Beniamino
Zuncheddu, la storia di un uomo in carcere da innocente
Mentre mi accingo a
scrivere la recensione del film Zustissia, del regista Francesco
Piras, basato sul libro autobiografico “Io sono innocente” dedicato
alla storia di Beniamino Zuncheddu, detenuto ingiustamente nelle carceri
italiane per oltre trent’anni, penso a ciò che ho vissuto negli ultimi tre
decenni della mia vita.
È impossibile elencare tutto
quello di cui è stato privato quest’uomo, eroe suo malgrado, vittima del più
grave errore giudiziario di questi nostri travagliati tempi moderni.
La sua vicenda mi ha
colpito, prima come uomo e poi come avvocato che da più di quarant’anni si
muove nelle aule giudiziarie italiane, alla ricerca di comporre quel complesso
mosaico, che si suole definire con il termine di “verità giudiziaria”
o anche “giustizia terrena”, un bene più difficile da trovare, di quanto non si pensi nelle aule
di studio universitarie e nelle stesse aule giudiziarie, come la vicenda di Beniamino Zuncheddu
purtroppo dimostra.
È pur vero che l’errore
giudiziario costituisce l’eccezione, e non la regola, sia nel penale, sia nel
civile (mi limito a questi due ambiti processuali, ma il discorso vale anche per i procedimenti amministrativi e per quelli
tributari, anche se in quegli ambienti la “verità processuale” è ancora più
difficile da trovare).
E pur tuttavia il
pensiero che un uomo abbia scontato, da innocente, più di trent’anni in
carcere, è una cosa terribile, che non può lasciare indifferente, né il
cittadino, né ancor meno l’avvocato.
Appartengo con
convinzione a quella categoria di persone che preferisce di gran lunga sapere
che novantanove colpevoli sono liberi, piuttosto che apprendere di un innocente carcerato e innocente.
Credo fermamente che un imputato
possa essere condannato soltanto quando la sua colpevolezza emerga dalle carte
processuali al di là di ogni ragionevole dubbio.
Quando ancora insegnavo,
con i miei studenti intrapresi delle lunghe e proficue discussioni sull’importanza,
per una società che voglia definirsi civile, di predisporre tutti gli strumenti
per celebrare dei processi equilibrati e garantisti. Per smuovere i più
insensibili e confusi inventavo dei casi giudiziari dove degli apparenti
colpevoli risultavano poi essere innocenti, alla prova dei fatti, al vaglio di
un processo equo e garantista.
Questo anche per
dimostrare che nemmeno un arresto in flagranza di reato, a volte, è sufficiente
per decretare la colpevolezza di un imputato, laddove alcuni dei miei studenti
sarebbero stati pronti a votare una legge che facoltizzasse la polizia ad
eseguire una sentenza di morte immediata, di fronte a una palese condotta apparentemente
colpevole.
E ancora mi viene un
terribile prurito quando sento dire, da certi populisti dalla disinvolta tastiera,
che tre gradi di giudizio sono troppi.
Tre gradi di giudizio non
sono bastati per Beniamino Zuncheddu. C’è stato bisogno di un quarto grado,
straordinario, in verità, come l’istituto della revisione giudiziaria.
La pellicola è egregiamente
interpretata da Fabrizio Ferracane, nel ruolo di Beniamino Zuncheddu e da Michele
Riondino nella parte dell’avvocato Mauro Trogu, coautore del libro da cui è
tratto il film “Io sono innocente” e vero artefice, nella realtà,
del riscatto personale e processuale di
questa vittima innocente del sistema processuale italiano.
Il film “Zustissia”
si snoda su due binari paralleli: quello
di un triplice omicidio, maturato nell’ambiente pastorale e che venne
inopinatamente addossato al povero Beniamino Zuncheddu, nonostante i tre gradi
del giudizio, incredibilmente celeri e veloci, per un sistema giudiziario come
quello italiano, notoriamente ingessato e lento, al punto da essere definito da
qualcuno come “paralitico”; e quello della revisione, un istituto processuale
previsto quando, dopo i tre gradi canonici del giudizio, emergano prove nuove e
inconfutabili suscettibili di inficiare la ricostruzione della colpevolezza emersa nel procedimento logico e deduttivo che sta, o che dovrebbe
stare, alla base di ogni sentenza di condanna.
Come sia potuto accadere
che questo procedimento ricostruttivo sia risultato lacunoso e fallace nel caso
di Beniamino Zuncheddu non lo posso dire in questa recensione, altrimenti farei
uno spoiler che vi toglierebbe il piacere della visione di una pellicola che vi
consiglio di andare a vedere, perché merita
di essere vista: per la storia in sé, ma anche per la bravura del regista e
degli attori, tutti, nessuno escluso.
Quello che posso dirvi è
che il film è realizzato con una buona tecnica narrativa cinematografica, con
competenza giuridica nell’esaminare i necessari snodi processuali e con una
buona dose di fedeltà rispetto ai fatti.
Sullo sfondo di questa
triste vicenda giudiziaria, quasi in filigrana, la storia fa emergere la cruenta
stagione dei sequestri e la gestione
alla “Tex Willer” che un magistrato fuori dagli schemi, fece di quella orrenda,
terribile, stagione che vedeva i Sardi, quelli veri, autentici, lavoratori e
onesti, dileggiati per colpa di un pugno
di banditi, arrivisti, desiderosi di diventare ricchi per imitare la bella vita
dei villeggianti “smeraldini” e un giudice sceriffo convinto che la via della
legge fosse percorribile anche attraverso delle scorciatoie.
Beniamino Zuncheddu è
stato vittima di un sistema giudiziario troppo complesso e superficiale, incapace
di valutare con equità e buonsenso la
sostanza dei fatti; di magistrati distratti e di avvocati, quelli che hanno preceduto Mauro Trogu, ben diversi
dai suoi sistemi scrupolosi, intrisi di scienza giuridica e coscienza umana; e
nessuno mi può levare dalla testa che Zuncheddu sia rimasto vittima di luoghi
comuni troppo abusati e superficiali, da parte di uomini abituati a vedere in ogni pastore un uomo
pronto a delinquere, prono alla vendetta e attaccato alle sue leggi arcaiche
piuttosto che a quelle di uno Stato retorico e cialtrone. Laddove è giusto
rimarcare invece che i pastori sardi sono da migliaia di anni la colonna
portante dell’economia sarda, i custodi più attenti e gelosi del nostro
ambiente, delle nostre tradizioni e della nostra cultura identitaria. I veri
pastori sono dei grandi lavoratori, dediti al lavoro come nessuno, rispettosi
delle leggi, anche quando gli autori di quelle leggi si sono dimostrati insensibili alla loro essenza
identitaria.
Ma Beniamino è stato vittima anche di chi si era
convinto che la legge potesse percorrere delle vie alternative, più spicce e
meno garantiste, attraverso la gestione di una sorta di giustizia privata e personale.
Teniamoci strette nostre
le nostre garanzie e lasciamo le “americanate” alle pellicole di
Hollywood e ai fumetti nostrani; percorriamo sempre la via maestra della Giustizia,
ognuno nel suo proprio ruolo, magistrati, avvocati, cancellieri, ufficiali
giudiziari, testimoni e cittadini, ricordando che la giustizia vera si compone
di onestà, impegno, rispetto, attenzione, studio e passione nel trattare una
componente della vita, la libertà, che costituisce un bene primario,
insostituibile e impagabile.
Non so a quanto ammonterà
il risarcimento che lo Stato dovrà corrispondere a Beniamino Zuncheddu.
So soltanto che qualunque
cifra non potrà mai ripagarlo dei trentadue anni trascorsi da innocente senza i
suoi affetti, le sue montagne, le sue passioni, la sua libertà.


