8.31.2026

Storia dell'Italia Repubblicana

 


https://www.amazon.it/Storia-dellItalia-Repubblicana-volumi-1946-1978/dp/8833439798?

Capitolo Secondo

Le elezioni dell’aprile 1948 e gli altri governi De Gasperi

(1948-1953)

I Legislatura

·       De Gasperi-V(23 maggio 1948 - 26 gennaio 1950)

·       De Gasperi-VI(27 gennaio 1950 - 25 luglio 1951)

·       De Gasperi-VII(26 luglio 1951 - 15 luglio 1953)

II Legislatura

·       De Gasperi-VIII(16 luglio 1953 - 16 agosto 1953)

 

Il 1948

Se c’è un anno davvero importante nella storia repubblicana dell’Italia è il 1948.

E non solo e non tanto perché il primo gennaio di quell’anno entra in vigore la Costituzione. Brillerà come  il sole, illuminando i primi decenni della Repubblica, scacciando le tenebre  del ventennio  appena scorso,  sostituendo uno Statuto che,  magari buono cento anni prima, si era dimostrato inadeguato a porre un freno alle prepotenze di un regime schivo delle libertà, indifferente al progresso, incurante dei diritti, ripiegato su sé stesso e sui sogni di una gloria passata che produce sempre disastri,  quando viene impiegata a sostituire la visione del presente e la programmazione del futuro.

Nel mese di dicembre di questo stesso anno, a New York, sarà adottata la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Pur tuttavia l’evento più importante che caratterizzò questo primo anno di formale esistenza della nuova Italia, è costituito dalle elezioni del 18 e del 19 aprile, quando lo scontro tra due fronti contrapposti, quello democratico cristiano e quello socialcomunista, assunse una connotazione storica, la cui importanza forse sfuggì agli stessi interpreti di quell’agone fondativo.

Nessuno può dire cosa sarebbe successo se avessero vinto i partiti simpatizzanti di Mosca e dintorni, perché, lo ripetiamo, la storia non può farsi con i sé e con i ma.

Non di meno, dopo le invasioni del ’56 e del ’68, dopo aver visto le miserie morali e materiali sopravvissute al crollo dei regimi comunisti del 1989 nei paesi dell’ex Patto di Varsavia e, soprattutto dopo aver visto nel febbraio del 2022 il trattamento che Mosca ha riservato a uno degli ex paesi federati dell’Unione Sovietica, l’Ucraina, è facile immaginare che il destino dell’Italia sarebbe stato ben più misero e meschino di quello toccatole con la vittoria netta del fronte democristiano.

Qui non si tratta, sia ben inteso, di soprassedere ai limiti e alle storture che la nostra fragile democrazia ha visto in quegli stessi decenni di oppressione e sovietizzazione vissuta nei Paesi dell’Europa orientale, dove invece si imposero i partiti comunisti. Tutt’altro.

Parleremo e a lungo e in maniera quanto più approfondita possibile, dei servizi segreti deviati, delle bombe devastanti, dei troppi misteri mai risolti, dei servitori dello Stato infedeli, di nanetti che si ergevano, su trampoli posticci, sull’orizzonte della storia italiana, incapaci e rapaci; non taceremo i difetti e le incompiute della nostra fragile repubblica, la vergognosa soggezione, la cieca riverenza alle paure ancestrali degli americani (che invero soltanto Bettino Craxi riuscirà, in un’importante occasione, forse troppo avanti, negli anni ottanta del secolo passato, a contrastare efficacemente e con orgoglio).

E non taceremo neppure dei finti eroi, dei pavidi baroni della democrazia cristiana, che lasciarono morire Aldo Moro, ad opera di assassini dal cuore di coniglio, generali di se stessi, comandanti senza truppe al seguito, rivoluzionari di un esercito proletariato inesistente.

Non nasconderemo niente del molto che abbiamo visto e diremo tutto di quello che abbiamo capito.

Però saremo sempre obiettivi e sinceri con i nostri lettori, nell’esporre i fatti, soprattutto nel descrivere ed esporre ciò che abbiamo visto e vissuto in prima persona. E se esporremo il frutto di una mediazione intellettuale, cercheremo di farla filtrare attraverso un prisma di luce e di colori autentici e veritieri.

Il 18 e il 19 aprile, dicevamo, si svolsero le elezioni per il primo Parlamento Repubblicano con i seguenti risultati di voto: Democrazia Cristiana 48,5%; Partito Comunista Italiano 31,0%; Partito Socialista di Unità Proletaria 7,1%; Movimento Sociale Italiano 2,0%; Partito Monarchico Italiano 2,8%; Partito Repubblicano Italiano 2,5%; Partito Liberale Italiano 3,8%.

Questo Parlamento si insedia l’otto maggio e, a Camere riunite elegge dopo tre giorni, l’undici maggio, il primo Presidente Costituzionale della Repubblica Italiana: Luigi Einaudi, economista di livello mondiale e Governatore della Banca d’Italia, già nominato il 5 gennaio del 1945 e ancora in carica quando venne eletto al Quirinale. Al suo posto, il 7 agosto di quello stesso fatidico 1948 venne eletto alla poltrona massima di Palazzo Koch, Donato Menichella, che resterà in sella sino al 1960.

Sin dall’inizio del suo mandato Menichella intese proseguire e rafforzare l’azione di risanamento da subito intrapresa dal suo predecessore quando già le nubi della guerra stavano per allontanarsi dai cieli italiani. La priorità era stata quella   di stabilizzare la moneta italiana dopo la bufera bellica. Occorreva inoltre ricostituire le riserve valutarie, azzerate dalla follia della guerra, e reinserire fortemente il paese nel nuovo quadro internazionale, ancorandolo in maniera solida alla realtà dei paesi occidentali.

E se il primo competeva ovviamente alle autorità monetarie, che lo assolsero brillantemente, il secondo era di spettanza del governo, che non si sottrasse certo al suo compito e che nella sua azione agì sempre di concerto con gli orientamenti di quella corretta e mirata politica monetaria, i cui obiettivi erano naturalmente cari anche al neo presidente della Repubblica, che li aveva impostati e perseguiti sin da prima di essere eletto al Quirinale, come abbiamo già visto.

Il governo aveva un compito immane davanti: la popolazione italiana era sfinita dalla guerra e privata perfino dei beni suscettibili di soddisfare i bisogni primari, con conseguente caduta dei consumi, oltre alle difficoltà nel commercio internazionale, interrotto da cinque anni di guerra. Sul fronte dell’offerta si trovava davanti un’industria danneggiata e vilipesa nelle sue strutture produttive, o nel migliore dei casi, adusa a produrre per la guerra e che andava quindi riconvertita a una produzione congeniale e necessaria alla pace; l’agricoltura non sta certo meglio. Strozzata dal latifondo e da un’arretratezza di capacità produttiva, che la posizionava agli ultimi posti nella classifica europea dei paesi più avanzati.

Su tutto e su tutti giganteggia la figura di Alcide De Gasperi (e il suo contraltare comunista, Palmiro Togliatti, come avremo modo di dire a più riprese) e dei suoi otto governi (i primi in epoca prerepubblicana e l’ultimo, l’ottavo, invero poco glorioso). Ma in campo agricolo un posto di rilievo lo occupa Antonio Segni, a lungo ministro dell’Agricoltura e delle Foreste, che perverrà ai vertici dello Stato nel 1962. Sarà lui a proporre una serie di interventi legislativi mirati a incrementare la piccola proprietà agricola in favore dei contadini e dei braccianti (e a discapito del latifondo), le bonifiche, il microcredito per l’acquisto di terre, il rinnovamento delle attrezzature, il miglioramento fondiario, le bonifiche. In questo anno 1948 spiccano il decreto legislativo 24 febbraio 1948, n. 114 e il successivo d.leg.vo 5 maggio 1948 n.1242, mentre già presenta in parlamento la legge di riforma agraria (che vedrà la piena luce soltanto alcuni anni dopo).

Intanto, il 2 aprile di questo stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti approvava il cosiddetto “Piano Marshall”, che prevedeva aiuti all’Europa distrutta dalla guerra per tredici miliardi e 200 milioni di dollari.

La parte spettante all’Italia, come già detto, dopo i 100 milioni di anticipo, ammontava a un miliardo e 200 milioni di dollari in valuta dell’epoca. Ma venne ribadito a chiare lettere in Congresso, che se avessero vinto i socialcomunisti, alle elezioni del 18 e del 19 aprile, neanche un centesimo sarebbe più partito verso l’Italia.

Qualcuno ha scritto che questa è stata la prima pietra della guerra fredda, che durerà sino al 1989 (e anche oltre).

Anche nella letteratura si vive questa contrapposizione tra le due anime del mondo, anche se in maniera decisamente più simpatica.

Rizzoli, infatti, proprio nel 1948 pubblicherà il primo dei capolavori letterari di Giovannino Guareschi che ha come protagonisti un pretone buffo e un ruvido sindaco dal cuore d’oro: Don Camillo e Peppone.

La vittoria di De Gasperi alle elezioni di aprile lo porta con ancora maggiore convinzione a sottoscrivere, il 28 giugno, un accordo di cooperazione con gli USA (l’accordo verrà ratificato dal Parlamento il 13 luglio).

E a Parigi, questa volta pochi giorni prima delle storiche, prime elezioni repubblicane di aprile, il Governo De Gasperi aveva sottoscritto gli accordi internazionali in materia economica europea, per i quali il Parlamento darà subito dopo l’autorizzazione per la ratifica.

La risposta dell’URSS si avrà nel gennaio dell’anno successivo, con la creazione del Comecon, il Consiglio di cooperazione per la mutua assistenza economica, che inizialmente vide impegnati sei paesi a conduzione comunista, ma che successivamente fu allargato ad altri sei (tra cui Iugoslavia, Cuba e Vietnam).

Insomma, la guerra fredda si giocò su tutti i fronti e costituì una contrapposizione costante tra i paesi di ispirazione capitalistica e i paesi comunisti (dal punto di vista della propaganda sovietica si parlava di contrapposizione tra i paesi imperialisti filoamericani capeggiati dagli USA e i paesi antimperialistici e democratici facenti capo all’URSS).

Il 14 luglio Palmiro Togliatti è gravemente ferito, con quattro colpi di pistola, dallo studente universitario Antonio Pallante.

Senza attendere le indicazioni del partito i militanti comunisti e la base operaia diedero inizio a un impressionante sciopero generale con occupazione delle fabbriche.  Riapparvero formazioni di ex partigiani armati e i militanti comunisti assaltarono la FIAT e alcuni dirigenti, tra cui Vittorio Valletta, vennero presi in ostaggio e comparvero le armi all'interno della fabbrica. Ufficialmente il partito non aveva ancora dato alcuna direttiva insurrezionale, ma si racconta che Cino Moscatelli e Pietro Secchia fossero favorevoli a un'azione rivoluzionaria. A Torino e Milano, in parte presidiate dai militanti comunisti, si svolsero grandi manifestazioni di piazza in cui si parlò di armi pronte. Scontri armati nel capoluogo lombardo tra comunisti e polizia terminarono con numerosi feriti e l'occupazione di altre fabbriche. A Genova il movimento insurrezionale fu ancora più esteso: si verificarono scontri tra militanti e forze dell'ordine con feriti, alcuni carabinieri e poliziotti furono presi prigionieri. Nella notte si eressero le barricate e il prefetto decretò lo stato d'assedio.

Tra i dirigenti del partito l'attentato a Togliatti provocò grande emozione. Qualcuno dice che alcuni di loro fossero in contatto con l’Unione Sovietica per chiedere il consenso e un aiuto all’insurrezione armata. In realtà i dirigenti comunisti preferirono attendere gli eventi senza sostenere esplicitamente l'insurrezione.

Il governo si dimise e lo stesso Togliatti, dal letto d’ospedale, dopo un intervento chirurgico andato bene, invitò i compagni alla calma. Anche Alcide De Gasperi, poco prima di dimettersi, diramò un comunicato via radio in cui si invitava tutti alla calma.

D’altro canto, come si ebbe conferma in seguito, l'Unione Sovietica era contraria ad avventure insurrezionali e le forze dell'ordine col sostegno eventualmente dell'esercito disponevano di una schiacciante superiorità militare, e non era da escludere un intervento diretto statunitense.

Il 16 luglio i dirigenti comunisti presero la decisione di bloccare l'evoluzione rivoluzionaria e arrestare lo sciopero.

Qualcuno sostiene che la vittoria di Gino Bartali nella tappa del giro ciclistico di Francia, avvenuta proprio il giorno dell’attentato, contribuisse a calmare gli animi esacerbati dei comunisti italiani. Io credo che l’effetto calmieratore lo ebbe l’accorato discorso che lo stesso segretario del Partito Comunista, come già segnalato, fece dal suo letto d’ospedale, con cui invitata i compagni comunisti a stare calmi, evitando altri inutili bagni di sangue.

 

 

 

 

8.22.2026

Storia dell'Italia Repubblicana-2

 


L’estromissione della sinistra filosovietica, comunista e socialista, dal Governo, fu la conseguenza immediata e diretta degli accordi siglati da De Gasperi a gennaio dello stesso anno 1947 nel corso della sua prima importante missione negli USA, in occasione della quale l’Italia venne inclusa nel Piano Marshall, dal nome del segretario di stato dell’amministrazione Truman allora in carica che, in realtà, aveva come definizione corretta, quella di “European Recovery Program”, ovvero ERP.

Il Piano ERP dell’amministrazione USA prevedeva l’elargizione di una somma pari a 13 miliardi e 200 milioni di dollari da distribuire ai sedici paesi europei inseriti come beneficiari nel Programma Europeo di Ricostruzione previsto dal Piano Marshall.

L’Italia aveva già ricevuto nel ’46 un acconto di 100 milioni di dollari, tanto per far capire che gli USA non scherzavano e i soldi c’erano davvero; e anche tanti. Nel giro di nemmeno 4 anni (1948-1951), gli Stati Uniti avrebbero fornito all’Italia un aiuto di 1,2 miliardi di dollari di allora.

Per capire appieno lo spessore autentico di questo intervento, bisogna tenere presente che dal 1946 ad oggi il Pil italiano è cresciuto di circa dieci volte in termini reali. Quindi, la “portata” del dono americano, aggiornata ad oggi, sarebbe la risultante di 12 miliardi di dollari. C’è un’ulteriore considerazione da fare: un dollaro del 1948 valeva circa dieci dollari odierni. Per capire l’entità vera, in termini di capacità reale di acquisto degli aiuti del Piano Marshall, è necessario moltiplicare 12 miliardi per dieci, ottenendo quindi la notevole cifra di centoventi miliardi di dollari, equivalenti a 111 miliardi di euro attuali.

Il Piano era abbastanza complesso e composito. Esso non prevedeva soltanto dei soldi concessi in prestito a un tasso agevolato (alla cui restituzione, invero, gli americani rinunciarono nel prosieguo). Una parte del valore veniva assegnato con l’elargizione di materie prime e merci da rivendere, ma con la clausola del reinvestimento condizionato alle politiche di produttività. Il ricavato delle vendite di quelle materie prime e di quelle merci regalate dagli USA agli Europei, aveva in pratica una destinazione vincolata: esso doveva essere reinvestito nel miglioramento tecnologico delle attività produttive, in modo tale da avvicinare i sistemi di produzione locale al modello americano, e in pari tempo, elevare i consumi dei cittadini europei a livello dei consumatori americani. Come si può intuire, non ha tutti i torti chi ha affermato che il programma di ricostruzione del piano Marshall fosse necessario ai suoi ideatori americani, almeno quanto lo era per i beneficiari europei.

Nella manovra economica del piano, infatti, non c’era soltanto un obiettivo politico e ideologico, teso a far convergere i paesi europei verso il pensiero capitalistico, in opposizione a quello comunista e sovietico; non c’è chi non veda che la maxi manovra di quell’investimento americano aveva un’evidente impronta di stampo roosveltiano, in linea con i principii del New Deal che, due decenni primi, avevano consentito al mercato interno degli USA di risollevarsi dalla grande depressione.

Gli stessi principii venivano perciò adesso esportati in Europa, ma è abbastanza facile capire che le ricadute del piano, cioè gli effetti moltiplicatori dell’investimento, si sarebbero riverberati nel sistema economico americano.

L’adeguamento tecnologico delle strutture produttive europee, infatti, non poteva non passare attraverso l’acquisto di infrastrutture e macchinari di produzione americana; l’acquisto di per se stesso, di quelle materie prime regalate agli europei, effettuato ovviamente dal governo americano in favore delle industrie locali, si era ripercosso, con il noto effetto moltiplicatore di keynesiana memoria, all’interno del sistema economico americano, contribuendo così a mantenere alto il livello produttivo delle industrie locali al livello dei ritmi produttivi elevati del periodo bellico; con una ulteriore ricaduta dovuta sicuramente al reinvestimento del ricavato di quelle merci e di quelle materie prime, cui gli europei si sentivano giuridicamente e psicologicamente vincolati,  nello stesso  mercato americano.

Insomma, si possono criticare gli americani per un milione di motivi; si può e si deve ribadire che essi non sono intervenuti in Europa per mero spirito umanitario, e in Italia non hanno certo rinunciato alla nostra soggezione politica e culturale, in termini sia di concessioni di basi militari d’appoggio, sia di un coinvolgimento sempre più stretto nella way of life americana.  Ma non si può tacere sul coraggio e sull’ efficacia che i metodi americani hanno avuto nel replicare il modello del New Deal in casa europea. L’alternativa, d’altro canto, sarebbe stato il modello sovietico. Qui non sto parlando di preferenze ideologiche, o di distinzioni di natura etica e morale; qui sto parlando di efficacia sul piano del benessere materiale e, a conti fatti, perfino del benessere spirituale, quantomeno in termini di libertà e di diritti. Mi sembra che ogni paragone, così come ogni ulteriore discussione, sul punto, sia davvero superfluo.

Il prezzo politico da pagare, conditio sine qua non del prestito, fu dunque l’estromissione delle forze filosovietiche dal governo.

Bisogna qui precisare e riconoscere che la partecipazione di queste forze filosovietiche (in pratica il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, denominazione assunta dal Partito Socialista Italiano nel 1943, a seguito della fusione con il Movimento di Unità Proletaria, e abbandonata nel 1947 dopo la scissione di Palazzo Barberini di cui parleremo più avanti), alla ricostruzione politica dell’Italia, distrutta e umiliata da vent’anni di fascismo e da una guerra scriteriata e folle, non fu di poco conto. Si conta infatti il loro coinvolgimento diretto dal 1944 al 1947: nei due governi di Ivanoe Bonomi (i primi governi post fascisti, dopo i due  del generale Badoglio), in quello di Ferruccio Parri e nei primi tre governi De Gasperi.

Peraltro, sia i comunisti del PCI, sia i socialisti del PSIUP, continuarono a dare il loro apporto fondamentale nell’ambito dell’Assemblea Costituente anche dopo l’estromissione dal governo, sino alla conclusione definitiva dei lavori, che sfociò nella famosa dichiarazione del 27 dicembre 1947 con cui si annunciava la conclusione dei lavori per la redazione della Carta Costituzionale, poi proclamata solennemente ed entrata in vigore pochi giorni dopo, il primo gennaio del 1948.

Il 1° giungo del 1947, come si diceva, il governo De Gasperi IV fu formato senza la partecipazione dei partiti della sinistra (l’esclusione richiesta dagli USA riguardava soltanto il Partito Comunista, dichiaratamente filosovietico, ma i socialisti, per non perdere il loro contatto con le classi dei lavoratori, preferirono seguire i comunisti fuori dal governo, finendo così nell’orbita di Mosca, anche per quanto riguarda i finanziamenti).

Pur tuttavia, le frange più moderate della sinistra, capeggiate da Giuseppe Saragat, l’11 gennaio del 1947, nel corso di una famosa riunione tenutasi a Palazzo Barberini, vogliosi di non subire alcuna influenza dall’Internazionale Socialista capeggiata dalla Russia, operarono una scissione dal PSIUP, ciò che gli consentì di prendere parte al Governo con la sigla Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.  Cinque anni più tardi, la sigla PSLI, verrà abbandonata a favore della più conosciuta PSDI (Partito Socialdemocratico Italiano).

Al di là di tutto bisogna riconoscere, come vedremo nel corso delle vicende illustrate nei capitoli immediatamente successivi, che due figure giganteggiano sullo scenario politico italiano in questi anni; due personaggi che eccellono su tutti: Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti.

Essi, pur nutrendo e coltivando ideologie diametralmente opposte, sono più simili di quanto finora le analisi storiche non abbiano saputo riconoscere; i due strateghi si fronteggeranno come fieri avversari in questi difficili anni in cui l’Italia, divenuta una repubblica, riemerge dagli orrori e dalle macerie della guerra, affacciandosi di nuovo alla luce della democrazia, dopo gli oscuri decenni del fascismo.

Saranno loro due i principali artefici della ricostruzione materiale e morale della neo nata repubblica. De Gasperi è stato un grande condottiero, a capo di otto governi consecutivi, in un periodo difficilissimo e delicatissimo, riuscendo a guidare la nave Italia fuori dalle tempeste internazionali, che la sballottavano come un relitto già conquistato e abbandonato  ai marosi; ma bisogna riconoscere che Togliatti ha svolto un ruolo fondamentale in tutte queste vicende; dall’opposizione, ovviamente; ma egli è stato il contraltare del suo antagonista; e quello, senza di questo, non sarebbe stato e non avrebbe fatto, ciò che è stato e ciò che ha fatto.

Si prenda atto di questa verità: anche Palmiro Togliatti dev’essere considerato un padre della patria italiana, per quanto il concetto di patria abbia ancora un significato; lo dico e lo sostengo senza retorica e prendendo le distanze dal pensiero e dall’ideologia comunista; ma questo non può togliere niente alle azioni poste in essere dal capo dei comunisti italiani durante i primi sette governi di De Gasperi (e anche prima), senza le quali, anche  la fruttuosa attività degasperiana (spesso conseguenza diretta delle azioni ostruzionistiche e di sbarramento dell’altro), non avrebbe avuto luogo.

Questo mostra la dinamica dei fatti umani e della storia e questo dobbiamo accettare.

Nell’ottobre 1947 viene stipulato il GATT («Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio»), con cui i paesi firmatari si impegnano a mantenere le tariffe doganali basse per liberalizzare i commerci. I contenuti dell’accordo porteranno nel 1995, alla trasformazione del GATT in WTO (Organizzazione mondiale del commercio).

Nel novembre del 1947 una risoluzione ONU prevede, nella Palestina da cui gli Inglesi se ne stanno andando, la creazione di due Stati: uno arabo palestinese e uno ebraico palestinese. Gli Arabi rifiutano questa risoluzione e dichiarano guerra al futuro Stato ebraico. Per gli Ebrei, invece, è un momento di esultanza: dopo quasi duemila anni, hanno di nuovo uno Stato. Questa risoluzione sarà come una ferita aperta nelle relazioni internazionali per tutto il secolo ventesimo; e lo è ancora nel presente secolo.

Una prima dimostrazione di come l’ONU, l’organizzazione internazionale, nata nel 1945 in sostituzione della Società delle Nazioni, per garantire la pace e l’ordine internazionale, si mostrerà ancora una volta fallimentare nella sua gestione; e forse non poteva essere altrimenti, paralizzata come essa era, ed è tuttora, dal diritto di veto dei cinque membri permanenti, i vincitori della seconda guerra mondiale, in seno al suo organo più importante, il Consiglio di Sicurezza.

Anche se in questo caso, il diritto di veto non è stato utilizzato e sicuramente sarebbe servita invece una preparazione più accurata del riconoscimento risarcitorio delle sofferenze patite dagli Ebrei nella persecuzione nazista, forse creando uno stato federato con i cugini palestinesi, senza quella netta divisione tra due stati che ha creato uno scompiglio non soltanto nella Palestina, ma in tutto il mondo, soprattutto tra i Musulmani, che hanno vissuto e vivono come un torto la creazione di uno stato in una porzione di territorio dal quale sono stati esclusi, scacciati e, nella migliore delle ipotesi, discriminati.

Si chiudeva così il primo biennio della repubblica italiana, mentre a Parigi si firmava il Trattato con cui l’Italia pagava lo scotto più bruciante della scellerata entrata in guerra, proclamata dal balcone di Piazza Venezia da Benito Mussolini davanti alla folla festante, appena sette anni prima, il 10 giugno del 1940.

fine capitolo primo

 

8.21.2026

Il Manuale del Perfetto Orologiaio - Nuova Edizione

 


https://www.amazon.it/dp/B0H7QMM6WD?

Capitolo Quinto

 

«Eccellenza, gli ospiti spagnoli sono giunti e chiedono di essere ricevuti» disse il primo segretario con una certa agitazione nella voce, affacciandosi alla porta dello studio che il vice legato aveva lasciata aperta in attesa dell’arrivo di quegli ospiti lungamente attesi.

«Finalmente! È tutto il santo giorno che li aspetto» commentò rivolto al suo interlocutore, interrompendolo. Poi, rispondendo al suo braccio destro aggiunse: «Falli accomodare e poi recati subito in sala da pranzo. Che tutto sia pronto a dovere per il desinare degli ospiti!»

Un uomo dal fisico atletico e dall’età indefinibile e apparente, tra i quaranta e i cinquant’anni, fece il suo solenne ingresso nell’ufficio. Seppure non tanto alto, aveva un passo marziale, in linea con la foggia dei suoi abiti, che avevano qualcosa di militaresco. La barba e i baffi, ben sagomati, erano neri e leggermente spruzzati di grigio, come la sua folta capigliatura. Che fosse un militare venne confermato dal colpo di tacchi che diede, scattando sugli attenti, per presentarsi al padrone di casa, andatogli incontro in segno di accoglienza e rispetto.

 

 

 

 

«Don Agostino Barozzi ho il piacere di presentarvi don Pedro Domingo Mendoza Martinez, inviato di sua maestà il re di Spagna Filippo IV! Don Pedro, lasciate che vi presenti il Presidente del Tribunale dell’Inquisizione di Ferrara, confermato in sede da Sua Santità, il nuovo papa Urbano VIII», disse subito dopo avere dato il suo caldo benvenuto all’ospite ed essersi a sua volta presentato, volgendosi all’indietro verso l’imponente figura di un  religioso vestito di bianco.

All’Hidalgo don Pedro, quell’accoglienza in pompa magna, piacque soltanto a metà. Apprezzò l’utilizzo della lingua spagnola, che i due prelati italiani, da buoni diplomatici, padroneggiavano assai bene.

E gli piacque, tutto sommato, la figura rotonda e gioviale del vice legato. Forse perché lo spagnolo lo  superava in statura; inoltre la sua stretta di mano, debole e soffice, denotava un carattere poco bellicoso, anche se gli suggeriva, per esperienza, di guardarsi le spalle dalle sue azioni segrete.

Ciò che più di tutto lo mise a disagio, anche se soltanto a un livello epidermico, fu però quel domenicano, dall’aspetto troppo fiero e troppo gaudente, per quel suo ruolo di inquisitore.

Don Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che gli faceva odiare tanto i mestizos  e    i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro amava il suo sovrano e i principii della fede cattolica e per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi. Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

«Ma, come mai, siete solo, eccellenza?», chiese Pasini Frassoni guardando oltre le spalle dell’hidalgo spagnolo.

«Il mio servitore non ama le riunioni conviviali; e padre Alonso de Barranquilla si è trattenuto in carrozza per completare i suoi vespri», disse il cavaliere spagnolo. «Vi sarei grato se ci poteste fare accompagnare ai nostri alloggi. So che il nostro comune amico vi ha raccomandato l’esigenza di una nostra autonomia».

«È tutto pronto, in tal senso. Tuttavia, il nostro comune amico, non mi perdonerebbe mai se vi facessi andar via senza avervi invitato a mangiare qualcosa con noi, dopo un così lungo viaggio! Vi farò accompagnare ai vostri alloggi subito dopo cena».

«Permettetemi allora che io vada a chiamare il mio assistente spirituale Padre Alonso de Barranquilla e  il  mio aiutante personale!» disse l’hidalgo ringraziando l’ospite per la sua gentilezza.

«Non incomodatevi, manderò uno dei miei servi a chiamarli» lo incalzò Pasini Frassoni.

Poco dopo, in effetti, un sacerdote, alto e magro, rigorosamente vestito di nero, fece il suo ingresso nell’ufficio del vice legato. Il suo nome era  Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, un gesuita che aveva in comune con i due compagni di viaggio soltanto la fede nello stesso Dio. Anche se a volte lui stesso dubitava che si trattasse davvero del medesimo Dio.

 

Dietro di lui seguiva dappresso  un gigante alto quasi due metri, con il naso schiacciato, le labbra prominenti e una testa enorme che i capelli corvini, tagliati corti, rendevano ancora più grande. Agli orecchi portava due orecchini di foggia azteca e gli occhi grossi e neri cerchiati di sangue suscitavano terrore solo al vederli.

Il suo nome originario, del tutto impronunciabile, era stato europeizzato come Tenoch Titancruz, anche se Don Pedro lo chiamava semplicemente Tenoch ed era praticamente il suo braccio armato. Era lui che provvedeva, invero assai volentieri, agli esercizi della tortura cui erano sottoposti gli eretici prima di confessare o di morire colpevoli e dannati. 

Seppure orami formalmente convertito al cattolicesimo, aveva conservato della sua stirpe originaria, e della classe dei guerrieri a cui suo bisnonno si vantò sino alla morte di essere appartenuto, l’animo truculento, lo spirito di abnegazione e di sacrificio per il suo credo, una forza erculea e una fiducia incrollabile nel potere costituito, di natura civile o religioso che esso fosse.

Portava con sé, ovunque andasse, un baule di legno dentro il quale custodiva le sue pinze strappa seni (che non disdegnava di utilizzare anche per schiacciare i testicoli dei prigionieri più riottosi), un imbuto di metallo, un otre della capacità di tre litri (con cui somministrava agli eretici l’acqua in dosi, sino al numero di sei) e una serie di funi e carrucole per lo stiramento delle ossa dei poveri malcapitati nella stanza delle torture dell’Inquisizione.

 

Il tempo di fare le presentazioni dei nuovi venuti che Don Giuseppe si affacciò sulla soglia.

«In sala è tutto pronto per la cena!», disse rivolto al suo diretto superiore.

«Benissimo. Don Giuseppe accompagna i nostri ospiti a rinfrescarsi dal viaggio e poi riportali qui, in sala da pranzo

E mentre don Giuseppe accompagnava i tre ospiti a rinfrescarsi, il vice legato e il presidente del tribunale attendevano in sala da pranzo i loro tre ospiti stranieri.

 

 

 

 

 

8.13.2026

Il manuale del perfetto orologiaio

 

 

 

https://www.amazon.com/dp/B0H7QMM6WD

Capitolo Quarto

 



«Ecco, signor duca, nel raffronto tra le due mappe, si può apprezzare lo sviluppo della capitale in direzione nord», disse l’architetto Biagio Rossetti stendendo sul ripiano del tavolo due ampie carte rilevatrici.

Il duca Ercole I d’Este si era concentrato sulle due mappe della città di Ferrara. Una, di colore giallo, riportava la data del 1471 e ritraeva la città già ampliata da suo padre Borso; la seconda, di colore bianco e senza data, redatta dallo stesso architetto estense, pur avendo lo stesso formato della vecchia, riempiva la vasta area che dal Castello Belfiore e dal Palazzo Schifanoia, portava sino al Po di Volano, praticamente al confine con il territorio della Repubblica di Venezia.

«Non dimenticate di realizzare una possente cinta muraria a ridosso del fiume. Non sia mai che i Veneziani ritentino per quella via, la sortita già fallita per la via del mare», disse il duca, annuendo soddisfatto.

«Se vostra Eccellenza me lo conferma, qui, a ridosso della cinta muraria, io ho previsto la costruzione di una fortezza capace di ospitare una guarnigione fissa di cinquecento soldati e sino a quattrodici bocche da fuoco, puntate sul fiume».

«Confermo. Procedete quanto più speditamente potete», ordinò il potente duca che non vedeva l’ora di vedere la capitale dei suoi domini protetta anche nel punto più debole, quello settentrionale.

Così era iniziata, per volontà del duca Ercole I d’Este, alla fine del XV secolo, la realizzazione della direttrice nord, uno dei due assi ortogonali che abbracciavano lo spazio dell’addizione erculea che univa idealmente Palazzo Ducale alla Porta degli Angeli, a difesa delle incursioni delle temute milizie venete.

Oltre alla cinta muraria e a un profondo fossato ricolmo dell’acqua di uno dei bracci del delta del Po su cui anche allora si ergeva la capitale del Ducato, scavalcabile soltanto da un agile ponte levatoio, il duca aveva ordinato al grande architetto ferrarese che venisse costruita attorno alla Porta degli Angeli una fortezza militare.


Ai dodici cannoni a bocca di fuoco 120 voluti da Ercole I, più tardi, suo nipote Ercole II ne fece aggiungere un tredicesimo, il cannone denominato “La Giulia”, che suo padre Alfonso aveva fatto fondere con il metallo della statua di Giulio II che i ferraresi avevano abbattuto per festeggiare la morte dell’odiato papa Della Rovere.

Attorno a quella fortezza si era andato sviluppando, piano, piano, un agglomerato che, oltre agli alloggi e alle mense dei militari comprendeva tutta una serie di botteghe artigianali, di cascine agricole, di allevamenti di bestiame di diversa natura e numerose magioni, per lo più precariamente costruite con paglia impastata a mattone crudo a presidio di orti e frutteti che, numerosi più delle case, abbellivano quella vasta superficie, nota con il nome di Bellaria, che si estendeva dalla città medioevale originaria sino alla novella cinta muraria settentrionale e che doveva restare comunque scarsamente popolata ancora per molti secoli.

Questo agglomerato, sorto senza un piano urbanistico preciso, ma che non di meno, aveva conquistato l’altisonante appellativo di Borgo del Barco, aveva creato una fiorente rete economica di scambi e commerci che, grazie ai contributi versati in termini di conferimenti annonari, tributi civili e decime religiose, era riuscita a farsi riconoscere dalla amministrazione comunale centrale dalla quale comunque dipendeva sia, ovviamente, dal punto di vista militare, sia dal punto di vista amministrativo e religioso.

Fra quelle botteghe e baracche del Barco del Duca, come veniva indicato ufficialmente nelle carte, a ridosso di un’enorme porcilaia con annesso un macello, di cui si servivano tutti gli allevatori del borgo, spiccava una costruzione in pietra dove, per anni, aveva operato una taverna che, dietro l’ambigua denominazione di “Osteria del Buon Samaritano”, ospitava una casa di meretricio che alleviava non solo le inevitabili solitudini dei soldati di stanza nella fortezza, ma serviva ad allietare anche le noiose serate dei giovani guardiani degli orti e degli artigiani del Borgo.

La taverna era stata chiusa dalle autorità alla fine del 1500, anche se certi documenti sembravano attestare invece la data del 1577, quando in città erano stati accertati alcuni casi di un morbo che, ai sintomi della peste sembrava sommare i caratteri di una nuova malattia nota con il nome di sifilide. La casa era stata confiscata a seguito di una condanna penale che era stata inflitta ai gestori e proprietari dell’infame osteria, ma il clamore e la paura che quella notizia avevano suscitato in tutta Ferrara erano stati così eclatanti che nessuno aveva voluto più abitare in quella casa, soprannominata dopo la chiusura, la casa colombiana.

Fu lì che il vice legato Pasini Frassoni decise di sistemare l’emissario spagnolo del cardinale Garzia Mellini e il suo seguito. Ed è certo che don Pedro Domingo Mendoza Martinez, se anche avesse mai saputo la storia degli alloggi a lui riservati da quel referente togato, non avrebbe avuto alcuna riserva ad occuparli, tanto più che quella nomea popolare, ai suoi orecchi, sarebbe suonata come un’eco delle prodigiose gesta dei suoi valorosi antenati conquistadores.

8.12.2026

Dalla Sicilia al Piemonte con Garibaldi

 

https://www.amazon.it/dp/B0HDNZBWFJ

Dalla Sicilia al Piemonte con Garibaldi

Un amore garibaldino

Romanzo storico

PROLOGO

«Se non riporti immediatamente indietro questa carretta, con equipaggio, carico e passeggeri, quant’è vero che mi chiamo Gaspare Nicolosi da Mazara del Vallo, ti faccio saltare in aria il cervello, compreso il berretto da capitano che ti ritrovi in testa!»

Il capitano del vapore Santorini, battente bandiera greca, che era salpato dal porto di Marsala appena due ore prima, si ricordò del proverbio che sentiva ripetere, dai marinai greci e italiani, sin da quando era un giovane mozzo di coperta ed aveva appena iniziato a solcare i mari del Mediterraneo, mentre con la coda dell’occhio inquadrava la faccia decisa di quel giovane italiano dai baffetti ben curati e dall’incarnato scuro.

Una razza, una faccia!”  ripeté tra sé, con un brivido, che egli preferì attribuire al freddo metallo di quella pistola che gli premeva la tempia destra.

Il capitano Johannes Liarkònos pensò anche a sua moglie Rinaci, alla quale aveva promesso di invecchiare insieme e che l’aspettava a Corfù, indaffarata nei preparativi per il matrimonio prossimo della loro primogenita.

Decise che non valeva affatto la pena rischiare e, anche se gli costava da matti, intraprese la manovra di inversione della rotta, non senza avere tranquillizzato quell’esagitato giovanotto, pregandolo di spostare la canna della pistola dalla sua tempia.

 Sì, quell’uomo aveva una faccia familiare; probabilmente era siciliano, come aveva detto di essere, ma dalla faccia poteva benissimo essere un greco; ed un suo connazionale, davanti ad un rifiuto non accetto, avrebbe sicuramente fatto fuoco.

Fu così che Gaspare Nicolosi, poté rientrare nel porto di Marsala dove erano diretti i due brigantini “ Piemonte” e “Lombardia” che egli aveva visto virare verso il porto siciliano giusto in tempo per chiedere al comandante greco del Santorini di invertire la rotta.

Ora che arrivava Garibaldi che senso aveva per lui scappare a Malta? Meglio combattere e morire che fuggire! Adesso che il generale nizzardo era finalmente giunto gli sgherri del re di Napoli avrebbero trovato pane per i loro denti, e lui non si sarebbe più nascosto, anche se veniva ricercato come pericoloso nemico della legge.

Su quei brigantini, a lungo attesi in Sicilia, in quella primavera avanzata del 1860, viaggiavano Garibaldi e i prodi garibaldini che presto avrebbero intrapreso una leggendaria marcia di liberazione ed ai quali egli voleva ardentemente unirsi, come di fatto, in quello stesso giorno, si unì.


E Garibaldi, come era nel suo carattere, non perse tempo.

Ben conscio dell’importanza del ruolo che esse avrebbero potuto svolgere nella sua impresa, dato anche l’esiguo numero dei suoi uomini, in raffronto al numero dei soldati regi del Borbone, decise di coinvolgere le popolazioni locali attraverso la emanazione e la diffusione di un immediato Proclama.

Capì dunque subito il prode generale, che quel giovane temerario, ricercato dalla polizia borbonica, tornava utile al compimento dei suoi disegni preparatori in quella che sarebbe divenuta una marcia vittoriosa fino a Napoli.

Storia dell'Italia Repubblicana

  https://www.amazon.it/Storia-dellItalia-Repubblicana-volumi-1946-1978/dp/8833439798? Capitolo Secondo Le elezioni dell’aprile 1948 e gli...