1.27.2026

Parli chi sa- Dedicato alla Shoah

 



Se c’è qualcuno che sa, parli!

Dica perché la Madre

è stata strappata al Figlio…

E il fratello al fratello….



E perché bambini senza colpa?

E vecchi senza tempo?

Perché?



Io, li vedo ancora,

in spirito e corpo

fluttuare attraverso i comignoli

e salutarci, con un sorriso pietoso.



Io, odo ancora latrati e voci

che radunano,

spaventano,

disperdono,

recidono legami e affetti

che non vedremo mai più.



Io

sento

la vergogna di essere uomo!

E la paura di vivere e di amare!



Ma perché,

se perfino Gesù Cristo, dalla Croce,

ci aveva già perdonati!

Perché? Perché?



Parlate, voi che potete! Voi che sapete!

Parlate!



Io prometto che parlerò…



Per non dimenticare.

 

                                                                       Cagliari, 26/27 Gennaio 2001

                                                

1.23.2026

Frate Silenzio - Recensione del film sul Beato Fra' Nicola da Gesturi

 


E' un film sulla fede la storia che il regista e sceneggiatore Tiziano Pillitu ci racconta sulla vita di Fra' Nicola da Gesturi al secolo Giovanni Medda.

 Il percorso di questa a fede è quello di un bambino, e poi di un ragazzo,   troppo piccolo per perdere entrambi i suoi genitori, ambientato in una Sardegna rurale che parte dal 1886, quando il futuro Beato Nicola, a soli quattro anni vede morire suo padre,   e si snoda poi sino al 1958, quando il frate del silenzio, come veniva chiamato l'umile questuante francescano, muore in odore di santità. 

La tecnica narrativa prescelta e' quella della ricostruzione, affidata a un sacerdote che si avvale, per rappresentare allo spettatore la vita del religioso francescano, di un consulente davvero speciale: fra Lorenzo da Sardara, un'altra perla di quella splendida collana di santità che il Santuario francescano di Cagliari ha cominciato a inanellare con il Santo Ignazio da Laconi, nato e vissuto quando ancora la Sardegna era immersa nella cattolicità spagnola,  che una profonda impronta ha lasciato nella nostra isola, come possiamo ammirare tuttora nella settimana santa che prelude alla Festa della Resurrezione del Cristo Salvatore, vincitore sulla morte.

Ma il fraticello di Gesturi era troppo umile e non avrebbe voluto   essere paragonato a nulla di celebrativo e spettacolare.

 E la scelta del regista rispetta questa cifra esistenziale tipica del nostro amato fra Nicola: l'umiltà,  che nel suo caso si esprime soprattutto nel silenzio. 

Il film è impregnato di primi piani, su volti autenticamente sardi che ricordano certe sequenze silenziose del vangelo cinematografico pasoliniano e forse ance di più del Gesù di Zeffirelli. 

E la figura del Cristo non poteva certo essere assente in una pellicola in cui il protagonista parla, nel suo modo affascinante e silenzioso,  quasi esclusivamente con il fondatore della fede cristiana, il Dio che ha preso forme umane per rilanciare la vita dell'umanità verso l'amore, cercando di distoglierla dalla sete di potere e di prevaricazione. Missione non ancora del tutto compiuta, come stiamo constatando in questi pazzi cinque e passa lustri di inizio secolo. 

"Voglio servire Cristo" dice il giovane e futuro fra Nicola, ancora nei panni di Giovanni Medda. E   ripeterà la stessa frase davanti al Superiore del Convento dove inizierà il suo noviziato, all'età di ventinove anni: un percorso iniziato da cuoco poco apprezzato e concluso dopo 34 anni di vita questuante per le strade e i sentieri della Sardegna e soprattutto della città di Cagliari. 

 


Dicevamo della Sardegna e della Spagna, alla cui tradizione religiosa il regista ci rimanda, attraverso ls figura di santa Teresa d'Avila, una figura per cui il frate da Gesturi provava una profonda devozione. 

Ma sono i continui rimandi alla Passione di Cristo, che il regista fa rivivere a Fra Nicola,  nelle sue ricorrenti estasi, quelli che connotano il percorso mistico  del fraticello futuro Beato e presto, auspichiamo tutti, perfino santo 

La pellicola dura due ore e sono due ore spese bene, che richiamano lo spettatore al valore del  silenzio, nello scorrere lento e calmo del tempo, finalmente avulsi dai rumori della modernità che, dopo millenni di silenzio, ormai ci avvolgono e ci travolgono quotidianamente, fra auto e aerei rumorosi, altoparlanti e discoteche, sfoghi isterici, radio d televisioni dove troneggia l'urlo sguaiato e aggressivo. 

Con la tecnica dei continui flashback il regista chiude il cerchio della narrazione, iniziando con un Fra' Nicola ormai alla fine dei suoi giorni terreni e concludendola con lui che sogno la morte in croce di Gesù, che in aramaico pronuncia le fatidiche parole "Eloì, Eloì, lemà sabactàni", interloquendo, sempre nella sua antica lingua nativa, l'Aramaico, con i due ladroni crocifissi a  lato.

Un film che merita di essere diffuso e visto in tutto il mondo cattolico, ma anche proposto all'attenzione di altre fedi religiose, per il suo contenuto di valori universali, quali l'amore, la pace, la povertà, l'altruismo, il silenzio.

Un plauso va agli attori, tutto o quasi tutti non professionisti, con particolare riferimento alle interpretazioni di Graziano Sanna, un fra' Nicola questuante davvero convincente, e alla memoria di Giampaolo Loddo, un fra' Nicola maturo e morente veramente superlativo.

Riconoscimenti: Dipinto di Fra' Nicola opera del pittore Nino Stagi in frontespizio; foto centrale dell'autore con l'attore Graziano Sanna, nelle vesti di Fra Nicola e il regista Tiziano Pillitu.

1.17.2026

Ignazio Salvatore Basile "Miglior Autore Regionale" per la Sardegna 2026

 


Onorato ringrazio gli Organizzatori del Premio Nazionale "Ossi di Seppia" che per la seconda volta consecutiva mi ha inteso premiare con l'ambito riconoscimento di "Miglior Autore Regionale" per la Sardegna.

1.07.2026

Ridere per non piangere - Recensione del film Buen Camino di Zalone

 


C'era una volta Fantozzi; poi vennero Carlo Verdone e  il cine panettone e, a seguire, venne Pieraccioni. 
Adesso è il momento di Checco Zalone. Tutti sulla scia dei grandi maestri della comicità italiana: Totò, Macario e Alberto Sordi.

A ben vedere, però,  la maschera è sempre una: la maschera dell'italiano medio. 

Qualcuno ha scritto che queste maschere fanno ridere perché noi ci specchiamo in esse, scaricandogli addosso  tutti i difetti e  le colpe  che abbiamo dentro, esorcizzando così le nostre paure. In pratica l'italiano medio si riconoscerebbe in pieno in queste maschere, ma in maniera inconscia. Anche qui rifiutando di assumersi la responsabilità per ciò che in realtà è. 

La peculiare genialità comica di Zalone, in questo e in altri suoi film, consiste proprio nella proiezione del nostro dna identitario nelle sue caricature cinematografiche.

La storia ruota attorno a una ragazza sedicenne, Cristal, interpretata dalla convincente  Letizia Arnò, figlia di genitori separati, che a un certo punto decide di trovare se stessa intraprendendo il Cammino di Santiago (il Beun Camino per l'appunto).

 I genitori di Cristal sono lo stesso Zalone, la caricatura di un ricco pacchiano e probabile più nei sogni del sottoproletariato urbano che nella realtà,  e Linda, interpretata da Martina Colombari, che divide la sua nuova vita con Tarek, un palestinese italianizzato che fa il regista e lo scrittore di professione. 

Cristal però è minorenne e avvia il suo percorso spirituale senza dire niente alla madre e al patrigno palestinese con i quali vive. 

Papà Zalone, lascia così la sua villa extra lusso in Sardegna e la sua fidanzata bugiarda, fedifraga e finta venticinquenne, innamorata soltanto dei soldi del cinquantenne spaccone, e si mette al passo della figlia, lungo la via di Santiago de Compostela. Lungo il cammino si innamorerà di una quarantenne, interpretata  da Beatriz Arjona  che, prima di farsi suora, compie il miracolo di riportare padre e figlia, entrambi sulla via del ravvedimento e della riappacificazione. 

Cosa rimane infatti di questa pellicola, al netto del suo parossismo e delle sue esagerazioni?

Prendiamo il personaggio principale: Zalone, che ha scelto di mantenere il suo vero nome nella storia inventata. Toglietegli i soldi del padre,  che egli spende e spande a largo giro,  con la disinvolta spacconeria di un qualsivoglia parvenu di città o di provincia, sia che abbia fatto i soldi vincendo qualche lotteria o avviando qualche fortunata attività imprenditoriale; levategli i soldi, dicevo, e cosa rimane?

Rimane il maschio italiano, all'eterna ricerca di apparire ricco e giovane, alla ricerca dell'avventura facile , a bordo di auto vistose e rumorose (ma quanto strada ha fatto l'italiano medio, pensando al Gassman del Sorpasso?)

Rimane il padre immaturo, superficiale e impreparato. 

***

Ma  viene da chiedersi: ma un uomo così, se non avesse i soldi del padre, come affronterebbe, nella realtà di ogni giorno,  la situazione? Come reagirebbe all'intromissione del compagno della sua ex moglie, nelle vicende che riguardano sua figlia Cristal? La risposta è facile trovarla nelle cronache nere di tutte le provincie italiane.

Certamente rimane anche  lo smarrimento dei genitori di fronte alle insicurezze dei figli. 

Sullo sfondo, sicuramente anche per merito del regista Gennaro Nunziante, rimangono  la ricerca e il valore della spiritualità, cui tutti quanti abbiamo superficialmente rinunciato, ammaliati  dal consumismo  esasperato di una civiltà basata sul materialismo, e un ritorno ai valori di una società preindustriale, fatta di ritmi che procedevano a passi lenti e meditati, come impone ai nostri personaggi pellegrinanti  il Buen Camino di Santiago de Compostela. 

Un ultimo argomento, ma non per questo meno importante, riguarda la salute del protagonista. Soltanto l'attenzione e l'amore di  sua figlia che si accorge per tempo, riesce ad aprigli gli occhi prima che sia troppo tardi. Molti giovani pensano che il tumore alla prostata riguardi solo gli anziani (lui ha 50anni) e tra le righe, fra una risata e l'altra, ci ho visto un messaggio di prevenzione .   La canzoncina finale la dice tutta.

Per dirla con Ennio Flaiano: la situazione è grave ma non è seria.

O se preferite; ridiamo per non piangere.

1.01.2026

La rivincita della Musica

 



Dicono che tutti i mari siano collegati tra loro attraverso oceani e stretti, formando un unico sistema marino globale. E quindi, grazie al Canale di Suez, la Sardegna e il Mediterraneo sono  oggi collegati  artificialmente al Mar Rosso e quindi all Golfo Persico, nella cui costa occidentale, di fronte alla Persia, brilla la stella di Doha.
 
Ma se qualcuno avesse assistito al concerto di fine anno, organizzato il 31 dicembre 2025 dal Sardinia Opera del  Teatro Lirico  di Cagliari, non avrebbe avuto bisogno di sforzarsi a ricercare questi collegamenti geografici, che pure esistono, poiché i mari e gli oceani, costituiscono, attraverso le correnti, un unico bacino idrografico.
 
Ma nel Teatro civico di Cagliari, ieri sera, quando la Sardegna ha incontrato il Qatar, erano altre le correnti che si avvertivano in sala e che,  in alcuni magici istanti, hanno collegato i due mari: quello sardo mediterraneo e quello persico di Doha.
 
Queste correnti musicali hanno attraversato l'animo dei numerosi spettatori presenti, creando un'atmosfera musicale di fratellanza.
 
Così è accaduto che le percussioni dell'Ensemble Qatarino "Fijiri", due Darbuka e un Davul, si siano fusi alla perfezione con gli strumenti dell'orchestra del Lirico, composto di fiati, legni, ottoni, pianoforte e altre percussioni e ancor di più con le voci del Coro.
 
Chi era presente ha potuto avvertire delle sensazioni forti. Sembrava che quei suoni, nel loro insieme, richiamassero l'umanità a una fusione spirituale universale, che seppure troppo spesso rifiutata dalla ristretta visione dei politici e dei potenti del mondo, ha trovato tuttavia nella musica il proprio spirito guida.
 
E' innegabile che  anche le pietre sonore, magistralmente suonate dalla figlia del suo creatore Pinuccio Sciola e dal pianista Andrea Granitzio, abbiano saputo intercettare queste correnti musicali, che elevandosi nell'ampio spazio teatrale, hanno messo in comunicazione lo spirito dei presenti.
Personalmente ho sentito i ritmi che i musicisti davano ai pescatori di perle del Qatar. E ho percepito gli stessi suoni che riecheggiano nel nostro mar mediterraneo dal Marocco e dagli altri paesi che nel nostro mare si affacciano e che costituiscono un'entità culturale unica, dal punto di vista musicale, tale da comprendere tutti i paesi di tradizione araba, sin oltre la penisola arabica. E la Sardegna, che nel Mediterraneo troneggia da millenni, irradia tutt'attorno la sua musica, i suoi suoni, anche attraverso le pietre sonore di Pinuccio Sciola. Una sinfonia di suoni mediterranei che sarebbe sicuramente piaciuta a Fabrizio De André, convinto com'era che il mediterraneo costituisse un bacino unico di cultura e di suoni.
 
Anche il Gavino Murgia Quintet ha partecipato a questa sinfonia universale dei suoni, nel canto dei due mari, con i loro brani, magistralmente eseguiti, che nella forma musicale del jazz, richiamavano, a tratti,  il migliore Frank Zappa, nelle sue più ardite sperimentazioni, ma anche altri musicisti, più puri nella loro estrazione jazzistica, come Davis, Coltrane, e ancor di più Metheny, Di Meola e Mc Laughlin.
 
L'apice della serata, a parer mio, si è toccato con l'esecuzione di alcuni brani di Dana Al Fardan, tratti dall'album "Tempest", sapientemente arrangiati  nell'orchestrazione da Joris Laenen e per la parte corale dal maestro Giovanni Pasini, che ha diretto con autorevolezza e precisione l'orchestra, il coro (per l'occasione preparato dal maestro Riccardo Pinna)  e tutti gli altri musicisti presenti.
 
Un plauso speciale lo merita la violinista Anna Tifu (che porta avanti l'eredità musicale di Enzo Bosso), il pianista Andrea Granitzio e Gavino Murgia, con il suo impareggiabile sax.

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La perla finale, come sottolineato anche dal direttore Pasini, è stata l'esecuzione canora di Alice Marras che si è cimentata in "Andimironnai",  un brano tradizionale sardo, accompagnata dalla violinista di fama internazionale Anna Tifu al violino, da Gavino Murgia al sax solista, da Daniele Russo alla batteria solista e ancora dalla pietre sonore di Maria Sciola, che non ha fatto rimpiangere i triti e ritriti finali dei più classici tra i concerti di fine anno.
 
Un esperimento riuscito quindi, sia sul piano culturale, sia su quello più squisitamente musicale. Un auspicio per un futuro di pace e fratellanza, attraverso la musica.
 
Un elogio va in questo senso al sovrintendente Andrea Cigni che ha avuto il coraggio di rompere con la tradizione senza dimenticarsi che la buona musica va comunque veicolata con le giuste professionalità.

Parli chi sa- Dedicato alla Shoah

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