8.21.2026

Il Manuale del Perfetto Orologiaio - Nuova Edizione

 


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Capitolo Quinto

 

«Eccellenza, gli ospiti spagnoli sono giunti e chiedono di essere ricevuti» disse il primo segretario con una certa agitazione nella voce, affacciandosi alla porta dello studio che il vice legato aveva lasciata aperta in attesa dell’arrivo di quegli ospiti lungamente attesi.

«Finalmente! È tutto il santo giorno che li aspetto» commentò rivolto al suo interlocutore, interrompendolo. Poi, rispondendo al suo braccio destro aggiunse: «Falli accomodare e poi recati subito in sala da pranzo. Che tutto sia pronto a dovere per il desinare degli ospiti!»

Un uomo dal fisico atletico e dall’età indefinibile e apparente, tra i quaranta e i cinquant’anni, fece il suo solenne ingresso nell’ufficio. Seppure non tanto alto, aveva un passo marziale, in linea con la foggia dei suoi abiti, che avevano qualcosa di militaresco. La barba e i baffi, ben sagomati, erano neri e leggermente spruzzati di grigio, come la sua folta capigliatura. Che fosse un militare venne confermato dal colpo di tacchi che diede, scattando sugli attenti, per presentarsi al padrone di casa, andatogli incontro in segno di accoglienza e rispetto.

 

 

 

 

«Don Agostino Barozzi ho il piacere di presentarvi don Pedro Domingo Mendoza Martinez, inviato di sua maestà il re di Spagna Filippo IV! Don Pedro, lasciate che vi presenti il Presidente del Tribunale dell’Inquisizione di Ferrara, confermato in sede da Sua Santità, il nuovo papa Urbano VIII», disse subito dopo avere dato il suo caldo benvenuto all’ospite ed essersi a sua volta presentato, volgendosi all’indietro verso l’imponente figura di un  religioso vestito di bianco.

All’Hidalgo don Pedro, quell’accoglienza in pompa magna, piacque soltanto a metà. Apprezzò l’utilizzo della lingua spagnola, che i due prelati italiani, da buoni diplomatici, padroneggiavano assai bene.

E gli piacque, tutto sommato, la figura rotonda e gioviale del vice legato. Forse perché lo spagnolo lo  superava in statura; inoltre la sua stretta di mano, debole e soffice, denotava un carattere poco bellicoso, anche se gli suggeriva, per esperienza, di guardarsi le spalle dalle sue azioni segrete.

Ciò che più di tutto lo mise a disagio, anche se soltanto a un livello epidermico, fu però quel domenicano, dall’aspetto troppo fiero e troppo gaudente, per quel suo ruolo di inquisitore.

Don Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che gli faceva odiare tanto i mestizos  e    i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro amava il suo sovrano e i principii della fede cattolica e per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi. Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

«Ma, come mai, siete solo, eccellenza?», chiese Pasini Frassoni guardando oltre le spalle dell’hidalgo spagnolo.

«Il mio servitore non ama le riunioni conviviali; e padre Alonso de Barranquilla si è trattenuto in carrozza per completare i suoi vespri», disse il cavaliere spagnolo. «Vi sarei grato se ci poteste fare accompagnare ai nostri alloggi. So che il nostro comune amico vi ha raccomandato l’esigenza di una nostra autonomia».

«È tutto pronto, in tal senso. Tuttavia, il nostro comune amico, non mi perdonerebbe mai se vi facessi andar via senza avervi invitato a mangiare qualcosa con noi, dopo un così lungo viaggio! Vi farò accompagnare ai vostri alloggi subito dopo cena».

«Permettetemi allora che io vada a chiamare il mio assistente spirituale Padre Alonso de Barranquilla e  il  mio aiutante personale!» disse l’hidalgo ringraziando l’ospite per la sua gentilezza.

«Non incomodatevi, manderò uno dei miei servi a chiamarli» lo incalzò Pasini Frassoni.

Poco dopo, in effetti, un sacerdote, alto e magro, rigorosamente vestito di nero, fece il suo ingresso nell’ufficio del vice legato. Il suo nome era  Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, un gesuita che aveva in comune con i due compagni di viaggio soltanto la fede nello stesso Dio. Anche se a volte lui stesso dubitava che si trattasse davvero del medesimo Dio.

 

Dietro di lui seguiva dappresso  un gigante alto quasi due metri, con il naso schiacciato, le labbra prominenti e una testa enorme che i capelli corvini, tagliati corti, rendevano ancora più grande. Agli orecchi portava due orecchini di foggia azteca e gli occhi grossi e neri cerchiati di sangue suscitavano terrore solo al vederli.

Il suo nome originario, del tutto impronunciabile, era stato europeizzato come Tenoch Titancruz, anche se Don Pedro lo chiamava semplicemente Tenoch ed era praticamente il suo braccio armato. Era lui che provvedeva, invero assai volentieri, agli esercizi della tortura cui erano sottoposti gli eretici prima di confessare o di morire colpevoli e dannati. 

Seppure orami formalmente convertito al cattolicesimo, aveva conservato della sua stirpe originaria, e della classe dei guerrieri a cui suo bisnonno si vantò sino alla morte di essere appartenuto, l’animo truculento, lo spirito di abnegazione e di sacrificio per il suo credo, una forza erculea e una fiducia incrollabile nel potere costituito, di natura civile o religioso che esso fosse.

Portava con sé, ovunque andasse, un baule di legno dentro il quale custodiva le sue pinze strappa seni (che non disdegnava di utilizzare anche per schiacciare i testicoli dei prigionieri più riottosi), un imbuto di metallo, un otre della capacità di tre litri (con cui somministrava agli eretici l’acqua in dosi, sino al numero di sei) e una serie di funi e carrucole per lo stiramento delle ossa dei poveri malcapitati nella stanza delle torture dell’Inquisizione.

 

Il tempo di fare le presentazioni dei nuovi venuti che Don Giuseppe si affacciò sulla soglia.

«In sala è tutto pronto per la cena!», disse rivolto al suo diretto superiore.

«Benissimo. Don Giuseppe accompagna i nostri ospiti a rinfrescarsi dal viaggio e poi riportali qui, in sala da pranzo

E mentre don Giuseppe accompagnava i tre ospiti a rinfrescarsi, il vice legato e il presidente del tribunale attendevano in sala da pranzo i loro tre ospiti stranieri.

 

 

 

 

 

8.13.2026

Il manuale del perfetto orologiaio

 

 

 

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Capitolo Quarto

 



«Ecco, signor duca, nel raffronto tra le due mappe, si può apprezzare lo sviluppo della capitale in direzione nord», disse l’architetto Biagio Rossetti stendendo sul ripiano del tavolo due ampie carte rilevatrici.

Il duca Ercole I d’Este si era concentrato sulle due mappe della città di Ferrara. Una, di colore giallo, riportava la data del 1471 e ritraeva la città già ampliata da suo padre Borso; la seconda, di colore bianco e senza data, redatta dallo stesso architetto estense, pur avendo lo stesso formato della vecchia, riempiva la vasta area che dal Castello Belfiore e dal Palazzo Schifanoia, portava sino al Po di Volano, praticamente al confine con il territorio della Repubblica di Venezia.

«Non dimenticate di realizzare una possente cinta muraria a ridosso del fiume. Non sia mai che i Veneziani ritentino per quella via, la sortita già fallita per la via del mare», disse il duca, annuendo soddisfatto.

«Se vostra Eccellenza me lo conferma, qui, a ridosso della cinta muraria, io ho previsto la costruzione di una fortezza capace di ospitare una guarnigione fissa di cinquecento soldati e sino a quattrodici bocche da fuoco, puntate sul fiume».

«Confermo. Procedete quanto più speditamente potete», ordinò il potente duca che non vedeva l’ora di vedere la capitale dei suoi domini protetta anche nel punto più debole, quello settentrionale.

Così era iniziata, per volontà del duca Ercole I d’Este, alla fine del XV secolo, la realizzazione della direttrice nord, uno dei due assi ortogonali che abbracciavano lo spazio dell’addizione erculea che univa idealmente Palazzo Ducale alla Porta degli Angeli, a difesa delle incursioni delle temute milizie venete.

Oltre alla cinta muraria e a un profondo fossato ricolmo dell’acqua di uno dei bracci del delta del Po su cui anche allora si ergeva la capitale del Ducato, scavalcabile soltanto da un agile ponte levatoio, il duca aveva ordinato al grande architetto ferrarese che venisse costruita attorno alla Porta degli Angeli una fortezza militare.


Ai dodici cannoni a bocca di fuoco 120 voluti da Ercole I, più tardi, suo nipote Ercole II ne fece aggiungere un tredicesimo, il cannone denominato “La Giulia”, che suo padre Alfonso aveva fatto fondere con il metallo della statua di Giulio II che i ferraresi avevano abbattuto per festeggiare la morte dell’odiato papa Della Rovere.

Attorno a quella fortezza si era andato sviluppando, piano, piano, un agglomerato che, oltre agli alloggi e alle mense dei militari comprendeva tutta una serie di botteghe artigianali, di cascine agricole, di allevamenti di bestiame di diversa natura e numerose magioni, per lo più precariamente costruite con paglia impastata a mattone crudo a presidio di orti e frutteti che, numerosi più delle case, abbellivano quella vasta superficie, nota con il nome di Bellaria, che si estendeva dalla città medioevale originaria sino alla novella cinta muraria settentrionale e che doveva restare comunque scarsamente popolata ancora per molti secoli.

Questo agglomerato, sorto senza un piano urbanistico preciso, ma che non di meno, aveva conquistato l’altisonante appellativo di Borgo del Barco, aveva creato una fiorente rete economica di scambi e commerci che, grazie ai contributi versati in termini di conferimenti annonari, tributi civili e decime religiose, era riuscita a farsi riconoscere dalla amministrazione comunale centrale dalla quale comunque dipendeva sia, ovviamente, dal punto di vista militare, sia dal punto di vista amministrativo e religioso.

Fra quelle botteghe e baracche del Barco del Duca, come veniva indicato ufficialmente nelle carte, a ridosso di un’enorme porcilaia con annesso un macello, di cui si servivano tutti gli allevatori del borgo, spiccava una costruzione in pietra dove, per anni, aveva operato una taverna che, dietro l’ambigua denominazione di “Osteria del Buon Samaritano”, ospitava una casa di meretricio che alleviava non solo le inevitabili solitudini dei soldati di stanza nella fortezza, ma serviva ad allietare anche le noiose serate dei giovani guardiani degli orti e degli artigiani del Borgo.

La taverna era stata chiusa dalle autorità alla fine del 1500, anche se certi documenti sembravano attestare invece la data del 1577, quando in città erano stati accertati alcuni casi di un morbo che, ai sintomi della peste sembrava sommare i caratteri di una nuova malattia nota con il nome di sifilide. La casa era stata confiscata a seguito di una condanna penale che era stata inflitta ai gestori e proprietari dell’infame osteria, ma il clamore e la paura che quella notizia avevano suscitato in tutta Ferrara erano stati così eclatanti che nessuno aveva voluto più abitare in quella casa, soprannominata dopo la chiusura, la casa colombiana.

Fu lì che il vice legato Pasini Frassoni decise di sistemare l’emissario spagnolo del cardinale Garzia Mellini e il suo seguito. Ed è certo che don Pedro Domingo Mendoza Martinez, se anche avesse mai saputo la storia degli alloggi a lui riservati da quel referente togato, non avrebbe avuto alcuna riserva ad occuparli, tanto più che quella nomea popolare, ai suoi orecchi, sarebbe suonata come un’eco delle prodigiose gesta dei suoi valorosi antenati conquistadores.

8.12.2026

Dalla Sicilia al Piemonte con Garibaldi

 

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Dalla Sicilia al Piemonte con Garibaldi

Un amore garibaldino

Romanzo storico

PROLOGO

«Se non riporti immediatamente indietro questa carretta, con equipaggio, carico e passeggeri, quant’è vero che mi chiamo Gaspare Nicolosi da Mazara del Vallo, ti faccio saltare in aria il cervello, compreso il berretto da capitano che ti ritrovi in testa!»

Il capitano del vapore Santorini, battente bandiera greca, che era salpato dal porto di Marsala appena due ore prima, si ricordò del proverbio che sentiva ripetere, dai marinai greci e italiani, sin da quando era un giovane mozzo di coperta ed aveva appena iniziato a solcare i mari del Mediterraneo, mentre con la coda dell’occhio inquadrava la faccia decisa di quel giovane italiano dai baffetti ben curati e dall’incarnato scuro.

Una razza, una faccia!”  ripeté tra sé, con un brivido, che egli preferì attribuire al freddo metallo di quella pistola che gli premeva la tempia destra.

Il capitano Johannes Liarkònos pensò anche a sua moglie Rinaci, alla quale aveva promesso di invecchiare insieme e che l’aspettava a Corfù, indaffarata nei preparativi per il matrimonio prossimo della loro primogenita.

Decise che non valeva affatto la pena rischiare e, anche se gli costava da matti, intraprese la manovra di inversione della rotta, non senza avere tranquillizzato quell’esagitato giovanotto, pregandolo di spostare la canna della pistola dalla sua tempia.

 Sì, quell’uomo aveva una faccia familiare; probabilmente era siciliano, come aveva detto di essere, ma dalla faccia poteva benissimo essere un greco; ed un suo connazionale, davanti ad un rifiuto non accetto, avrebbe sicuramente fatto fuoco.

Fu così che Gaspare Nicolosi, poté rientrare nel porto di Marsala dove erano diretti i due brigantini “ Piemonte” e “Lombardia” che egli aveva visto virare verso il porto siciliano giusto in tempo per chiedere al comandante greco del Santorini di invertire la rotta.

Ora che arrivava Garibaldi che senso aveva per lui scappare a Malta? Meglio combattere e morire che fuggire! Adesso che il generale nizzardo era finalmente giunto gli sgherri del re di Napoli avrebbero trovato pane per i loro denti, e lui non si sarebbe più nascosto, anche se veniva ricercato come pericoloso nemico della legge.

Su quei brigantini, a lungo attesi in Sicilia, in quella primavera avanzata del 1860, viaggiavano Garibaldi e i prodi garibaldini che presto avrebbero intrapreso una leggendaria marcia di liberazione ed ai quali egli voleva ardentemente unirsi, come di fatto, in quello stesso giorno, si unì.


E Garibaldi, come era nel suo carattere, non perse tempo.

Ben conscio dell’importanza del ruolo che esse avrebbero potuto svolgere nella sua impresa, dato anche l’esiguo numero dei suoi uomini, in raffronto al numero dei soldati regi del Borbone, decise di coinvolgere le popolazioni locali attraverso la emanazione e la diffusione di un immediato Proclama.

Capì dunque subito il prode generale, che quel giovane temerario, ricercato dalla polizia borbonica, tornava utile al compimento dei suoi disegni preparatori in quella che sarebbe divenuta una marcia vittoriosa fino a Napoli.

8.11.2026

Il Manuale del perfetto orologiaio

 


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Capitolo Terzo

 

«E tu come ti chiami?»

«Sono Giuditta, la nipote dell’Anselmo».

«Io però non ti avevo mai visto prima d’ora».

«In effetti non è da tanto che sto qui al Magazzino ad aiutare lo zio…»

«Eh sì che ti avrei notata se ci fossi stata. Non puoi passare mica inosservata, sorbole!»

Giuditta fu lusingata da quelle parole. Lei ci era abituata ai complimenti, anche se era strano che a farglieli fosse quella donna dall’accento così buffo e dal fisico mastodontico. Fuori lo sciabordio dell’acqua, senza soluzione di continuità, segnava lo scorrere del tempo.

«Sei davvero molto bella, lo sai?», aggiunse ancora il donnone dal buffo accento forestiero.

Giuditta, per niente imbarazzata, arrossì non di meno lievemente.

«Mo’ certo che lo sai! Chissà quanti uomini ti han già messo gli occhi sopra!», aggiunse la donna, presentandosi subito dopo. «Io mi chiamo Maturina e sono la padrona della casa alla Sconcia, giù al Borgo San Giorgio. Tu sai cos’è la Sconcia, nevvero?»

Giuditta lo sapeva. E non soltanto perché nei registri di magazzino figurava quel nome per la fornitura del sapone e di certe pezze di lino. Aveva sentito quel nome in bocca a molti uomini.

Tra i tanti complimenti ricevuti, lontano dalle orecchie attente di Anselmo, c’era stato persino qualcuno che le aveva confessato che neanche alla Sconcia aveva visto una ragazza più bella di lei.

Ma Giuditta aveva imparato ad ascoltare senza rispondere.

«I tuoi genitori stanno qui a Ferrara anche loro?» chiese ancora l’anziana donna, che voleva completare il quadro di quella giovanetta che aveva suscitato la sua curiosità.

« Sono morti» disse la ragazza, senza apparente emozione. «Il mio papà era un affermato commerciante di tessuti e filati e si trovava nelle Fiandre con mia madre, sorella dello zio Anselmo, quando entrambi vennero aggrediti e uccisi da dei briganti» finì di raccontare la ragazza.

«Oh, ma che brutta disgrazia» esclamò la donna trasalendo. Poi, tornando a quel suo tono scanzonato, aggiunse: «Se un giorno ti stancassi di fare la magazziniera a tuo zio, vienimi a trovare alla Sconcia. Per una ragazza bella e sveglia come sei tu, avrei una proposta che è qualcosa più di una semplice offerta di lavoro!»

«Ci penserò!», rispose in un modo sicuro Giuditta, finendo di conquistare l’anziana donna.

Poi, udendo la voce di Anselmo che cercava la nipote, le due donne passarono a parlare della commessa che la Maturina era venuta a fare per la sua Sconcia.

Giuditta Maier aveva da poco compiuto 18 anni e da due anni, da quando era rimasta orfana, stava nella casa dello zio, che l’aveva ospitata insieme ai cinque fratelli più piccoli, tutti maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e Beniamino.

Suo padre Jacopo era discendente di una delle più ricche famiglie di conversos fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola, che  si erano  rifugiate a Ferrara dopo il decreto di espulsione del 1492.

 Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia Zatterini, la madre di Giuditta, nel corso di uno dei tanti contatti commerciali che intratteneva con l’impresa di famiglia, che gestiva il traffico fluviale tra il ducato di Ferrara e la Repubblica di Venezia, sino all’Adriatico,  nella grande casa,  con  i magazzini annessi, che  si trovavano a   Pontelagoscuro.

In quei magazzini arrivavano via terra parte le merci che il ducato d’Este allora esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal fiume,  alcune delle le merci importate: sale, carta, spezie, maioliche,  grano ed altri alimenti.

Era bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.

Il padre di Olimpia, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote, aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.

Giuditta aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta e la folta chioma bruna.

Ma quest’ultima, così come gli occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino, la cui misura era percepita in modo attenuato grazie agli zigomi assai alti e pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai delicati, seppure innestati in un fisico alquanto slanciato.

Il suo carattere  forte, determinato, volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli affari,  l’aveva spinta a interessarsi più di quanto accadeva nei magazzini dell’impresa,  che della conduzione della casa  e, una volta viste le sue peculiari capacità, lo zio era stato ben lieto di averla al suo fianco.

E fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e classificazione delle diverse merci che confluivano negli  sterminati magazzini, e lei lo seguiva con quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta, all’improvviso,  le mani tremanti e bramose di un uomo.

Giuditta, superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento, lo lasciò frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.

La sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva fornirle uno smisurato potere sugli uomini.

Ne trovò conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, giacque sfinito e appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso, Giuditta avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi, dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e in un altro tempo.

8.04.2026

Il Manuale del perfetto orologiaio

 


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Capitolo Secondo

 

 

«Le ho gabbate una volta, quelle sottane» si vantava Pietro Marino De Regis con gli amici della Nuova Accademia, riferendosi ai religiosi della Congregazione pontificia che lo avevano processato negli anni novanta del secolo precedente – «e le gabberò novellamente anche ‘stavolta!»

«Quante ne abbiam fatte con gli Incerti, eh Pietro?», interpose Girolamo Aleardi.

«E soprattutto quante ne faremo ancora!», rispose l’interpellato  sollevando la sua tazza  stracolma di vino.

«Giusto», interloquì un altro invitato, imitando il gesto del suo amico e sodale. «Brindiamo al nuovo che avanza!»

«Brindo ai dolci e femminili visi, che degli Incerti i cuori affranti, ieri allietarono conquisi, e cogli Increduli in avanti, a scapito di Ludovisi, conquisteremo ancor festanti!», improvvisò Gabriello Chiabrera, levando a sua volta il bicchiere.

Un coro di evviva, di prosit, ad maiora, e altri auspici che inneggiavano alle nobili frontiere delle nuove conoscenze ma anche alle crapule più prosaiche e volgari, si levarono in risposta ai versi improvvisati dal poeta; quella notte, come altre notti a seguire.

Pietro Marino De Regis, chiamato “Il Carminate”, era uno dei 144 membri, tra poeti, musicisti, pittori e artigiani, che avevano contribuito nel novembre di quell’anno del Signore 1623 a fondare la Nuova Accademia degli Increduli di Ferrara.

Si trattava in realtà di una rifondazione della precedente Accademia degli Incerti, sorta sempre a Ferrara molti anni prima e sciolta nel 1597 dalla Congregazione dell’Indice Paolino, per avere osato tradurre la Bibbia in volgare.

Con Girolamo Aleardi e Gabriello Chiabrera, era uno dei pochi sopravvissuti che poteva fregiarsi di essere appartenuto alla precedente fondazione accademica ferrarese.

«Raccontateci ordunque come riusciste ad aggirare quelle menti restie a ogni cambiamento!» chiese uno dei giovani affiliati che all’epoca di quei fatti era ancora in fasce.

«Sì, dai, Pietro, Girolamo, Gabriello, raccontateci i particolari di quel clamoroso inganno!» incitò un altro giovanissimo. Tutti i giovani come lui provavano una grande ammirazione per De Regis, Aleardi e quegli altri sodali che avevano fatto parte, nel secolo precedente, della mitica Accademia degli Incerti di Ferrara.

«Perché non sono nato venticinque  anni prima di oggi!» disse con nostalgia un terzo affiliato levando il suo bicchiere in alto!

«Ai bei tempi andati!» lo imitò un altro proponendo un ennesimo brindisi, subito imitato da tutti i presenti.

La tavolata contava, quella sera, una dozzina di affiliati, convenuti all’osteria “Del Drago”, dove un salone sarebbe stato sempre a disposizione di quei giovani assetati di vino, di esperienze e di avventure.

«Oste, finalmente ti fai vivo! Che fai ti sei dimenticato di noi?» disse Pietro Marino rivolto al titolare che si era affacciato in quella sala riservata, sicuramente per capire se occorresse qualche nuova fornitura.

«Servo vostro, messere! Comandate pure!» rispose l’uomo avvicinandosi al Carminate che era l’uomo più rappresentativo dell’allegra brigata. Quantomeno agli occhi dell’oste, dato che era sempre lui a pagare per quei bagordi.

«Portaci dell’altro vino. E anche di quel salame che sai tu con del pane a fette!» comandò De Regis con voce sicura!

«Non sia mai che ci si secchi la gola a forza di ridere e parlare» ribadì Girolamo suscitando le acclamazioni generali.

«E mandaci le portate con Caterina, se non ti dispiace» aggiunse un terzo, moltiplicando le risate e le acclamazioni di giubilo.

«Ordunque» prese a narrare Girolamo dopo uno sguardo d’intesa con Pietro Marino e con Gabriello «noi eravamo nell’anno di grazia 1596 quando per colpa di uno spione, che poi fece la fine che meritano gli spioni, ci sequestrarono una bibbia in volgare che la nostra accademia aveva tradotto e pubblicato grazie all’editore veneziano Manuzio in ben mille copie.»

«All’epoca Pietro Marino, era già un provetto orologiaio, nonché promettente e giovane poeta», riprese guardando il De Regis, dopo essersi scolato il rimanente vino del suo bicchiere.

«Tra i nostri amici, allora» riprese a raccontare Gabriello Chiabrera «era affiliato all’Accademia un nipote del duca d’Este…»

Caterina fece il suo ingresso con un vassoio ricolmo di vivande e un boccale di vino. Il narratore tacque e tutti gli sguardi si rivolsero nella sua direzione, non si sa se ammirati per l’abilità e la forza con cui trasportava i suoi carichi, oppure per la bellezza del suo portamento. Uno dei giovani associati corse ad aiutarla. Tutti sapevano che aveva un debole per quell’avvenente ragazza. Era stato lui infatti a chiedere all’oste che la incaricasse per la comanda. Caterina gli sorrise, colorandosi di un rossore pudico,  e poi, liberata dai pesi fece un inchino a Pietro Marino, prima di accommiatarsi. Tutti osservarono le sue forme leggiadre allontanarsi.

«Alle fortune amorose del nostro Ciro!» pronunciò Girolamo dopo avere riempito il suo e gli altri bicchieri.

I presenti risposero inneggiando alle venustà femminili.

Con il pane e il salame ancora in masticazione Pietro Marino, sollecitato dai presenti riprese a raccontare.

«Il duca Alfonso, che ci amava e ci proteggeva come quei figli che avrebbe voluti e che la sorte mai gli diede in dono, incaricò Cato e i suoi migliori avvocati di patrocinare la nostra difesa davanti all’Inquisizione.  Era sempre in rotta con il papato, non foss’altro per il fatto che i successori di san Pietro non vedevano l’ora di impossessarsi dei suoi feudi, così non perdeva occasione per dimostrare ai chierici che non li temeva affatto…»

«Forse saprete già che il duca Alfonso era di casa alla corte dello zio Enrico II di Francia, in rotta anche lui con il papa, per le solite beghe dei Francesi, che non avevano mai rinunciato a spostare la sede del papato a casa loro…» intervenne Girolamo mentre Marino si serviva ancora di pane e salame, innaffiandolo con il buon vino.

«Continua tu Girolamo, che adesso viene il bello!» disse Pietro Marino con la bocca piena di cibo, rivolgendosi ai commensali più giovani.

Nella sala si udivano soltanto le mascelle in movimento dei presenti, vogliosi di udire il resto della storia, ma vogliosi anche di placare il loro appetito giovanile.

«Noi la scampammo tutti alla grande!» intervenne Gabriello. «A me viene da ridere soltanto al ricordarmi le facce che fecero gli sgherri del papa quando lessero la memoria del grande Renato Cato e dei suoi colleghi dello Studium Juris del prode duca d’Este!»

Pietro Marino riprese la parola, dopo essersi asciugato la bocca per detergere le eventuali tracce del gustoso vino e del buon pane e salame con cui si era rifocillato, ascoltando i due veterani dell’Accademia che insieme a lui avevano vissuto quell’esperienza irripetibile, che tanto affascinava il popolo ferrarese e i giovani presenti in particolare.

«Con una dichiarazione dell’editore Manuzio, quegli avvocati immensi, erano riusciti a dimostrare che la Bibbia da noi composta in volgare, era stata stampata, seppure non diffusa, dal 5 al 14 ottobre 1582…» disse Pietro Marino, a metà tra il serio e il faceto, quasi che gli scappasse da ridere da un momento all’altro.

«E questo che significa?» Chiese Checchino,  il più giovane e inesperto tra gli affiliati della Nuova Accademia degli Incerti.

«Ma come che significa? Sta a sentire bischero che non sei altro!» disse Gabriello Chiabrera che   aveva delle chiare ascendenze toscane.

 «Quei dieci giorni costituiscono un periodo temporale che il papa Gregorio XIII, decidendo di riformare il calendario giuliano, aveva dovuto abolire per decreto, onde correggere le imprecisioni del precedente calcolo giuliano, recuperando il tempo in esso perduto».

«Hai capito adesso?» chiese Chiabrera rivolto a Checchino.

«L’Astronomia e la matematica non sono mai state il mio forte…» si schermì quello, continuando a non capire.

«Ma non capisci nulla allora? Si era creato come un vuoto nel tempo, un periodo giuridicamente nullo!» intervenne uno dei commensali.

«In quanto “vacuum ac nullus”, avevano chiosato gli abili difensori degli imputati accademici» riprese a spiegare Pietro Marino «in quel periodo non poteva essere validamente ascritto alcun crimine a chicchessia, in quanto “quod nullum est, nullum producit effectum”».

Adesso Checchino che qualche studio giuridico l’aveva pur fatto, aveva compreso.

«Ma questa è una beffa degna di messer Boccaccio, parola mia!» esultò felice, levandosi in piedi e proponendo un brindisi alle beffe dei letterati contro i potenti!

«Chi di latino ferisce, di latino perisce!» propose un altro ridendo.

«Insomma» si avviò a concludere il Carminate «dopo avere chiosato a lungo sui sommi principii di diritto canonico e civile, sui dubbi di giurisdizione e competenza, quei provetti principi dello Studium Juris Estense, capitanati da Renato Cato, conclusero in via pregiudiziale che un fatto commesso in un periodo soppresso per decreto, non poteva costituire e contenere alcuna fattispecie, né in fatto, né in diritto. Il risultato di questa agguerrita schermaglia, tra filosofia, scienza e diritto, fu che il Tribunale della Congregazione, forse pauroso di essere criticato, o peggio, deriso,  dovette assolvere tutti gli autori imputati.»

«Evviva il duca Alfonso d’Este e abbasso l’Inquisizione» gridarono a una sola voce i convenuti.

«E lo smacco  non finì mica lì per le bertucce rosse di Roma!» intervenne Girolamo. «Perché le Note Difensive redatte dallo Studium Estense furono intelligentemente fatte circolare, seppure in copia informale e per conoscenza, nelle più importanti corti europee, ciò che mise in seria difficoltà la cerchia aldobrandina, sempre attenta a non turbare troppo gli equilibri diplomatici. La Congregazione fu messa comunque  alla berlina dappertutto, in tutte le migliori corti d’Europa».

«Ci tenemmo la pancia dal gran ridere, con grande godimento, per diverso tempo!» esclamò il De Regis tenendosi davvero la pancia, che cominciava ad essere prominente, data la sua età che avanzava.

«E com’è che finì poi l’avventura dell’Accademia degli Incerti?» chiese ancora Checchino.

«Il duca Alfonso II, ormai al tramonto della sua vita, stanco e senza figli, sulla richiesta di scioglimento dell’Accademia chiuse tutti e due gli occhi, perché comunque l’assoluzione degli imputati, tra cui quella del suo nipote affiliato che tanto gli era caro, fu considerata negli ambienti politici e diplomatici dell’epoca, una sua vittoria personale» rispose Gabriello.

«Rimasti poi orfani dei grandi mecenati estensi, fummo  sfrattati da villa Marfisa. Così abbiamo continuato ad unirci in segreto, aggregando giovani talenti, sino ai nostri giorni» concluse Pietro Marino.

«La Congregazione, tuttavia» disse uono dei giovani  «non è che si rassegnò del tutto. Io so che sfogò tutta la sua rabbia potente contro l’editore Manuzio di Venezia, acerrima nemica dello Stato Pontificio, che aveva pubblicato la traduzione.»

«E capirai! Gli han fatto il solletico sotto i piedi al Doge di Venezia!» esclamò uno dei più anticlericali.

Tutti risero di cuore.

«Ma in fondo, questa è acqua passata che non macina più. Brindiamo all’oggi e al domani!» propose Girolamo sollevando in alto il suo bicchiere.

«E io vi giuro che ho in serbo qualche altro scherzetto per le cuffie rosse romane!» disse Pietro Marino con la sua consueta spavalderia. E tutti i presenti sapevano che il più abile orafo e orologiaio di Ferrara non parlava mai soltanto per vantarsi. Per cui quella sparata fu un ottimo pretesto per brindare ai futuri successi dell’Accademia degli Increduli.

Di  acqua sotto i ponti da quel tempo ne era passata tanta per davvero! Estintasi la linea diretta della casata degli Estensi (Alfonso, nonostante i suoi due matrimoni, era morto senza eredi legittimi diretti) lo Stato Pontificio era riuscito finalmente a inglobare i territori ferraresi del ducato sotto la sua sovranità, ed al posto dei duchi d’Este ora regnava a Ferrara un Legato Pontificio.

 

 

 

 

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