L’estromissione della
sinistra filosovietica, comunista e socialista, dal Governo, fu la conseguenza
immediata e diretta degli accordi siglati da De Gasperi a gennaio dello stesso
anno 1947 nel corso della sua prima importante missione negli USA, in occasione
della quale l’Italia venne inclusa nel Piano Marshall, dal nome del segretario
di stato dell’amministrazione Truman allora in carica che, in realtà, aveva
come definizione corretta, quella di “European Recovery Program”, ovvero
ERP.
Il Piano ERP
dell’amministrazione USA prevedeva l’elargizione di una somma pari a 13
miliardi e 200 milioni di dollari da distribuire ai sedici paesi europei
inseriti come beneficiari nel Programma Europeo di Ricostruzione previsto dal
Piano Marshall.
L’Italia aveva già
ricevuto nel ’46 un acconto di 100 milioni di dollari, tanto per far capire che
gli USA non scherzavano e i soldi c’erano davvero; e anche tanti. Nel giro di
nemmeno 4 anni (1948-1951), gli Stati Uniti avrebbero fornito all’Italia un aiuto
di 1,2 miliardi di dollari di allora.
Per capire appieno lo
spessore autentico di questo intervento, bisogna tenere presente che dal 1946
ad oggi il Pil italiano è cresciuto di circa dieci volte in termini reali.
Quindi, la “portata” del dono americano, aggiornata ad oggi, sarebbe la risultante
di 12 miliardi di dollari. C’è un’ulteriore considerazione da fare: un dollaro
del 1948 valeva circa dieci dollari odierni. Per capire l’entità vera, in
termini di capacità reale di acquisto degli aiuti del Piano Marshall, è
necessario moltiplicare 12 miliardi per dieci, ottenendo quindi la notevole
cifra di centoventi miliardi di dollari, equivalenti a 111 miliardi di euro
attuali.
Il Piano era abbastanza
complesso e composito. Esso non prevedeva soltanto dei soldi concessi in
prestito a un tasso agevolato (alla cui restituzione, invero, gli americani
rinunciarono nel prosieguo). Una parte del valore veniva assegnato con
l’elargizione di materie prime e merci da rivendere, ma con la clausola del
reinvestimento condizionato alle politiche di produttività. Il ricavato delle
vendite di quelle materie prime e di quelle merci regalate dagli USA agli
Europei, aveva in pratica una destinazione vincolata: esso doveva essere
reinvestito nel miglioramento tecnologico delle attività produttive, in modo
tale da avvicinare i sistemi di produzione locale al modello americano, e in
pari tempo, elevare i consumi dei cittadini europei a livello dei consumatori
americani. Come si può intuire, non ha tutti i torti chi ha affermato che il
programma di ricostruzione del piano Marshall fosse necessario ai suoi ideatori
americani, almeno quanto lo era per i beneficiari europei.
Nella manovra economica
del piano, infatti, non c’era soltanto un obiettivo politico e ideologico, teso
a far convergere i paesi europei verso il pensiero capitalistico, in
opposizione a quello comunista e sovietico; non c’è chi non veda che la maxi
manovra di quell’investimento americano aveva un’evidente impronta di stampo roosveltiano,
in linea con i principii del New Deal che, due decenni primi, avevano
consentito al mercato interno degli USA di risollevarsi dalla grande
depressione.
Gli stessi principii
venivano perciò adesso esportati in Europa, ma è abbastanza facile capire che
le ricadute del piano, cioè gli effetti moltiplicatori dell’investimento, si
sarebbero riverberati nel sistema economico americano.
L’adeguamento tecnologico
delle strutture produttive europee, infatti, non poteva non passare attraverso
l’acquisto di infrastrutture e macchinari di produzione americana; l’acquisto
di per se stesso, di quelle materie prime regalate agli europei, effettuato
ovviamente dal governo americano in favore delle industrie locali, si era
ripercosso, con il noto effetto moltiplicatore di keynesiana memoria,
all’interno del sistema economico americano, contribuendo così a mantenere alto
il livello produttivo delle industrie locali al livello dei ritmi produttivi
elevati del periodo bellico; con una ulteriore ricaduta dovuta sicuramente al
reinvestimento del ricavato di quelle merci e di quelle materie prime, cui gli
europei si sentivano giuridicamente e psicologicamente vincolati, nello stesso
mercato americano.
Insomma, si possono
criticare gli americani per un milione di motivi; si può e si deve ribadire che
essi non sono intervenuti in Europa per mero spirito umanitario, e in Italia
non hanno certo rinunciato alla nostra soggezione politica e culturale, in termini
sia di concessioni di basi militari d’appoggio, sia di un coinvolgimento sempre
più stretto nella way of life americana.
Ma non si può tacere sul coraggio e sull’ efficacia che i metodi
americani hanno avuto nel replicare il modello del New Deal in casa
europea. L’alternativa, d’altro canto, sarebbe stato il modello sovietico. Qui
non sto parlando di preferenze ideologiche, o di distinzioni di natura etica e
morale; qui sto parlando di efficacia sul piano del benessere materiale e, a
conti fatti, perfino del benessere spirituale, quantomeno in termini di libertà
e di diritti. Mi sembra che ogni paragone, così come ogni ulteriore
discussione, sul punto, sia davvero superfluo.
Il prezzo politico da
pagare, conditio sine qua non del prestito, fu dunque l’estromissione
delle forze filosovietiche dal governo.
Bisogna qui precisare e
riconoscere che la partecipazione di queste forze filosovietiche (in pratica il
Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano di Unità
Proletaria, denominazione assunta dal Partito Socialista Italiano
nel 1943, a seguito della fusione con il Movimento di Unità Proletaria, e
abbandonata nel 1947 dopo la scissione di Palazzo Barberini di cui parleremo
più avanti), alla ricostruzione politica dell’Italia, distrutta e umiliata da
vent’anni di fascismo e da una guerra scriteriata e folle, non fu di poco conto.
Si conta infatti il loro coinvolgimento diretto dal 1944 al 1947: nei due
governi di Ivanoe Bonomi (i primi governi post fascisti, dopo i due del generale Badoglio), in quello di
Ferruccio Parri e nei primi tre governi De Gasperi.
Peraltro, sia i comunisti
del PCI, sia i socialisti del PSIUP, continuarono a dare il loro apporto
fondamentale nell’ambito dell’Assemblea Costituente anche dopo l’estromissione
dal governo, sino alla conclusione definitiva dei lavori, che sfociò nella famosa
dichiarazione del 27 dicembre 1947 con cui si annunciava la conclusione dei
lavori per la redazione della Carta Costituzionale, poi proclamata solennemente
ed entrata in vigore pochi giorni dopo, il primo gennaio del 1948.
Il 1° giungo del 1947,
come si diceva, il governo De Gasperi IV fu formato senza la partecipazione dei
partiti della sinistra (l’esclusione richiesta dagli USA riguardava soltanto il
Partito Comunista, dichiaratamente filosovietico, ma i socialisti, per non
perdere il loro contatto con le classi dei lavoratori, preferirono seguire i
comunisti fuori dal governo, finendo così nell’orbita di Mosca, anche per
quanto riguarda i finanziamenti).
Pur tuttavia, le frange
più moderate della sinistra, capeggiate da Giuseppe Saragat, l’11 gennaio del
1947, nel corso di una famosa riunione tenutasi a Palazzo Barberini, vogliosi
di non subire alcuna influenza dall’Internazionale Socialista capeggiata dalla
Russia, operarono una scissione dal PSIUP, ciò che gli consentì di prendere
parte al Governo con la sigla Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Cinque anni più tardi, la sigla PSLI, verrà
abbandonata a favore della più conosciuta PSDI (Partito Socialdemocratico
Italiano).
Al di là di tutto bisogna
riconoscere, come vedremo nel corso delle vicende illustrate nei capitoli
immediatamente successivi, che due figure giganteggiano sullo scenario politico
italiano in questi anni; due personaggi che eccellono su tutti: Alcide De Gasperi
e Palmiro Togliatti.
Essi, pur nutrendo e
coltivando ideologie diametralmente opposte, sono più simili di quanto finora
le analisi storiche non abbiano saputo riconoscere; i due strateghi si
fronteggeranno come fieri avversari in questi difficili anni in cui l’Italia,
divenuta una repubblica, riemerge dagli orrori e dalle macerie della guerra,
affacciandosi di nuovo alla luce della democrazia, dopo gli oscuri decenni del
fascismo.
Saranno loro due i
principali artefici della ricostruzione materiale e morale della neo nata
repubblica. De Gasperi è stato un grande condottiero, a capo di otto governi
consecutivi, in un periodo difficilissimo e delicatissimo, riuscendo a guidare
la nave Italia fuori dalle tempeste internazionali, che la sballottavano come
un relitto già conquistato e abbandonato
ai marosi; ma bisogna riconoscere che Togliatti ha svolto un ruolo
fondamentale in tutte queste vicende; dall’opposizione, ovviamente; ma egli è
stato il contraltare del suo antagonista; e quello, senza di questo, non
sarebbe stato e non avrebbe fatto, ciò che è stato e ciò che ha fatto.
Si prenda atto di questa
verità: anche Palmiro Togliatti dev’essere considerato un padre della patria
italiana, per quanto il concetto di patria abbia ancora un significato; lo dico
e lo sostengo senza retorica e prendendo le distanze dal pensiero e dall’ideologia
comunista; ma questo non può togliere niente alle azioni poste in essere dal
capo dei comunisti italiani durante i primi sette governi di De Gasperi (e
anche prima), senza le quali, anche la
fruttuosa attività degasperiana (spesso conseguenza diretta delle azioni
ostruzionistiche e di sbarramento dell’altro), non avrebbe avuto luogo.
Questo mostra la dinamica
dei fatti umani e della storia e questo dobbiamo accettare.
Nell’ottobre 1947 viene
stipulato il GATT («Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio»),
con cui i paesi firmatari si impegnano a mantenere le tariffe doganali basse
per liberalizzare i commerci. I contenuti dell’accordo porteranno nel 1995,
alla trasformazione del GATT in WTO (Organizzazione mondiale del commercio).
Nel novembre del 1947 una
risoluzione ONU prevede, nella Palestina da cui gli Inglesi se ne stanno
andando, la creazione di due Stati: uno arabo palestinese e uno ebraico
palestinese. Gli Arabi rifiutano questa risoluzione e dichiarano guerra al
futuro Stato ebraico. Per gli Ebrei, invece, è un momento di esultanza: dopo
quasi duemila anni, hanno di nuovo uno Stato. Questa risoluzione sarà come una
ferita aperta nelle relazioni internazionali per tutto il secolo ventesimo; e
lo è ancora nel presente secolo.
Una prima dimostrazione
di come l’ONU, l’organizzazione internazionale, nata nel 1945 in sostituzione
della Società delle Nazioni, per garantire la pace e l’ordine internazionale,
si mostrerà ancora una volta fallimentare nella sua gestione; e forse non poteva
essere altrimenti, paralizzata come essa era, ed è tuttora, dal diritto di veto
dei cinque membri permanenti, i vincitori della seconda guerra mondiale, in
seno al suo organo più importante, il Consiglio di Sicurezza.
Anche se in questo caso,
il diritto di veto non è stato utilizzato e sicuramente sarebbe servita invece
una preparazione più accurata del riconoscimento risarcitorio delle sofferenze
patite dagli Ebrei nella persecuzione nazista, forse creando uno stato federato
con i cugini palestinesi, senza quella netta divisione tra due stati che ha
creato uno scompiglio non soltanto nella Palestina, ma in tutto il mondo,
soprattutto tra i Musulmani, che hanno vissuto e vivono come un torto la
creazione di uno stato in una porzione di territorio dal quale sono stati
esclusi, scacciati e, nella migliore delle ipotesi, discriminati.
Si chiudeva così il primo
biennio della repubblica italiana, mentre a Parigi si firmava il Trattato con
cui l’Italia pagava lo scotto più bruciante della scellerata entrata in guerra,
proclamata dal balcone di Piazza Venezia da Benito Mussolini davanti alla folla
festante, appena sette anni prima, il 10 giugno del 1940.
fine capitolo primo




