacerdote che si avvale, per rappresentare allo spettatore la vita del religioso francescano, di un consulente davvero speciale: fra Lorenzo da Sardara, un'altra perla di quella splendida collana di santità che il Santuario francescano di Cagliari ha cominciato a inanellare con il Santo Ignazio da Laconi, nato e vissuto quando ancora la Sardegna era immersa nella cattolicità spagnola, che una profonda impronta ha lasciato nella nostra isola, come possiamo ammirare tuttora nella settimana santa che prelude alla Festa della Resurrezione del Cristo Salvatore, vincitore sulla morte.
Ma il fraticello di Gesturi era troppo umile e non avrebbe voluto essere paragonato a nulla di celebrativo e spettacolare.
E la scelta del regista rispetta questa cifra esistenziale tipica del nostro amato fra Nicola: l'umiltà, che nel suo caso si esprime soprattutto nel silenzio.
Il film è impregnato di primi piani, su volti autenticamente sardi che ricordano certe sequenze silenziose del vangelo cinematografico pasoliniano e forse ance di più del Gesù di Zeffirelli.
E la figura del Cristo non poteva certo essere assente in una pellicola in cui il protagonista parla, nel suo modo affascinante e silenzioso, quasi esclusivamente con il fondatore della fede cristiana, il Dio che ha preso forme umane per rilanciare la vita dell'umanità verso l'amore, cercando di distoglierla dalla sete di potere e di prevaricazione. Missione non ancora del tutto compiuta, come stiamo constatando in questi pazzi cinque e passa lustri di inizio secolo.
"Voglio servire Cristo" dice il giovane e futuro fra Nicola, ancora nei panni di Giovanni Medda. E ripeterà la stessa frase davanti al Superiore del Convento dove inizierà il suo noviziato, all'età di ventinove anni: un percorso iniziato da cuoco poco apprezzato e concluso dopo 34 anni di vita questuante per le strade e i sentieri della Sardegna e soprattutto della città di Cagliari.
Dicevamo della Sardegna e della Spagna, alla cui tradizione religiosa il regista ci rimanda, attraverso ls figura di santa Teresa d'Avila, una figura per cui il frate da Gesturi provava una profonda devozione.
Ma sono i continui rimandi alla Passione di Cristo, che il regista fa rivivere a Fra Nicola, nelle sue ricorrenti estasi, quelli che connotano il percorso mistico del fraticello futuro Beato e presto, auspichiamo tutti, perfino santo
La pellicola dura due ore e sono due ore spese bene, che richiamano lo spettatore al valore del silenzio, nello scorrere lento e calmo del tempo, finalmente avulsi dai rumori della modernità che, dopo millenni di silenzio, ormai ci avvolgono e ci travolgono quotidianamente, fra auto e aerei rumorosi, altoparlanti e discoteche, sfoghi isterici, radio d televisioni dove troneggia l'urlo sguaiato e aggressivo.
Con la tecnica dei continui flashback il regista chiude il cerchio della narrazione, iniziando con un Fra' Nicola ormai alla fine dei suoi giorni terreni e concludendola con lui che sogno la morte in croce di Gesù, che in aramaico pronuncia le fatidiche parole "Eloì, Eloì, lemà sabactàni", interloquendo, sempre nella sua antica lingua nativa, l'Aramaico, con i due ladroni crocifissi a lato.
Un film che merita di essere diffuso e visto in tutto il mondo cattolico, ma anche proposto all'attenzione di altre fedi religiose, per il suo contenuto di valori universali, quali l'amore, la pace, la povertà, l'altruismo, il silenzio.
Un plauso va agli attori, tutto o quasi tutti non professionisti, con particolare riferimento alle interpretazioni di Graziano Sanna, un fra' Nicola questuante davvero convincente, e alla memoria di Giampaolo Loddo, un fra' Nicola maturo e morente veramente superlativo.
Riconoscimenti: Dipinto di Fra' Nicola opera del pittore Nino Stagi in frontespizio; foto centrale dell'autore con l'attore Graziano Sanna, nelle vesti di Fra Nicola e il regista Tiziano Pillitu.
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C'era una volta Fantozzi; poi vennero Carlo Verdone e il cine panettone e, a seguire, venne Pieraccioni.
Adesso è il momento di Checco Zalone. Tutti sulla scia dei grandi maestri della comicità italiana: Totò, Macario e Alberto Sordi.
A ben vedere, però, la maschera è sempre una: la maschera dell'italiano medio.
Qualcuno ha scritto che queste maschere fanno ridere perché noi ci specchiamo in esse, scaricandogli addosso tutti i difetti e le colpe che abbiamo dentro, esorcizzando così le nostre paure. In pratica l'italiano medio si riconoscerebbe in pieno in queste maschere, ma in maniera inconscia. Anche qui rifiutando di assumersi la responsabilità per ciò che in realtà è.
La peculiare genialità comica di Zalone, in questo e in altri suoi film, consiste proprio nella proiezione del nostro dna identitario nelle sue caricature cinematografiche.
La storia ruota attorno a una ragazza sedicenne, Cristal, interpretata dalla convincente Letizia Arnò, figlia di genitori separati, che a un certo punto decide di trovare se stessa intraprendendo il Cammino di Santiago (il Beun Camino per l'appunto).
I genitori di Cristal sono lo stesso Zalone, la caricatura di un ricco pacchiano e probabile più nei sogni del sottoproletariato urbano che nella realtà, e Linda, interpretata da Martina Colombari, che divide la sua nuova vita con Tarek, un palestinese italianizzato che fa il regista e lo scrittore di professione.
Cristal però è minorenne e avvia il suo percorso spirituale senza dire niente alla madre e al patrigno palestinese con i quali vive.
Papà Zalone, lascia così la sua villa extra lusso in Sardegna e la sua fidanzata bugiarda, fedifraga e finta venticinquenne, innamorata soltanto dei soldi del cinquantenne spaccone, e si mette al passo della figlia, lungo la via di Santiago de Compostela. Lungo il cammino si innamorerà di una quarantenne, interpretata da Beatriz Arjona che, prima di farsi suora, compie il miracolo di riportare padre e figlia, entrambi sulla via del ravvedimento e della riappacificazione.
Cosa rimane infatti di questa pellicola, al netto del suo parossismo e delle sue esagerazioni?
Prendiamo il personaggio principale: Zalone, che ha scelto di mantenere il suo vero nome nella storia inventata. Toglietegli i soldi del padre, che egli spende e spande a largo giro, con la disinvolta spacconeria di un qualsivoglia parvenu di città o di provincia, sia che abbia fatto i soldi vincendo qualche lotteria o avviando qualche fortunata attività imprenditoriale; levategli i soldi, dicevo, e cosa rimane?
Rimane il maschio italiano, all'eterna ricerca di apparire ricco e giovane, alla ricerca dell'avventura facile , a bordo di auto vistose e rumorose (ma quanto strada ha fatto l'italiano medio, pensando al Gassman del Sorpasso?)
Rimane il padre immaturo, superficiale e impreparato.
***
Ma viene da chiedersi: ma un uomo così, se non avesse i soldi del padre, come affronterebbe, nella realtà di ogni giorno, la situazione? Come reagirebbe all'intromissione del compagno della sua ex moglie, nelle vicende che riguardano sua figlia Cristal? La risposta è facile trovarla nelle cronache nere di tutte le provincie italiane.
Certamente rimane anche lo smarrimento dei genitori di fronte alle insicurezze dei figli.
Sullo sfondo, sicuramente anche per merito del regista Gennaro Nunziante, rimangono la ricerca e il valore della spiritualità, cui tutti quanti abbiamo superficialmente rinunciato, ammaliati dal consumismo esasperato di una civiltà basata sul materialismo, e un ritorno ai valori di una società preindustriale, fatta di ritmi che procedevano a passi lenti e meditati, come impone ai nostri personaggi pellegrinanti il Buen Camino di Santiago de Compostela.
Un ultimo argomento, ma non per questo meno importante, riguarda la salute del protagonista. Soltanto l'attenzione e l'amore di sua figlia che si accorge per tempo, riesce ad aprigli gli occhi prima che sia troppo tardi. Molti giovani pensano che il tumore alla prostata riguardi solo gli anziani (lui ha 50anni) e tra le righe, fra una risata e l'altra, ci ho visto un messaggio di prevenzione . La canzoncina finale la dice tutta.
Per dirla con Ennio Flaiano: la situazione è grave ma non è seria.
O se preferite; ridiamo per non piangere.
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