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4.
Anita
e il Grano
(Ode
alla prima estate)
Non
ho mai saputo disegnare,
il
professore salvò solo un asino
per
via dei colori messi a festa.
Ma
se oggi potessi usare il pennello,
dipingerei
un campo di grano a giugno,
l’oro
che trema a un colpo di vento
e
una linea di binari in fondo.
Abitavo
a metà strada, l’ingresso,
tra
la piazza e la stazione del treno,
dove
aspettavo ignaro che arrivasse il sole.
E
il sole arrivò con le gambe di Anita.
Secoli
di gonne lunghe e palandrane
svaniti
nel vento di una novità:
girava
la gonna, girava la testa,
la
vita scopriva la sua gioventù.
Alla
radio cantavano i genitori:
“Ma
le gambe a me piacciono di più!”
e
subito dopo arrivarono i Beatles,
da
un'Inghilterra che non sapevo.
Urlavano
forti: "I need you, I need you!"
Ma
io ci sentivo un richiamo d’amore,
il
vento di giugno che univa le sponde:
“ Anita, Anita, Anita...”
cantavo,
mentre l'estate arrivava
sui
binari di un treno
e
il grano rideva, guardandola andare.
Ecco il racconto a cui mi
sono ispirato per la poesia:
“Correva l’anno 1965 e
alla radio impazzavano le canzoni dei Beatles.
Già i colori, nei campi
dorati dal grano, annunciavano l’imminente arrivo dell’estate.
La scuola era appena finita ed ero stato
promosso, nonostante fossi una frana in disegno (ma mi riscattavo nell’uso dei
colori, che col tempo ho sostituito con le parole). Quando mi annoiavo, mi affacciavo per vedere
la gente, a piedi e in macchina, andare
e venire per la via. Abitavo a metà strada, tra la Piazza e la stazione dei
treni.
Uno degli spettacoli più
belli che ricordo più volentieri era l’andirivieni di una ragazza in
bicicletta; mi pare di ricordare che si chiamasse Anita. Era una ragazza un po’
più grande di me, coi suoi quattordici anni, ma quella per me era forse la
prima volta che guardavo una ragazza con gli occhi di un ragazzo che si sentiva
già uomo. Non so se andasse e venisse in
bici per attirare l’attenzione mia o dei
miei fratelli più grandi, oppure se la spassasse semplicemente in bicicletta, spensierata come
l’estate e l’epoca che stavano per esplodere.
Indossava una di quelle
minigonne che allora si cominciavano a diffondere tra le adolescenti; gonne
generose che scoprivano le gambe delle donne, dopo secoli, millenni di
buio, di ombra e di desideri repressi,
da una parte e dall’altra.
Basti ricordare, per
farsi un’idea di quello che passava allora il convento, per i giovani smaniosi
di potersi beare, almeno con lo sguardo,
delle grazie femminili, che i giovanotti del mio paese, pagavano 50 lire
a Efisiu Cruxoi (in pratica quel personaggio, presente in ogni paese, che con
insensibilità e incoscienza si definiva “lo scemo del villaggio”) , affinché sollevasse le gonne di qualche
pulzella da marito, che con passo impettito, nelle interminabili vasche
domenicali (dalla Piazza di Chiesa alla discoteca Moulin Rouge, andata e ritorno), metteva in mostra le pesanti palandrane in
cui erano costrette, ben fasciate, le loro bramate grazie. E il massimo della
curiosità maschile veniva soddisfatta da certi calendarietti profumati che i
barbieri regalavano ai clienti più affezionati; oppure da fumetti e giornali
che toccavano l’apice della trasgressione con la rivista “Le Ore”, gelosamente
custodita sotto i materassi dei letti dei maschi singoli di allora.
Confesso che il roteare di quelle gambe bianche e
lisce, su e giù nei pedali della bicicletta, mi avevano letteralmente stregato.
Alla radio andava in onda
di frequente “Michelle”, la canzone dei
Beatles, con quel suo accattivante ritornello che ripeteva all’infinito: «I
need you, I need You, I need you…»; e io, nella mia ignoranza, dato che ancora
non avevo iniziato a studiare l’ inglese, mentre la bicicletta passava sotto il
mio sguardo infatuato, pensavo che la canzone fosse dedicato a una ragazza di
nome Anita. Anche se il titolo della canzone era Michelle. Non sarò stato molto
bravo in lingua inglese, ma il linguaggio universale dell’amore, quello credo
di averlo appreso in quella primavera che diveniva estate. “



