2.20.2026

La nostra storia recente




Il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse rapivano l’on. Aldo Moro e trucidavano i cinque uomini della sua scorta: Iozzino, Leonardi, Ricci, Rivera e Zizzi.

In quel preciso momento io mi trovavo a Londra, in cerca di me stesso, dimenticando l’Italia e l’ipocrisia dei suoi politici di allora; deluso dal movimento del ’68 (al quale avevo preso parte attiva solo negli anni immediatamente seguenti il 1968); sconcertato e scontento delle involuzioni violente di alcuni gruppuscoli impazziti, capeggiati da sanguinari terroristi, intrisi di idee rivoluzionarie confuse e di teorie già superate dalla storia.

Io rifuggivo la violenza per carattere, per indole e per convinzione e ancora meno e giammai avrei preso le armi per sparare contro il fratello.

Avevo fatto il militare per pagare il mio debito di solidarietà allo Stato e per accontentare mio padre, che mi avrebbe voluto avviare alla carriera militare (un regalo che non mi pento di avergli fatto; lui ne avrebbe meritato di più e di maggiori). Lì mi avevano insegnato a sparare, ma in cuor mio speravo che mai nessuno, un giorno, mi chiedesse di sparare anche contro degli altri esseri umani.

La vita dell’uomo è sacra: Dio la dà e solo Dio la può togliere! Guai all’uomo che osa togliere la vita a un altro uomo. E guai a quei politici che allora non fecero il possibile per salvare la vita al povero Aldo Moro! A tal proposito, forse ci avrebbe potuto dire molto più di qualcosa, Giulio Andreotti, l’ultimo dei cavalli di razza della vecchia Democrazia Cristiana. Lo affido nei miei pensieri alla misericordia divina, come si conviene per chiunque abbia lasciato questa valle di lacrime e non sia più in grado di difendersi.

Non ho amato, soprattutto da giovane, né lui, né la democrazia cristiana e né la classe politica di quegli anni. Sino al 1978 il potere era stato gestito dai democristiani che, intelligentemente, avevano aperto sin dai primi anni sessanta ai socialisti di Nenni (Craxi sarebbe arrivato al potere dopo quasi un ventennio da quella prima apertura a sinistra).

Di fatto il potere appariva come fossilizzato nelle mani dei potenti democristiani e ciò creava nell’opinione pubblica e in particolare nell’animo di noi giovani di allora, l’impressione che questi cavalli di razza fossero attaccati al potere in maniera morbosa e che il cambiamento non fosse possibile; non appariva infatti percorribile alcuna alternativa agli stantii governi monocolori, quadripartiti o pentapartiti, di ispirazione atlantica in politica estera e fautori del più becero assistenzialismo, dell’affarismo e del clientelismo in politica interna.

Non c’era alternativa allo strapotere democristiano, più o meno diluito in salsa socialista, repubblicana, liberale o socialdemocratica.

Poi venne il tentativo di Aldo Moro di sbloccare a sinistra, questa volta in direzione dei comunisti. Il secondo tentativo di grande coalizione o compromesso storico dopo quello del secondo dopoguerra (adesso questi accordi si chiamano molto meno elegantemente “inciucio”, forse in sintonia con il miserevole livello dell’attuale classe politica, in rapporto a quelle dei tempi andati).

Ma a qualcuno, evidentemente, quel tentativo di portare i comunisti nella stanza dei bottoni non piacque (si ricordi che nel 1978 la cortina di ferro era ancora in auge, e i due blocchi, quello occidentale e capitalista e quello statalista di stampo sovietico si fronteggiavano fieramente per la supremazia). Sappiamo tutti come finì quel tentativo. E la fine che fece il povero Aldo Moro. Non do giudizi, mi ripeto, sui defunti.

Ma la storia ci mostra che Aldo Moro poteva essere salvato e che egli fu lasciato a morire. Forse Giulio Andreotti avrebbe potuto spiegare perché fu lasciato morire.

O forse la verità sta scritta in uno di quei 3.500 faldoni che costituiscono l’immenso archivio che il divo Giulio ha lasciato ai posteri.

Io so solo che il sangue innocente di Aldo Moro, come lo statista pugliese aveva profetizzato nelle sue lettere dal carcere delle brigate rosse, è ricaduto su tutti quelli che pur potendolo, non mossero un dito per salvarlo da quella orribile prigione.

Basta scorrere le cronache politiche e giudiziarie dei primi anni novanta, a partire da quel fatidico 17 febbraio 1992, quando esplose la stagione di Tangentopoli, con l’arresto di Mario Chiesa. Tutta la classe politica della Prima Repubblica fu spazzata via dal ciclone di Mani Pulite, il pool di magistrati che si costituì nella procura di Milano attorno alla figura di Antonio Di Pietro. Altri pool si costituirono in altre procure in tutta Italia, ma l’epicentro del terremoto restò Milano.

Quella incredibile e irripetibile stagione ha il sapore di una Nemesi, come se la maledizione di Aldo Moro fosse ricaduta veramente su quei politici ignavi, che scelsero la bieca ragion di stato e il proprio tornaconto personale, invece di scegliere di salvare la vita del loro collega, prigioniero di un sogno barbaro e folle. Scrivo queste cose perché a distanza di molti anni dal crollo miserando di quella prima repubblica ad opera di Mani Pulite, il giudizio su quella vicenda giudiziaria, a mio parere, va sottoposto a un’attenta revisione. Lascio agli storici di professione l’analisi di quella dolorosa vicenda.

Io manifesto la sensazione che la furia di quei magistrati, al di là dell’anatema lanciato su quella classe politica dal povero Aldo Moro, fu sostenuta e giustificata dal giustizialismo popolare. L’opinione pubblica era avvelenata contro quei politici così criptici, misteriosi e silenziosi, che davano l’impressione di volere nascondere troppe cose, di cui Giulio Andreotti fu il rappresentante più emblematico.

Preghiamo per i morti ma manteniamo viva la nostra memoria e sforziamoci di formulare un ponderato giudizio storico, come compete ai vivi.

2.14.2026

Amore senza confini

 


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Terra di Sardegna

 

Terra di Sardegna

Imbevuta di sardo sudore

E di sangue,

antico e nuovo,

odori di noi.

 

Misteriosa e bella

Agli occhi estranei appari,

semplicemente Madre

ai nostri.

 

Ed al tuo seno

Sempre di latte sazi fummo,

anche se già spremuto

da mani indegne di toccarti

povera  mamma!

 

                                    Cagliari, 1976

 

2.10.2026

Giornata del Ricordo


Se trovate in quei burroni profondi

Che in vita chiamavo foibe,

uno scheletro legato con il fil di ferro

ad un altro scheletro,

legato ad un altro scheletro

e a un altro ancora,

quello son’ io.



Non cercatemi in un posto qualunque,

in un fosso o in una buca.

Io giaccio

in quei recessi contorti

che si chiamano foibe.



Avvolgetemi, ve ne prego,

in un drappo bianco

E restituitemi ai miei cari,

alla mia Patria e alle cose di Dio.



Non odio nessuno e perdono tutti.



Solo un’ultima cosa vi chiedo:

aprite gli occhi dei vostri figli

sulla verità!

2.04.2026

La storia del cane Tex

 


https://www.giovanelliedizioni.it/libri.html


Anche nelle relazioni con i nostri amici animali vale quanto insegna l’esperienza dell’amore tra umani: non è un documento legale a segnare la reciproca appartenenza, ma il sentimento di un amore disinteressato e sincero, che si nutra nei confronti di chi noi dichiariamo d’amare veramente.
È quello che insegna il racconto di Ignazio Salvatore Basile “La storia di Tex”, dove un pastore tedesco e un adolescente in cerca di un rapporto vero, stringono una forte amicizia che si dimostrerà, al di sopra delle apparenze, più forte di ogni legame precedente.

1.27.2026

Parli chi sa- Dedicato alla Shoah

 



Se c’è qualcuno che sa, parli!

Dica perché la Madre

è stata strappata al Figlio…

E il fratello al fratello….



E perché bambini senza colpa?

E vecchi senza tempo?

Perché?



Io, li vedo ancora,

in spirito e corpo

fluttuare attraverso i comignoli

e salutarci, con un sorriso pietoso.



Io, odo ancora latrati e voci

che radunano,

spaventano,

disperdono,

recidono legami e affetti

che non vedremo mai più.



Io

sento

la vergogna di essere uomo!

E la paura di vivere e di amare!



Ma perché,

se perfino Gesù Cristo, dalla Croce,

ci aveva già perdonati!

Perché? Perché?



Parlate, voi che potete! Voi che sapete!

Parlate!



Io prometto che parlerò…



Per non dimenticare.

 

                                                                       Cagliari, 26/27 Gennaio 2001

                                                

La nostra storia recente

Il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse rapivano l’on. Aldo Moro e trucidavano i cinque uomini della sua scorta: Iozzino, Leonardi, Ricci, Rivera...