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Capitolo
Primo
La
primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli
ultimi vent’anni.
Tutti i ferraresi, a memoria d’uomo, non
ricordavano di aver visto il Po ghiacciato prima di allora, quando il vice
legato Pasini Frassoni scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi
collaboratori, per inviarlo a Roma dal cardinale Garzia Mellini. Intendeva
informare immediatamente di quanto le
spie locali della Congregazione gli avevano riportato.
«Mi
avete fatto chiamare eccellenza?», chiese don Giuseppe Canaselli, dopo che ebbe
udito la voce del suo superiore invitarlo ad entrare.
«Certo,
certo, vieni avanti», disse il vice legato sollevando gli occhi dalle carte che
stava esaminando.
Il
giovane prelato si avvicinò timidamente al tavolo da lavoro dell’importante
delegato. Lo aveva scelto come suo secondo segretario per la sua discrezione,
che sconfinava nella timidezza, ma soprattutto per la sua prodigiosa memoria,
che lo aveva colpito al tempo in cui era stato suo insegnante di greco e
latino.
«Siediti»,
gli disse indicandogli una delle sedie che stavano davanti a lui. «Vuoi bere
qualcosa?», aggiunse dopo che il giovane si fu seduto sul bordo della sedia,
con gli occhi bassi sulle mani che aveva posato in grembo.
«No,
grazie, eccellenza. Io non bevo».
E
infatti il suo incarnato era alquanto pallido, e forse anche quella sua vocina,
così acuta, quasi acerba, si irrobustirebbe, incrementando i piaceri del bere,
pensò il vice legato pontificio.
Si lisciò prima il mento e poi la gola, sin
dove il colletto rigido dell’abito talare glielo permisero. Ma in effetti la
nostra Chiesa si regge sui sacrifici e sulla rettitudine di questi giovani,
pensò ancora con cuore grato l’alto prelato. Poi intrecciò le mani grassocce
sul prominente girovita.
«Sei
mai stato a Roma?», chiese abbandonandosi nella sua comoda poltrona.
«Una
volta, da ragazzo, accompagnai mio padre e mio zio che si recavano da un ricco
committente per una pala d’altare».
Ricordava
che il giovane discendeva da una famiglia di rinomati pittori. Ma la sua
intelligenza e la sua natura riflessiva lo avevano attratto nell’orbita della Madre
Chiesa; tanto più che la bottega dei parenti pittori era stata riempita a
sufficienza con i fratelli e i cugini nati prima di lui.
«E
la strada te la ricordi?»
«Non
tanto per la verità. Ricordo però che si partì più o meno in questa stagione.
In altri periodi dell’anno le strade dissestate rallentano di parecchio
l’andatura delle carrozze».
«Ho
un’importante ambasciata per te; da portare a Roma, e da riferire personalmente
al cardinale Giovanni Garzia Mellini. Te la senti?»
«Comandate
pure eccellenza», disse sempre con gli occhi bassi il giovane chierico.
«Benissimo.
Ho già organizzato tutto. Partirai quanto prima, da solo e nella massima
discrezione. Godrai della scorta di due delle guardie del presidio. Il mio
vetturino sa tutto ed è a tua disposizione. Prima di partire presentati qui da
me. Ti darò, a voce, le informazioni da trasmettere a sua eminenza, insieme a
una lettera di presentazione e a un fondo spese.»
Don
Giuseppe Canaselli capì che il dialogo era concluso e si ritirò con un inchino
di timida ma ossequiosa riverenza.
Originario
di una famiglia che vantava in passato ricche ascendenze, ma al presente, scarsi
mezzi economici e finanziari, il vice legato Pasini Frassoni aveva studiato
grazie al generoso interessamento di uno zio materno, pervenendo al grado di
Consigliere della Segnatura Apostolica. Giunto
lì si era reso conto che l’ascesa al potere vero era per lui troppo ardua.
Entrato nelle grazie del potente cardinale Garzia Mellini, era stato nominato
vice legato a Ferrara, ma la sua ambizione lo faceva puntare molto più in alto.
Intanto
approfittava di ogni buona occasione per incrementare il patrimonio che i suoi avi
avevano dissolto per incapacità e per sfortuna.
Appena
fu uscito il suo collaboratore, il vice legato si concentrò di nuovo sulle
carte che aveva davanti.
Le
spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, lo avevano informato
che Pietro Marino De Regis, noto il Carminate, con la complicità di altri
membri dell’Accademia degli Increduli, stava scrivendo un libro che
propagandava le idee rivoluzionarie diffuse da Copernico nel libro
proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium”, messo all’Indice sin dal
1616.
L’alto
prelato, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato
da papa Gregorio XV come successore di Pietro Aldobrandini, per fare
le sue veci a Ferrara, rileggendo quei rapporti, ripensò al suo piano di
azione per capire quali altre mosse e quali altri accorgimenti fossero necessari.
In
primis era d’obbligo mettersi in contatto con il suo diretto superiore, perché
il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi
non voleva rischiare che l’importante notizia gli arrivasse da altri.
In
secundis egli voleva sapere da Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma
così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva
inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla
salute precaria di papa Ludovisi.
Una
sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento
nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in
prospettiva, anche una investitura da porporato.
Infine, nella peggiore delle ipotesi, se fosse
riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella
confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e
del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole,
in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà
limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi
d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.
E
a inizio giugno don Giuseppe Canaselli era già di ritorno. Il suo imminente
rientro, secondo le istruzioni ricevute, era stato preannunciato da una delle
due guardie di scorta. Il vice legato, desideroso di ricevere le novità da
Roma, lo attese nell’ampio cortile della legazione, dove la sua carrozza di
rappresentanza fece il suo ingresso poco prima di mezzogiorno.
«Bentornato,
carissimo don Giuseppe. Tutto bene?» lo salutò il porporato appena il
vetturino, sceso con un balzo dalla sua postazione, gli ebbe aperto la portiera
della carrozza.
«Suppongo
che ti voglia rinfrescare e riposare un poco prima di riferirmi le disposizioni
di sua eminenza?» riprese il vice legato, dopo le poche parole di assenso, di
ringraziamento e di saluti che il subordinato gli rivolse in risposta al suo
benvenuto.
Pasini
Frassoni notò il pallore del suo emissario e lo attribuì alla stanchezza del
viaggio, anche se in realtà faceva parte della sua normale costituzione.
«No,
eccellenza, non c’è bisogno. Mi riposerò meglio dopo avervi relazionato sulla
missione» disse il giovane segretario nel suo consueto tono dimesso.
«Benissimo»
assentì il suo superiore, che non aspettava altro. «Però avviamoci verso il
parco, così ti sgranchirai un poco le gambe» aggiunse avviandosi verso il
sentiero alberato che conduceva nella vasta area boscosa che circondava
l’edificio, dopo avere licenziato con un gesto il vetturino e la guardia.
La
giornata era luminosa e calda. Il fresco del parco era l’ideale, lontano da
orecchie indiscrete, per ascoltare l’ambasciata riservata del suo superiore
romano.
Il
giovane sacerdote non aveva riportato delle istruzioni scritte. Già da questo
il vice legato capì che il contenuto delle informazioni doveva essere di
importanza estrema. Doveva trattarsi inoltre di questioni riservatissime, dato
che le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano
solitamente per iscritto.
«Con
riguardo al grave problema dell’eretica condotta dell’orafo poeta De Regis, il
cardinale informa vostra eccellenza che dovrà giungere a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo
spagnolo, specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici. Sua Eminenza conta su di voi per fornire al
militare ispanico tutti i mezzi necessari per espletare il suo incarico, senza
che mai, per alcun motivo, debba figurare il suo nome».
Grazie
alla sua memoria prodigiosa (affinatasi nello studio dei classici e della
grammatica della lingua greca in particolare), il giovane prete poté riferire
al vice legato, che lo incalzava con canonica premura, per filo e per segno, tutti
i dettagli e le minuziose sfaccettature dell’udienza riservata che il cardinale
gli aveva concesso e che andavano riferite al vice legato tali e quali.
Insieme
alle istruzioni del cardinale, il giovane prelato riportò la notizia che le
condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici
di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi
elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre
che precedevano il Conclave ormai imminente.
Dal contenuto delle istruzioni Pasini Frassoni
ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della
Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non
escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche
qualche voto dalla Francia).
A
maggior ragione occorreva che il cardinale Mellini, tra i papabili in corsa per
il soglio pontificio, agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste
informazioni, sia le dettagliate istruzioni che riguardavano il caso gravissimo
della Nuova Accademia degli Increduli, andavano gestite nel migliore dei modi.
Ma
ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo
Barberini al soglio pontifico, con il nome di Urbano VIII, dell’hidalgo
spagnolo preannunciato, Pasini Frassoni
non aveva visto neppure l’ombra.
Non
poteva certo sapere che don Pedro Domingo Mendoza Martinez, accompagnato dal
suo fido Tenoch Titancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J., sarebbe giunto a Ferrara soltanto a settembre dell’anno 1623
già inoltrato.



