domenica 20 gennaio 2019

Memorie di scuola



Memorie di scuola
Ricordi di uno scolaro senza tempo dalle elementari alla cattedra, passando per le scuole medie, l’università e per le  molte altre scuole della vita
di ignazio salvatore basile
Parte Prima
Premessa
Alzi la mano chi non ricorda con gioia un suo ultimo giorno di scuola!!! Magari soltanto uno particolare, alle elementari, alle scuole medie inferiori oppure alle superiori, che si chiudevano con il famigerato, temuto esame di maturità (oggi si chiama esame di stato, ma sempre quello è)!
Come studente io ne ricordo diversi. Tutti sono ammantati da un velo di malinconia. In fondo a scuola ci stavo bene. I maestri (ma un anno ho avuto anche una maestra, in quarta elementare, si chiamava maestra Soro) mi volevano bene.
 In seconda media  ho cambiato tre  scuole; il mio anno si concluse in una scuola siciliana; il mio compagno di banco, un ragazzone di nome Armando figlio di emigrati  rientrati dall’Argentina, si sorprese nel vedere nei tabelloni, non tanto il suo nome tra i bocciati, quanto piuttosto il mio tra i promossi.
Ci avevano sistemato all’ultimo banco: io dalla Sardegna, lui dall’Argentina; in qualche modo eravamo entrambi di ritorno: io, figlio di un siciliano nostalgico, lui figlio di siciliani forse stanchi di parlare castigliano in quelle sterminate pampas sudamericane. A quel tempo recuperi e svantaggi non erano presi in considerazione. Chi seguiva bene, chi non seguiva veniva bocciato. Ma io ero troppo orgoglioso per farmi bocciare. Avevo le mie mosse segrete, i miei guizzi, le mie intuizioni, il mio spirito di sopravvivenza che mi guidava,  a scuola,  come fuori; per i miei compagni siciliani ero “u sardignolu” anche se portavo un cognome siciliano; e il mio accento ed il mio orgoglio erano palesemente sardi, pur se il mio DNA era avvolto anche in spire normanne, o forse arabe, o chissà, persino spagnole o napoletane. Non credo faccia molta differenza sul piano biologico.
Mi rendo conto di aver divagato, sulle ali della memoria; forse sto invecchiando.
Quest’anno sto per restituire il mio trentunesimo registro del professore (più o meno; il conto preciso degli anni di insegnamento preferisco farlo in prossimità della pensione; traguardo che la riforma Fornero, sembra avere spostato irrimediabilmente in avanti; staremo a vedere). Certamente rilevo una fondamentale differenza tra l’ultimo giorno di scuola da studente e quello da insegnante.
Nel primo caso, come dicevo, prevaleva la malinconia, lo smarrimento, la prospettiva dei giorni estivi, lunghi e solitari (ma perché da adolescenti non si capisce il grande valore del tempo? Naturalmente sto parlando solo per me); l’ultimo giorno di scuola da insegnante, insieme ad un senso di liberazione della fatica dell’orario di cattedra, fatto di spiegazioni ed interrogazioni che si susseguono in un turbine di eventi, ha anche il sapore degli scrutini e degli esami di maturità. E l’estate, adesso, dura troppo poco.


Capitolo Primo
1.
Le Elementari
Anno scolastico 1960-1961
I miei ricordi di scuola più lontani son legati a cinque colori. Il primo fiocco, quello della prima elementare, nell’anno scolastico 1960-61, era di colore rosa.
Ricordo anche un grembiule nero con le tasche; dei quaderni dalla copertina nera; un banco di legno a due posti, con il piano inclinato, troppo alto per la maggior parte di noi. In cima al banco, sul bordo superiore, una scanalatura che ospitava, per ogni scolaro,  la stilo e  un foro dal diametro di circa  cinque centimetri dove alloggiava il calamaio con l’inchiostro nero. All’estremità inferiore della stilo un foro  serviva per fissarvi  il pennino. Si intingeva il pennino nel calamaio e si facevano delle pagine di aste, di quadrotti e di circoletti; per giornate intere; in classe e a casa; quaderni interi di aste, cerchietti e quadrotti; poi si passava alle lettere dell’alfabeto: vocali e consonanti; maiuscole e minuscole, in sequenza; quaderni interi: in classe e a casa.
 L’ultimo foglio del quaderno riportava  le tabelline: occorreva mandarle giù a memoria; in classe e a casa: quella del 2, poi quella del 3, quella del 4 e così via. Il mio maestro della prima elementare si chiamava Giorgio Maxia. Era figlio di ricchi possidenti: lui e suo fratello avevano studiato entrambi ed erano divenuti insegnanti grazie al diploma quadriennale delle Scuole Magistrali. Le loro terre le lavoravano i mezzadri (poco più di vent’anni dopo, nel 1982, la legge De Marzi-Cipolla avrebbe abolito quell’istituto giuridico così atavico e forse troppo punitivo per i braccianti senza terra e senza lavoro. Ma a quel  tempo io certe cose non le pensavo nemmeno).
Il mio maestro mi apprezzava molto; me lo dimostrava quando, a fine mattinata,  mi assegnava la  tessera del refettorio scolastico comunale di qualche bambino titolare che fosse risultato assente a scuola. Allora, anziché rientrare a casa, me ne andavo alla mensa comunale: con quella tessera mi spettava un pasto completo: la pastasciutta la saltavo perché sembrava un impasto di colla; se c’era la minestra di riso oppure il minestrone, invece, lo mangiavo volentieri; scartavo anche la fettina, che assomigliava spesso ad  una suola di scarpa e le uova sode, che all’interno si presentavano con  un colore verde-giallo poco rassicurante; neanche il formaggino, a volte striato di verde sotto la confezione, mi attirava. Ciò che mi attirava di più erano certi panetti di marmellata di una nota casa svizzera: delle vere leccornie!!! Quella confezione da sola valeva il mio viaggio alla mensa scolastica.
Quando mi vedeva in piazza, il mio maestro, mi mandava al tabacchino a compragli le sigarette. Fumava le Alfa; sul pacchetto bianco spiccava infatti una lettera Alfa dell’alfabeto greco dal colore rosso. Da grande ho scoperto che quelle sigarette facevano letteralmente schifo,  peggio anche delle Nazionali senza filtro; o forse ero solo viziato dalle Esportazioni con filtro e dalle Diana che scroccavo, di nascosto, a mio padre e ai miei fratelli. Mi dava centocinquanta lire e mi regalava le venti lire di resto. Era il suo modo per dimostrarmi la sua simpatia ed il suo apprezzamento per l’impegno scolastico. Quel ventino dal colore di bronzo mi rendeva felice e correvo subito a comprarmi delle caramelle e un cono di zucchero da dieci lire. Ma se si era a Carnevale allora mi compravo una maschera da cow-boy con l’elastico ai lati (la seconda scelta era la maschera da indiano Sioux) e un pacchetto di coriandoli.
Quando pioveva, la strada per raggiungere la scuola diventava una pozzanghera. I marciapiedi non esistevano ancora al mio paese e le strade, per la maggior parte, non erano asfaltate. Mio padre mi regalò un paio di stivali di gomma affinché non restassi con i piedi bagnati tutta la mattina e non rovinassi le scarpe (che comunque non erano certo le scarpe da passeggio che si usano oggidì).
Ricordo che il Comune distribuiva alle famiglie dei bisognosi delle scarpe. Io mi ritenevo fortunato:  la mia famiglia, pur essendo assai numerosa,  era considerata benestante. Anche se mio padre ripeteva che i veri ricchi erano i proprietari terrieri che risultavano sconosciuti al Fisco e non presentavano neppure la dichiarazione dei redditi. Mio padre era un commerciante; uno di quei grandi uomini che, nel loro piccolo, con inenarrabili sacrifici e tanto lavoro, hanno contribuito a ricostruire l’Italia distrutta dalla guerra. Lui però rimpiangeva la vita militare e i gradi di maresciallo che aveva abbandonato, con  stipendio sicuro, malattia e ferie pagate. Malediceva sempre il governo che, non ho mai capito con quale diabolico stratagemma, lo aveva convinto a cancellarsi dagli albi degli artigiani (lui che aveva le mani d’oro di orologiaio) per convincerlo a divenire un commerciante.
Col senno di poi, capisco però che con quel capitale che aveva immobilizzato nel negozio (tra oreficeria, gioielleria, articoli da regalo, sveglie e orologi) a quei tempi, quando i titoli di stato spuntavano un tasso annuale del 15%, avremmo potuto vivere di rendita. Ma la generazione di mio padre (ed il suo carattere fondamentalmente onesto, unito alla  mentalità biblica del piacere-dovere di guadagnarsi il pane col sudore della fronte) era fatta di una tempra dura, tutta casa e lavoro. Sarebbe stato impensabile mangiare senza lavorare.
Ma il boom covava sotto le ceneri dell’Italia distrutta dalla guerra. L’Italia, in quegli anni, gettava le basi per la crescita enorme che sarebbe passata alla storia con il nome di “boom economico”

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mercoledì 26 dicembre 2018

Memorie di scuola - Volume Secondo



La paga era di 40 sterline la settimana e non era davvero male per otto ore di lavoro, da lunedì a venerdì. Per far quadrare meglio i conti il mio amico e benefattore marchigiano mi suggerì e mi trovò egli stesso una camera ammobiliata, proprio dietro l’angolo del suo negozio, al n. 18 di Keystone Crescent, dove  pagavo 5 sterline la settimana a una vecchia vedova  italiana che viveva sola con un figlio tassista che non ricordo di avere mai visto (vedevo però, a volte, la sua Austin nera, inconfondibile e autorevole, parcheggiata in uno sorta di parcheggio scoperto, interno al giardino della casa).
Il boss mi disse che avrei aiutato il vecchio Jim “downstairs”. Nel seminterrato della fabbrica delle pizze c’era la cella frigorifero che conteneva il formaggio “cheddar” che andava sulle pizze (al posto della nostra mozzarella). Il gustoso formaggio inglese era contenuto in forme da cinquanta libbre (circa 25 chili). Noi dovevamo tagliare le forme  con un filo d’acciaio,  per poi infilarne i listelli ottenuti nell’enorme grattugia elettrica. Il formaggio grattugiato veniva raccolto in grosse ceste di plastica e spedito di sopra,  alla catena di montaggio, attraverso lo stesso montacarichi che io usavo per scendere. Quando il vecchio Jim non riusciva a chiamare il montacarichi, che spesso veniva chiuso male dagli operai che ricevevano il formaggio, soleva urlare come un dannato: “ Shut, boys, you know, that fucking door!”. Ce l’aveva soprattutto, il vecchio Jim, con certi ragazzi egiziani che lavoravano di sopra. C’erano anche dei ragazzi italiani, nella catena di montaggio, ma tutti sembravano avercela con quegli egiziani (scoprii più tardi che erano egiziani di religione Copta). Anche Pinto, l’altro grande vecchio della fabbrica, che fungeva da magazziniere, mentre passava col suo  muletto per il carico e lo scarico delle merci, rivolgeva i suoi strali, in una strana e buffissima lingua, tutta sua,  frammista  di italiano,  portoghese e inglese, ai giovani egiziani, ai quali, indistintamente diceva in tono canzonatorio,  quando gli passava accanto: ” Ragassu arabu comidu carne con culo e poi ditu ‘very gudy!’” . E  ridacchiando si allontanava, sempre spingendo il suo carrello e facendo finta di non sentire la risposta piccata di quelli.
Io mi ero fatto crescere una gran barba nera e sbrigavo il mio lavoro agli ordini di Jim che però non mi permise mai di entrare nella cella frigorifera e mi rispettava in tutto e per tutto. La sera me ne stavo in camera a riposare e a scrivere poesie. Solo il sabato mi concedevo un salto al pub a bere un paio di birre. 
Andò così avanti per un paio di mesi. A un certo punto, stanco di stare solo anche sul posto di lavoro,  chiesi al boss di poter cambiare “upstairs”. Il capo mi volle accontentare e così iniziai una nuova vita.
Di sopra lavoravano circa una dozzina di persone, tutti addetti alla catena di montaggio. Gli Egiziani, circa la metà,  si occupavano di una parte importante della catena di montaggio, provvedendo alla sistemazione  delle pizze nel nastro trasportatore, verificando che il pomodoro cadesse regolarmente e provvedendo a spalmarlo sulla pizza, mischiandolo con il conservante, tramite l’azione di un cucchiaione di metallo; successivamente aggiungevano il formaggio cheddar già grattugiato in precedenza e infine sorvegliavano che il cellofan avvolgesse correttamente le pizze nei due gusti previsti: plain pizza e pizza ai peperoni. Essi facevano gruppo a sé, sia in fabbrica, sia fuori,  ma con gli italiani fu più facile fare amicizia. L’altra metà degli addetti alla catena di produzione che trovai di sopra era infatti costituita da italiani di diversa provenienza.
Questi ragazzi si occupavano invece del settore artigianale relativo alla panificazione e alla cottura delle pizze. Si iniziava con preparare l’impasto, versando in una impastatrice le quantità previste di farina, sale, acqua  e lievito. Quando l’impasto era pronto si provvedeva a ricavarne le forme circolari, decisamente di diametro inferiore al formato delle classiche pizze che in Italia vengono servite nei ristoranti e più tardi confezionate dalle grandi case del settore alimentare. Le forme venivano poste nelle grandi teglie di metallo che altro non erano se non i ripiani dei carrelli che successivamente andavano inseriti nei forni per la cottura. Ogni carrello aveva una decina di ripiani, ciascuno dei quali conteneva una dozzina di pizze. Una volta ottenuta la cottura,  le pizze erano pronte per essere trasferite, spingendo a braccia i carrelli sino al settore dove iniziava la preparazione che ho già descritto, con l’avvio del nastro trasportatore gestito dai colleghi egiziani.
Io venni aggregato al settore panificazione dove imparai presto le varie fasi della lavorazione. Il mio istruttore fu un ragazzo romano, garbato e calmo,  che si chiamava Franco. Fu lui che mi indicò cosa e come fare, ma lo fece con gentilezza e senza mostrarsi saccente o supponente come spesso accade nei luoghi di lavoro nei confronti dei nuovi arrivati. Fra gli  altri italiani che ricordo c’era Marco,  un ragazzone gioviale e simpatico che veniva da La Spezia; ricordo anche Natale, un veneto che aveva due grandi amori: le moto e l’hashish; non saprei dire quale delle due passioni gli costò la vita, forse furono entrambe; morì infatti in sella alla sua moto, qualche tempo dopo, in seguito a un incidente stradale di cui non seppi mai l’esatta dinamica. C’era poi Arturo, un ventottenne alquanto originale, forse emiliano o romagnolo. Ricordo che portava  un orecchino pendente  all’orecchio  sinistro che quasi gli aveva staccato il lobo, capelli lunghi  e  denti gialli e piccoli, corrotti sicuramente dal fumo delle sigarette che fumava in continuazione. Aveva sul viso una perenne espressione di estasi che,  con qualche malevolenza,  si sarebbe anche potuta descrivere  ebete o assente; non di meno egli svolgeva il suo lavoro con efficienza, seppure assorto in quella sua aria di eterno estraniamento che interrompeva soltanto per gridare “trolley”, con cui invitava qualcuno a ritirare i carrelli con le pizze appena sfornate, indicando al contempo che necessitava di un altro carrello vuoto. Dopo gli si ristampava in viso quel sorriso estatico che i miei compagni di lavoro, senza che io li sollecitassi, attribuivano ai suoi abusi di sostanze stupefacenti varie e non meglio identificate. Vi era infine un altro ragazzo di Roma, Giorgio, che lo stesso Franco aveva introdotto in fabbrica e di cui avrò modo di parlare in seguito. Per adesso dirò soltanto che si trattava di un ragazzo moro, non di eccelsa statura, ma con gli occhi svegli di chi la sa davvero lunga. Le vecchie zie di una volta lo avrebbero definito una simpatica canaglia.
continua ... Il primo volume si può acquistare su tutti i migliori siti di libri oppure direttamente nel sito della casa editrice, al link di sotto dispiegato:


martedì 25 dicembre 2018

BIG BROTHER SCHOOL - 1





BIG BROTHER SCHOOL
Atto Unico in 10 scene di Ignazio Salvatore Basile

Personaggi e Interpreti
Giorgio Loi  insegnante di Diritto al Mattei
Bruna DeLussu  insegnante di Tecnica Bancaria
Mariano Nugnes insegnante di Inglese
Aldo Scalìa insegnante e sindacalista COBAS
Mario  Giannetti funzionario TV
Renzo Compagnangelo regista televisivo
Francesco solerte bidello
Due Carabinieri
Un Gruppo Classe





Scena Prima
(Una normale aula di 3 Ragioneria. Quando si apre il sipario il prof. Loi è già in classe e controlla il registro. Sullo sfondo un armadio. Sulla parete una scritta a caratteri cubitali " I.T.S. "E. Mattei- Decimamannu" )

Prof. Loi (chiedendo attenzione)
                - Ma l'appello non è stato fatto?

Primo Studente (senza quasi interrompere di chiacchierare con il suo compagno di banco)
                - In effetti oggi non manca nessuno...

Prof. Loi (indicando un banco libero)
                - E quel banco vuoto?

Secondo Studente (c.s.)
                - E' il solito banco dei due compagni che si son ritirati...

Prof. Loi (in tono seccato)
                - Ah! Ancora non l'hanno ritirato?

Terzo Studente
                - Eh, prof! Sta scherzando?

Prof. Loi (in tono rassegnato)
                - Eh, già! Troppa fatica...Va beh! Chi deve giustificare le assenze e i ritardi pregressi?

Quarto  Studente
                - Io l'ho dimenticata...


Quinto Studente
                - Io ho perso il libretto…

Sesto studente
                - A me il libretto non l’hanno ancora consegnato…

Settimo studente
                - Aspetti, prof! Io lo sto compilando!

Ottavo studente (avvicinandosi alla cattedra)
                - Posso vedere il registro prof? Io non mi ricordo più le assenze!

Prof (tra il seccato e il rassegnato, consegnando il registro di classe)
                - Ogni giorno devo  perdere un quarto d’ora con questa burocrazia! Ma perché non le predisponete a casa queste benedette giustificazioni?

1. continua...

domenica 16 dicembre 2018

Memorie di scuola - Volume Secondo


III
Partii dunque per Londra a luglio  del 1977.  In viaggio mi accompagnavo casualmente a una mia ex compagna  della ragioneria che mi piaceva sin dai tempi della scuola, anche se non le avevo  mai dichiarato i miei sentimenti, sempre frenato dalla mia timidezza e da quelle paure che ho già cercato di illustrare al paziente lettore. La ragazza era comunque fidanzata e presto l’avrebbe raggiunta a Londra  il suo ragazzo per riportarsela a Cagliari e convolare insieme a giuste nozze.
Ad essere sincero ero  partito con l’idea di trovarmi un lavoro per l’estate,  di farmi qualche soldo e poi di ritornarmene a casa e di concludere gli studi; in fondo mi mancavano soltanto sei esami per finire.
Londra mi piacque subito. Mi piacquero le grandi vie e i grandi parchi dell’West End e mi piacquero i vicoli più intimi e contenuti di Soho; complessivamente sentii che in quella città ci stavo bene; diciamo che il suo fascino misterioso, che sembrava aleggiare, soprattutto la sera,  sui caseggiati di pietra e in quegli edifici che trasudavano storie, mi avvinse in una spirale di emozionanti  sensazioni, come se avessi già vissuto, in un remoto passato, tra quelle mura e in quei luoghi. Niente di definito o di certo, sia chiaro, ma soltanto delle sensazioni; nulla di più.
La fortuna mi arrise subito nella ricerca del lavoro. Vicino all’ostello che avevo prenotato da Cagliari, poco discosto dalla importante stazione di King’s Cross,  c’era un negozio di alimentari di cui era proprietario un italiano, un giovane marchigiano di cui adesso non ricordo il nome. Frequentavano il negozio diversi altri connazionali, tra i quali vi era il braccio destro di un imprenditore emiliano o forse milanese, adesso non saprei dire. Fu lo stesso titolare del negozio di alimentari, col quale mi ero confidato, a chiedergli se per caso avesse qualche lavoro stagionale da propormi, una sera che stazionavo lì, a chiacchierare, tra gli odori pregnanti e familiari di prosciutti e formaggi italiani. Mi disse che il suo capo, tra le altre cose, possedeva una fabbrica dove si imbustavano delle pizze da supermercato e dove spesso cercavano del personale. Risposi che gli sarei stato grado e che avrei accettato volentieri di lavorare in quella fabbrica di pizze.  Detto, fatto. Quello stesso fine settimana mi comunicò che il lunedì successivo avrei dovuto presentarmi  al titolare per iniziare il lavoro in fabbrica. La scuola di Londra, per me, iniziò quel lunedì di luglio dell’anno 1977.
continua…
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giovedì 6 dicembre 2018

Memorie di scuola - Volume secondo


Confermo pertanto che non  saprei dire esattamente che cosa mi spinse a Londra in quell'estate del 1977.
Io credo che ogni generazione subisca le influenze del suo tempo e dell’ambiente in cui cresce e matura le sue esperienze. Queste influenze, a metà con i caratteri biologici iscritti nel nostro DNA, determinano gli eventi della nostra vita; o ciò che noi chiamiamo destino.
Io  appartengo a una generazione che ha vissuto su un piano strettamente spirituale, filosofico e culturale, la grande stagione della rivoluzione del 1968,  mentre sul piano materiale ha subito, sempre negli anni sessanta, l’influenza del boom economico.
Ma al contrario di ciò che è successo in altri paesi europei e negli Stati Uniti, in Italia il ’68 non è durato soltanto  una stagione. 
In Francia, ad esempio, il  movimento ‘ 68 si spense con la caduta politica di De Gaulle; in Gran Bretagna le classi politiche dirigenti, con i Lords in testa, memori di quanto successo ai nobili  nel 1798 e nel 1848, preferirono cedere alcuni privilegi e fare delle concessioni, al fine di perpetuare le loro rendite parassitarie; e così accadde anche in altri paesi europei di più antico lignaggio. 
L’ Italia, che aveva compiuto da poco i suoi 100 anni di unità politica, reagì diversamente e le cose presero un’altra piega. Non saprei dire il perché e questa, in fondo, non è neppure la sede adatta per fare un’analisi di quei motivi.
Posso e debbo dire però che il movimento rivoluzionario italiano del '68 si trascinò per almeno un altro decennio.
In questo lasso di tempo non tutti quelli che avevano conosciuto il ’68 proseguirono a fare i rivoluzionari. Anzi, una buona parte dei giovani rampanti ribelli, finita la frenesia che elettrizzava l’aria in quel magico anno, finirono per cedere alle sirene del boom economico e del consumismo che ne era derivato.
Gli altri, quelli che la ribellione ce l’avevano nel sangue, proseguirono ancora per qualche anno, senza mollare di un solo centimetro nei confronti del potere formalista e borghese al quale avevano dichiarato guerra . Ma una parte di loro si accorse presto che si trattava di una battaglia persa in partenza e, a un certo punto, abbandonarono il campo cercando di dimenticare la delusione della cocente sconfitta,  chi alla ricerca di una carriera alternativa, chi nei tortuosi sentieri della droga, chi fuggendo lontano.
Soltanto gli irriducibili restarono sul campo e imbracciando le armi vere combatterono  la loro rivoluzione fatta di illusioni e di teorie astratte, elaborate da filosofi sognatori,  frutto di pensieri malati, fondate sul nulla. Tanto ciò è vero che il loro assunto di base, la dittatura del proletariato, mancò proprio di quello che doveva essere l’autore principale e l’interprete della vittoriosa e gloriosa rivoluzione: il proletariato.
In  nome di queste teorie astruse, questi intellettuali malati di megalomania e di protagonismo storico (compagni che sbagliano, li chiamò troppo benevolmente qualcuno),  disseminarono il terrore per tutta l’Italia, proclamando in deliranti comunicati l’avvento di improbabili vittorie e chiamando alla rivolta un popolo inesistente e comunque indisponibile a seguirli in quella strada insanguinata di autentica violenza intrisa di vani sogni e deliquio.
E finirono per divenire gli zimbelli di quei capitalisti e imperialisti tanto odiati, come avvenne nella triste vicenda di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse che conclusero la loro ingloriosa carriera dando  compimento a un disegno criminale,  che proprio i servizi segreti deviati italoamericani,  avevano ordito in odio al presidente della Democrazia Cristiana, reo soltanto di essere un politico intelligente e coraggioso, che aveva compreso che l’Italia poteva salvarsi spezzando l’accerchiamento in cui i  sovietici e gli americani avevano intrappolato la sua amata patria.
Ma per rendere onore all’altra America, quella dei poeti della beat generation e dei figli dei fiori, vorrei  evidenziare come le   radici della grande rivoluzione del 1968 affondino anche in quel grande paese e in quegli intellettuali,  poeti e sognatori che, anziché perseguire la violenza, propugnarono una rivoluzione pacifica che alla violenza del potere di Washington oppose il profumo e la bellezza dei fiori di San Francisco.
Siamo debitori di  quei  pensatori americani che con le loro immaginifiche visioni hanno inneggiato a un mondo di pace e fratellanza, a una società che ripudiasse la guerra, a un consorzio umano universale che congiungesse la saggezza  millenaria  dell’oriente con l’organizzazione tecnologica dell’occidente, in un progetto di condivisione delle risorse umane e delle ricchezze della terra che ripudiasse ogni egoismo, ogni prevaricazione nazionalitaria e populista, oggi, purtroppo tornate di moda. 
E in questo mio inno di grazie non posso e non voglio tralasciare neanche gli intellettuali europei come Jean Paul Sartre, Herbert Marcuse, Bertrand Russell, George Orwell, Aldous Huxley e tanti altri che qui mi scuso di dimenticare.
continua...

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venerdì 23 novembre 2018

Memorie di scuola - Volume primo



E’ ben vero che su mille studenti scioperanti, ai cortei ci ritrovavamo in cento; e di questi cento,  soltanto dieci partecipavano alle riunioni dei collettivi nelle varie sedi che si offrivano di ospitare i dibattiti degli studenti in lotta. La maggior parte degli studenti preferivano imboscarsi con le ragazze nei ritrovi della zona del Castello, la parte medioevale di Cagliari, strapiena di club privati (come si chiamavano allora i ritrovi sociali giovanili), dove si faceva di tutto: ballare, fumare, sfranellare e anche il resto.
Ma io avevo addosso il sacro fuoco della rivoluzione, e fedele ai miei principii e alle mie scelte, proseguivo e persistevo nella lotta senza contro le istituzioni.
A pensarci bene, non mi sarebbe convenuto farmi una ragazza e imboscarmi come gli altri in un circolo di Castello?
Non solo mi sarei risparmiato tante arrabbiature, ma mi sarei sicuramente divertito di più!
Invece, sulle ali del mio impegno politico, passai, forse senza rendermene conto, quel segno che qualcuno aveva tracciato per terra come limite massimo della protesta.
In seguito ad un’assemblea negataci dal preside  io mi recai nelle classi e, interrompendo sfacciatamente le lezioni, convocai l’assemblea permanente.
Alcuni docenti non gradirono evidentemente la mia interruzione e mi segnalarono al preside.
Non so se il Capo dell’istituto segnalò la cosa al di fuori della scuola (non l’ho mai saputo; e se lo ha fatto, tutto venne archiviato) ma so per certo che riunì il Consiglio di Classe e chiese l’adozione di seri provvedimenti. Si formarono all’interno del Consiglio di Classe due fazioni: una era per la linea dura ed implicava, con la sospensione sine die della frequenza, l’ espulsione dalla scuola; un’altra propugnava invece una linea più morbida, di comprensione, che prevedeva la sospensione temporanea, per un massimo di 15 giorni, anche per il fatto che il mio profitto scolastico, nei cinque anni, era stato, tutto sommato, più che buono. Alla fine prevalse la linea morbida, anche grazie all’intervento di mia madre che si precipitò a scuola a perorare la mia causa, pregando i miei docenti di non rovinare la mia carriera scolastica e la mia stessa vita (si sa come sappiano essere melodrammatici i cuori di mamma per i loro figli, sempre innocenti, bravi ragazzi o tutt’al più birichini). Ciò non mi evitò comunque  una bella sospensione di 15 giorni, con annessi connessi.
Voglio precisare, per concludere, che la nostra era più una protesta culturale e sociale, piuttosto che politica.  Volevamo molto semplicemente  più spazi per i dibattiti all’interno della scuola e un ruolo costruttivo (magari in unione con gli operai) fuori dalla scuola. Volevamo più libertà di pensiero; odiavamo l’autorità costituita e la scuola gerarchica e schematizzata di stampo ancora fascista (o così sembrava a noi).
Io, pur condividendo gran parte delle rivendicazioni studentesche di quegli anni,  rifiutavo per indole e per istinto la contrapposizione violenta tra gruppi estremisti di sinistra e gruppi estremisti di destra.
Detestavo (e detesto tuttora) ogni forma di violenza. I miei idoli erano Kennedy, Marthin Luther King e Gandhi; e della religione mi affascinava soltanto Gesù, con la Sua mitezza, la Sua innocenza, il Suo amore per gli ultimi e i diseredati, mentre detestavo con tutta la forza dei miei diciotto  anni le gerarchie vaticane (non è che mi facciano impazzire neanche tutt’oggi; a parte papa Francesco, naturalmente).
Questo mio amore per Gesù lo pagai a caro prezzo all’esame di maturità (come si chiamava allora l’esame conclusivo di licenza superiore).
Ma questo fa già parte della prossima puntata.
Con il mio allontanamento da scuola e la mia sospensione,  gli scioperi e le proteste ebbero termine.
Le emozioni e i sentimenti che provai in quei quindici giorni passati a casa, lontano dalla scuola, furono assai intensi e contraddittori.
Passavo dal pentimento alla rabbia; dal vittimismo al desiderio di rivalsa; dalla rassegnazione ad un senso di sollievo perché, tutto sommato, poteva anche essermi andata peggio; quindi subentrava un sentimento di disagio e di inadeguatezza, dovuto  all’ incapacità di ricapitolare razionalmente quanto mi era successo e, a momenti, perfino un sentimento di frustrazione per non poter tornare indietro, per riavvolgere gli ultimi avvenimenti occorsi ed imprimergli un finale meno umiliante e amaro.
E in fondo all’animo riflettevo sulla condizione umana. Pensavo che siamo come i bagagli degli aeroporti. Qualcuno, un giorno, ci confeziona e ci imbarca; così iniziamo un viaggio lungo e contorto.  Se superiamo ostacoli e tragitti, finalmente  vediamo la luce, attraverso l’uscita del  nastro trasportatore che ci immette nella sala di recupero dei bagagli dove, se tutto va bene, qualcuno è ansioso di prendersi cura di noi. In casi estremi , ma non è raro, possiamo anche perderci per dimenticanza o menefreghismo degli stessi soggetti che ci hanno concepiti. E se vediamo la luce della sala d’attesa, uscendo da quel buffo carosello che si chiama nastro trasportatore, inizia la nostra vita. E siamo come pantaloni, cappelli, cravatte, camicie, giacche, mosse dal vento, spinti talvolta così lontano,  da non ritrovare neppure la strada per ricongiungerci a chi sembrava così affezionato da non poter vivere senza di noi.
O forse,  se siamo fortunati,  siamo come la pioggia, che scende da cielo sulla terra, la feconda, e poi evapora e ritorna in cielo.
Io mi sentivo come una pietra di fiume, rovente ed immobile nel greto secco, rotolando a valle sotto lo scorrere dell’acqua nei periodi di piena, capace di aggregarmi, lungo il percorso, con chiunque mi fosse capitato vicino: alghe, pesci, altri ciottoli rutilanti, oggetti organici ed inorganici coinvolti con me in quel viaggio senza altra meta che una indefinita valle dove attendere un’altra stagione di pioggia o di sole per poter ricominciare tutto da capo.
Passavo le giornate ascoltando le canzoni che allora andavano per la maggiore: Alice di  Francesco De Gregori; E mi manchi tanto degli  Alunni Del Sole; Erba di casa mia di  Massimo Ranieri; Vento nel vento , Il mio canto libero e  Io vorrei non vorrei ma se vuoi di Lucio Battisti;  Viva l’Inghilterra di  Claudio Baglioni; Vado via di Drupi;  Canzone intelligente di  Cochi E Renato
Crocodile rock e Daniel di  Elton John;   Walk on the wild side di  Lou Reed; You're so vain di  Carly Simon e tante altre di cui cercavo gli accordi sulla chitarra, testardamente, per ore ed ore.
Quando rientrai a scuola feci appena in tempo a prendere visione del programma svolto e delle cose da studiare che fu subito Pasqua. Riuscii a recuperare e ad ottenere la sufficienza in  tutte le materie. Così venni ammesso a sostenere l’esame di maturità.
Sfortuna volle però che venisse designato come Commissario Interno il docente  di Inglese, un certo prof. Zucca (che io avevo soprannominato Joe Vernaccia) e che apparteneva all’ala dei duri del Consiglio di Classe (cioè di coloro che mi avrebbero ben volentieri fatto fuori per sempre). Oltretutto, ma questo lo scoprii dopo, qualche carogna di compagno di classe gli aveva riferito del soprannome che gli avevo rifilato.
A quel tempo i commissari esterni si affidavano completamente al commissario interno per conoscere la personalità del maturando, anche se i voti e un giudizio sommario stabiliti dal consiglio collegialmente potevano comunque fornire una indicazione, seppure soltanto provvisoria  e non certo decisiva. L’esame consisteva in due scritti (italiano e materia di indirizzo) e in un colloquio comprendente quattro materie designate in precedenza in parte dal Ministero e in parte dal Consiglio di Classe. Di queste quattro una veniva scelta dal candidato e l’altra, a sorpresa, dalla commissione d’esame (in realtà era invalso l’uso di consentire la scelta, tramite il commissario interno, anche della seconda materia).
Insomma l’esame non era un granché difficile.
Io scelsi il tema che invitava il candidato ad esporre con parole sue il significato che egli attribuiva all’art. 11 della Costituzione. Era un tema sulla pace. Io ero per la pace, lo sono sempre stato e sempre lo sarò.
Nel tema parlavo dei miei idoli di allora: Marthin Luther King, il Mahatma Gandhi, Gesù Cristo (che allora riconoscevo e ammiravo come Uomo, vittima dell’incomprensione e della protervia degli uomini di potere; mentre oggi lo riconosco anche per quel che Egli effettivamente è: il Figlio di Dio sceso in terra per la nostra salvezza).
Ma il commissario interno mi aveva presentato come un sovversivo, rivoluzionario e di sinistra (e forse, chissà,  anche un potenziale terrorista).
Sostenne  che io avevo cercato di ingraziarmi la commissione presentandomi come un agnello innocente mentre in realtà ero un lupo.
Per farla breve il mio esame fu un disastro. Ma per fortuna riuscii a superarlo. Un altro anno in quella scuola non lo avrei davvero voluto fare.
E neanche loro, probabilmente, mi ci avrebbero voluto.
Ironia della sorte, la mia tesi all’Università, molti anni dopo,  avrebbe avuto ad oggetto la risoluzione pacifica delle controversie internazionali in ambito ONU.
Mio relatore sarebbe stato  il vecchio  Preside, l’esimio prof. Giovanni  Pau, grande internazionalista, che sarebbe riuscito a farmi dare il massimo punteggio che poteva essere  assegnato per la tesi, in proporzione alla media dei voti riportati (il che mi portò ad una votazione che veniva definita, al tempo, come corrispondente ai “pieni voti legali”).
Ma questo fa già parte di un’altra storia.


Leggi il  testo integrale di Memorie di scuola di Ignazio Salvatore Basile,  acquistando on line(c/o Mondadori store, Feltrinelli, IBS, Libreria Universitaria, Amazon ecc.) oppure in libreria il volume edito da Youcanprint ISBN 9788827845486. Il romanzo è disponibile anche in formato e-book nel sito della casa tramite il link sottostante.
 
 

lunedì 19 novembre 2018

Memorie di scuola - Volume primo




Capitolo Secondo
Le scuole medie inferiori
1.
Prima media
Anno scolastico 1965-1966

Ci sono  dei momenti, nella vita di ciascuno di noi, in cui ci sentiamo sospinti da una forza invisibile che, come una corrente misteriosa, ci conduce da qualche parte, non importa dove. E non importa neppure dove noi vogliano andare. E’ la forza misteriosa che ci spinge; è lei che sa dove noi dobbiamo andare.
Di questi momenti nella mia vita ne ho vissuti di diversi. Per esempio nel 1968, quando la protesta studentesca mi trascinò, piano, piano, anno dopo anno, fin sulle  sulle barricate di una rivolta epocale, tremenda, cieca che voleva distruggere tutto e finì col distruggere gli aspiranti distruttori (mi fermò soltanto la mia idiosincrasia per ogni forma di violenza e di potere, il mio pacifismo convinto e idealista, il mio desiderio di conoscenza; lo stesso che mi spinse a Londra, al tramonto della rivoluzione, quando un’altra forza mi afferrò e mi spinse nelle lande nebbiose di Albione; ma di questo parlerò più avanti).
Nel 1965, al momento di scegliere la scuola media, fu ancora una forza misteriosa a spingermi verso Arborea.
Quell’anno, i neo-licenziati maschi  della quinta elementare del mio paese, scelsero di iscirversi al collegio che i Salesiani, con tanto onore, tenevano ad Arborea (la vecchia colonia fondata dai Veneti, chiamata prima Mussolinia, ed allora, come oggi, ridente ed attiva cittadina dell’oristanese, molto attiva nella produzione latteo-casearia). Lì, i valenti sacerdoti di San Giovanni Bosco, formavano i futuri sacerdoti del clero sardo, prima attraverso un’adeguata istruzione nella scuola media unificata e, successivamente, per i più dotati e pervicaci, attraverso il ginnasio e il liceo classico.
In questa corrente, che di mistico e di religioso, come poi i fatti dimostrarono, non aveva molto,  io mi immisi di buon grado, complice il desiderio di mia madre di vedere almeno uno dei figli maschi con la tonsura e la tonaca nera da prete (mia mamma non ne faceva alcun mistero; anzi, a voce alta invocava il buon Dio perché le facesse la grazia di un figlio prete; ma, poveretta, fallì con me, come aveva fallito prima con un fratello maggiore e come fallì qualche anno dopo con uno dei fratelli minori!).
Così, senza una grande vocazione,  mi ritrovai nel Seminario di Arborea. Occorre dire che ancora in quegli anni sessanta era molto vivo quel movimento, iniziato subito dopo la guerra, che spingeva i giovani in Seminario anche senza vocazione. Le famiglie sapevano che in quei luoghi di studio e di meditazione, venivano assicurate, in cambio di una modesta retta mensile (che per i più bisognosi veniva coperta dagli stessi Salesiani), una cultura ed un’istruzione adeguate, congiuntamente a un vitto e  a un alloggio decorosi (che non tutte le famiglie potevano assicurare ai numerosi figli che la Provvidenza e la mancanza della televisione mandavano alle coppie precoci e fertili di allora).
continua ...



Leggi il  testo integrale di Memorie di scuola di Ignazio Salvatore Basile,  acquistando on line(c/o Mondadori store, Feltrinelli, IBS, Libreria Universitaria, Amazon ecc.) oppure in libreria il volume edito da Youcanprint ISBN 9788827845486. Il romanzo è disponibile anche in formato e-book nel sito della casa tramite il link sottostante.


Memorie di scuola

Memorie di scuola Ricordi di uno scolaro senza tempo dalle elementari alla cattedra, passando per le scuole medie, l’università e p...