8.22.2026

Storia dell'Italia Repubblicana-2

 


L’estromissione della sinistra filosovietica, comunista e socialista, dal Governo, fu la conseguenza immediata e diretta degli accordi siglati da De Gasperi a gennaio dello stesso anno 1947 nel corso della sua prima importante missione negli USA, in occasione della quale l’Italia venne inclusa nel Piano Marshall, dal nome del segretario di stato dell’amministrazione Truman allora in carica che, in realtà, aveva come definizione corretta, quella di “European Recovery Program”, ovvero ERP.

Il Piano ERP dell’amministrazione USA prevedeva l’elargizione di una somma pari a 13 miliardi e 200 milioni di dollari da distribuire ai sedici paesi europei inseriti come beneficiari nel Programma Europeo di Ricostruzione previsto dal Piano Marshall.

L’Italia aveva già ricevuto nel ’46 un acconto di 100 milioni di dollari, tanto per far capire che gli USA non scherzavano e i soldi c’erano davvero; e anche tanti. Nel giro di nemmeno 4 anni (1948-1951), gli Stati Uniti avrebbero fornito all’Italia un aiuto di 1,2 miliardi di dollari di allora.

Per capire appieno lo spessore autentico di questo intervento, bisogna tenere presente che dal 1946 ad oggi il Pil italiano è cresciuto di circa dieci volte in termini reali. Quindi, la “portata” del dono americano, aggiornata ad oggi, sarebbe la risultante di 12 miliardi di dollari. C’è un’ulteriore considerazione da fare: un dollaro del 1948 valeva circa dieci dollari odierni. Per capire l’entità vera, in termini di capacità reale di acquisto degli aiuti del Piano Marshall, è necessario moltiplicare 12 miliardi per dieci, ottenendo quindi la notevole cifra di centoventi miliardi di dollari, equivalenti a 111 miliardi di euro attuali.

Il Piano era abbastanza complesso e composito. Esso non prevedeva soltanto dei soldi concessi in prestito a un tasso agevolato (alla cui restituzione, invero, gli americani rinunciarono nel prosieguo). Una parte del valore veniva assegnato con l’elargizione di materie prime e merci da rivendere, ma con la clausola del reinvestimento condizionato alle politiche di produttività. Il ricavato delle vendite di quelle materie prime e di quelle merci regalate dagli USA agli Europei, aveva in pratica una destinazione vincolata: esso doveva essere reinvestito nel miglioramento tecnologico delle attività produttive, in modo tale da avvicinare i sistemi di produzione locale al modello americano, e in pari tempo, elevare i consumi dei cittadini europei a livello dei consumatori americani. Come si può intuire, non ha tutti i torti chi ha affermato che il programma di ricostruzione del piano Marshall fosse necessario ai suoi ideatori americani, almeno quanto lo era per i beneficiari europei.

Nella manovra economica del piano, infatti, non c’era soltanto un obiettivo politico e ideologico, teso a far convergere i paesi europei verso il pensiero capitalistico, in opposizione a quello comunista e sovietico; non c’è chi non veda che la maxi manovra di quell’investimento americano aveva un’evidente impronta di stampo roosveltiano, in linea con i principii del New Deal che, due decenni primi, avevano consentito al mercato interno degli USA di risollevarsi dalla grande depressione.

Gli stessi principii venivano perciò adesso esportati in Europa, ma è abbastanza facile capire che le ricadute del piano, cioè gli effetti moltiplicatori dell’investimento, si sarebbero riverberati nel sistema economico americano.

L’adeguamento tecnologico delle strutture produttive europee, infatti, non poteva non passare attraverso l’acquisto di infrastrutture e macchinari di produzione americana; l’acquisto di per se stesso, di quelle materie prime regalate agli europei, effettuato ovviamente dal governo americano in favore delle industrie locali, si era ripercosso, con il noto effetto moltiplicatore di keynesiana memoria, all’interno del sistema economico americano, contribuendo così a mantenere alto il livello produttivo delle industrie locali al livello dei ritmi produttivi elevati del periodo bellico; con una ulteriore ricaduta dovuta sicuramente al reinvestimento del ricavato di quelle merci e di quelle materie prime, cui gli europei si sentivano giuridicamente e psicologicamente vincolati,  nello stesso  mercato americano.

Insomma, si possono criticare gli americani per un milione di motivi; si può e si deve ribadire che essi non sono intervenuti in Europa per mero spirito umanitario, e in Italia non hanno certo rinunciato alla nostra soggezione politica e culturale, in termini sia di concessioni di basi militari d’appoggio, sia di un coinvolgimento sempre più stretto nella way of life americana.  Ma non si può tacere sul coraggio e sull’ efficacia che i metodi americani hanno avuto nel replicare il modello del New Deal in casa europea. L’alternativa, d’altro canto, sarebbe stato il modello sovietico. Qui non sto parlando di preferenze ideologiche, o di distinzioni di natura etica e morale; qui sto parlando di efficacia sul piano del benessere materiale e, a conti fatti, perfino del benessere spirituale, quantomeno in termini di libertà e di diritti. Mi sembra che ogni paragone, così come ogni ulteriore discussione, sul punto, sia davvero superfluo.

Il prezzo politico da pagare, conditio sine qua non del prestito, fu dunque l’estromissione delle forze filosovietiche dal governo.

Bisogna qui precisare e riconoscere che la partecipazione di queste forze filosovietiche (in pratica il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, denominazione assunta dal Partito Socialista Italiano nel 1943, a seguito della fusione con il Movimento di Unità Proletaria, e abbandonata nel 1947 dopo la scissione di Palazzo Barberini di cui parleremo più avanti), alla ricostruzione politica dell’Italia, distrutta e umiliata da vent’anni di fascismo e da una guerra scriteriata e folle, non fu di poco conto. Si conta infatti il loro coinvolgimento diretto dal 1944 al 1947: nei due governi di Ivanoe Bonomi (i primi governi post fascisti, dopo i due  del generale Badoglio), in quello di Ferruccio Parri e nei primi tre governi De Gasperi.

Peraltro, sia i comunisti del PCI, sia i socialisti del PSIUP, continuarono a dare il loro apporto fondamentale nell’ambito dell’Assemblea Costituente anche dopo l’estromissione dal governo, sino alla conclusione definitiva dei lavori, che sfociò nella famosa dichiarazione del 27 dicembre 1947 con cui si annunciava la conclusione dei lavori per la redazione della Carta Costituzionale, poi proclamata solennemente ed entrata in vigore pochi giorni dopo, il primo gennaio del 1948.

Il 1° giungo del 1947, come si diceva, il governo De Gasperi IV fu formato senza la partecipazione dei partiti della sinistra (l’esclusione richiesta dagli USA riguardava soltanto il Partito Comunista, dichiaratamente filosovietico, ma i socialisti, per non perdere il loro contatto con le classi dei lavoratori, preferirono seguire i comunisti fuori dal governo, finendo così nell’orbita di Mosca, anche per quanto riguarda i finanziamenti).

Pur tuttavia, le frange più moderate della sinistra, capeggiate da Giuseppe Saragat, l’11 gennaio del 1947, nel corso di una famosa riunione tenutasi a Palazzo Barberini, vogliosi di non subire alcuna influenza dall’Internazionale Socialista capeggiata dalla Russia, operarono una scissione dal PSIUP, ciò che gli consentì di prendere parte al Governo con la sigla Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.  Cinque anni più tardi, la sigla PSLI, verrà abbandonata a favore della più conosciuta PSDI (Partito Socialdemocratico Italiano).

Al di là di tutto bisogna riconoscere, come vedremo nel corso delle vicende illustrate nei capitoli immediatamente successivi, che due figure giganteggiano sullo scenario politico italiano in questi anni; due personaggi che eccellono su tutti: Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti.

Essi, pur nutrendo e coltivando ideologie diametralmente opposte, sono più simili di quanto finora le analisi storiche non abbiano saputo riconoscere; i due strateghi si fronteggeranno come fieri avversari in questi difficili anni in cui l’Italia, divenuta una repubblica, riemerge dagli orrori e dalle macerie della guerra, affacciandosi di nuovo alla luce della democrazia, dopo gli oscuri decenni del fascismo.

Saranno loro due i principali artefici della ricostruzione materiale e morale della neo nata repubblica. De Gasperi è stato un grande condottiero, a capo di otto governi consecutivi, in un periodo difficilissimo e delicatissimo, riuscendo a guidare la nave Italia fuori dalle tempeste internazionali, che la sballottavano come un relitto già conquistato e abbandonato  ai marosi; ma bisogna riconoscere che Togliatti ha svolto un ruolo fondamentale in tutte queste vicende; dall’opposizione, ovviamente; ma egli è stato il contraltare del suo antagonista; e quello, senza di questo, non sarebbe stato e non avrebbe fatto, ciò che è stato e ciò che ha fatto.

Si prenda atto di questa verità: anche Palmiro Togliatti dev’essere considerato un padre della patria italiana, per quanto il concetto di patria abbia ancora un significato; lo dico e lo sostengo senza retorica e prendendo le distanze dal pensiero e dall’ideologia comunista; ma questo non può togliere niente alle azioni poste in essere dal capo dei comunisti italiani durante i primi sette governi di De Gasperi (e anche prima), senza le quali, anche  la fruttuosa attività degasperiana (spesso conseguenza diretta delle azioni ostruzionistiche e di sbarramento dell’altro), non avrebbe avuto luogo.

Questo mostra la dinamica dei fatti umani e della storia e questo dobbiamo accettare.

Nell’ottobre 1947 viene stipulato il GATT («Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio»), con cui i paesi firmatari si impegnano a mantenere le tariffe doganali basse per liberalizzare i commerci. I contenuti dell’accordo porteranno nel 1995, alla trasformazione del GATT in WTO (Organizzazione mondiale del commercio).

Nel novembre del 1947 una risoluzione ONU prevede, nella Palestina da cui gli Inglesi se ne stanno andando, la creazione di due Stati: uno arabo palestinese e uno ebraico palestinese. Gli Arabi rifiutano questa risoluzione e dichiarano guerra al futuro Stato ebraico. Per gli Ebrei, invece, è un momento di esultanza: dopo quasi duemila anni, hanno di nuovo uno Stato. Questa risoluzione sarà come una ferita aperta nelle relazioni internazionali per tutto il secolo ventesimo; e lo è ancora nel presente secolo.

Una prima dimostrazione di come l’ONU, l’organizzazione internazionale, nata nel 1945 in sostituzione della Società delle Nazioni, per garantire la pace e l’ordine internazionale, si mostrerà ancora una volta fallimentare nella sua gestione; e forse non poteva essere altrimenti, paralizzata come essa era, ed è tuttora, dal diritto di veto dei cinque membri permanenti, i vincitori della seconda guerra mondiale, in seno al suo organo più importante, il Consiglio di Sicurezza.

Anche se in questo caso, il diritto di veto non è stato utilizzato e sicuramente sarebbe servita invece una preparazione più accurata del riconoscimento risarcitorio delle sofferenze patite dagli Ebrei nella persecuzione nazista, forse creando uno stato federato con i cugini palestinesi, senza quella netta divisione tra due stati che ha creato uno scompiglio non soltanto nella Palestina, ma in tutto il mondo, soprattutto tra i Musulmani, che hanno vissuto e vivono come un torto la creazione di uno stato in una porzione di territorio dal quale sono stati esclusi, scacciati e, nella migliore delle ipotesi, discriminati.

Si chiudeva così il primo biennio della repubblica italiana, mentre a Parigi si firmava il Trattato con cui l’Italia pagava lo scotto più bruciante della scellerata entrata in guerra, proclamata dal balcone di Piazza Venezia da Benito Mussolini davanti alla folla festante, appena sette anni prima, il 10 giugno del 1940.

fine capitolo primo

 

8.21.2026

Il Manuale del Perfetto Orologiaio - Nuova Edizione

 


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Capitolo Quinto

 

«Eccellenza, gli ospiti spagnoli sono giunti e chiedono di essere ricevuti» disse il primo segretario con una certa agitazione nella voce, affacciandosi alla porta dello studio che il vice legato aveva lasciata aperta in attesa dell’arrivo di quegli ospiti lungamente attesi.

«Finalmente! È tutto il santo giorno che li aspetto» commentò rivolto al suo interlocutore, interrompendolo. Poi, rispondendo al suo braccio destro aggiunse: «Falli accomodare e poi recati subito in sala da pranzo. Che tutto sia pronto a dovere per il desinare degli ospiti!»

Un uomo dal fisico atletico e dall’età indefinibile e apparente, tra i quaranta e i cinquant’anni, fece il suo solenne ingresso nell’ufficio. Seppure non tanto alto, aveva un passo marziale, in linea con la foggia dei suoi abiti, che avevano qualcosa di militaresco. La barba e i baffi, ben sagomati, erano neri e leggermente spruzzati di grigio, come la sua folta capigliatura. Che fosse un militare venne confermato dal colpo di tacchi che diede, scattando sugli attenti, per presentarsi al padrone di casa, andatogli incontro in segno di accoglienza e rispetto.

 

 

 

 

«Don Agostino Barozzi ho il piacere di presentarvi don Pedro Domingo Mendoza Martinez, inviato di sua maestà il re di Spagna Filippo IV! Don Pedro, lasciate che vi presenti il Presidente del Tribunale dell’Inquisizione di Ferrara, confermato in sede da Sua Santità, il nuovo papa Urbano VIII», disse subito dopo avere dato il suo caldo benvenuto all’ospite ed essersi a sua volta presentato, volgendosi all’indietro verso l’imponente figura di un  religioso vestito di bianco.

All’Hidalgo don Pedro, quell’accoglienza in pompa magna, piacque soltanto a metà. Apprezzò l’utilizzo della lingua spagnola, che i due prelati italiani, da buoni diplomatici, padroneggiavano assai bene.

E gli piacque, tutto sommato, la figura rotonda e gioviale del vice legato. Forse perché lo spagnolo lo  superava in statura; inoltre la sua stretta di mano, debole e soffice, denotava un carattere poco bellicoso, anche se gli suggeriva, per esperienza, di guardarsi le spalle dalle sue azioni segrete.

Ciò che più di tutto lo mise a disagio, anche se soltanto a un livello epidermico, fu però quel domenicano, dall’aspetto troppo fiero e troppo gaudente, per quel suo ruolo di inquisitore.

Don Pedro Domingo Mendoza Martinez era un vero e proprio hidalgo, intransigente e irreprensibile. Discendente dei Conquistadores  che nel secolo precedente avevano assicurato alla fede cattolica la parte centrale  e buona parte di quella meridionale del continente americano, nutriva la stessa cieca convinzione sulla infallibilità della dottrina e della fede cattolica, che gli faceva odiare tanto i mestizos  e    i conversos,  quanto i riformisti e gli eretici di ogni sorta. Per contro amava il suo sovrano e i principii della fede cattolica e per questo aveva accettato di entrare al servizio della Congregazione in difesa della Fede Cattolica. Ed era stato immesso direttamente dal re di Spagna nei ranghi dell’Inquisizione.

Nei primi anni, ancora giovanissimo, era stato istruito sulle tecniche investigative e su quelle dell’interrogatorio, che spesso sfociavano nella tortura, ogniqualvolta l’inquisito si rifiutava di confessare le sue eresie e di pentirsi. Poi, col tempo, era stato utilizzato come agente operativo, nei territori dell’immenso impero ispanico, coperto dall’immunità diplomatica ma ancora inquadrato nei ranghi della temibile e potente inquisizione spagnola.

«Ma, come mai, siete solo, eccellenza?», chiese Pasini Frassoni guardando oltre le spalle dell’hidalgo spagnolo.

«Il mio servitore non ama le riunioni conviviali; e padre Alonso de Barranquilla si è trattenuto in carrozza per completare i suoi vespri», disse il cavaliere spagnolo. «Vi sarei grato se ci poteste fare accompagnare ai nostri alloggi. So che il nostro comune amico vi ha raccomandato l’esigenza di una nostra autonomia».

«È tutto pronto, in tal senso. Tuttavia, il nostro comune amico, non mi perdonerebbe mai se vi facessi andar via senza avervi invitato a mangiare qualcosa con noi, dopo un così lungo viaggio! Vi farò accompagnare ai vostri alloggi subito dopo cena».

«Permettetemi allora che io vada a chiamare il mio assistente spirituale Padre Alonso de Barranquilla e  il  mio aiutante personale!» disse l’hidalgo ringraziando l’ospite per la sua gentilezza.

«Non incomodatevi, manderò uno dei miei servi a chiamarli» lo incalzò Pasini Frassoni.

Poco dopo, in effetti, un sacerdote, alto e magro, rigorosamente vestito di nero, fece il suo ingresso nell’ufficio del vice legato. Il suo nome era  Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, un gesuita che aveva in comune con i due compagni di viaggio soltanto la fede nello stesso Dio. Anche se a volte lui stesso dubitava che si trattasse davvero del medesimo Dio.

 

Dietro di lui seguiva dappresso  un gigante alto quasi due metri, con il naso schiacciato, le labbra prominenti e una testa enorme che i capelli corvini, tagliati corti, rendevano ancora più grande. Agli orecchi portava due orecchini di foggia azteca e gli occhi grossi e neri cerchiati di sangue suscitavano terrore solo al vederli.

Il suo nome originario, del tutto impronunciabile, era stato europeizzato come Tenoch Titancruz, anche se Don Pedro lo chiamava semplicemente Tenoch ed era praticamente il suo braccio armato. Era lui che provvedeva, invero assai volentieri, agli esercizi della tortura cui erano sottoposti gli eretici prima di confessare o di morire colpevoli e dannati. 

Seppure orami formalmente convertito al cattolicesimo, aveva conservato della sua stirpe originaria, e della classe dei guerrieri a cui suo bisnonno si vantò sino alla morte di essere appartenuto, l’animo truculento, lo spirito di abnegazione e di sacrificio per il suo credo, una forza erculea e una fiducia incrollabile nel potere costituito, di natura civile o religioso che esso fosse.

Portava con sé, ovunque andasse, un baule di legno dentro il quale custodiva le sue pinze strappa seni (che non disdegnava di utilizzare anche per schiacciare i testicoli dei prigionieri più riottosi), un imbuto di metallo, un otre della capacità di tre litri (con cui somministrava agli eretici l’acqua in dosi, sino al numero di sei) e una serie di funi e carrucole per lo stiramento delle ossa dei poveri malcapitati nella stanza delle torture dell’Inquisizione.

 

Il tempo di fare le presentazioni dei nuovi venuti che Don Giuseppe si affacciò sulla soglia.

«In sala è tutto pronto per la cena!», disse rivolto al suo diretto superiore.

«Benissimo. Don Giuseppe accompagna i nostri ospiti a rinfrescarsi dal viaggio e poi riportali qui, in sala da pranzo

E mentre don Giuseppe accompagnava i tre ospiti a rinfrescarsi, il vice legato e il presidente del tribunale attendevano in sala da pranzo i loro tre ospiti stranieri.

 

 

 

 

 

8.13.2026

Il manuale del perfetto orologiaio

 

 

 

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Capitolo Quarto

 



«Ecco, signor duca, nel raffronto tra le due mappe, si può apprezzare lo sviluppo della capitale in direzione nord», disse l’architetto Biagio Rossetti stendendo sul ripiano del tavolo due ampie carte rilevatrici.

Il duca Ercole I d’Este si era concentrato sulle due mappe della città di Ferrara. Una, di colore giallo, riportava la data del 1471 e ritraeva la città già ampliata da suo padre Borso; la seconda, di colore bianco e senza data, redatta dallo stesso architetto estense, pur avendo lo stesso formato della vecchia, riempiva la vasta area che dal Castello Belfiore e dal Palazzo Schifanoia, portava sino al Po di Volano, praticamente al confine con il territorio della Repubblica di Venezia.

«Non dimenticate di realizzare una possente cinta muraria a ridosso del fiume. Non sia mai che i Veneziani ritentino per quella via, la sortita già fallita per la via del mare», disse il duca, annuendo soddisfatto.

«Se vostra Eccellenza me lo conferma, qui, a ridosso della cinta muraria, io ho previsto la costruzione di una fortezza capace di ospitare una guarnigione fissa di cinquecento soldati e sino a quattrodici bocche da fuoco, puntate sul fiume».

«Confermo. Procedete quanto più speditamente potete», ordinò il potente duca che non vedeva l’ora di vedere la capitale dei suoi domini protetta anche nel punto più debole, quello settentrionale.

Così era iniziata, per volontà del duca Ercole I d’Este, alla fine del XV secolo, la realizzazione della direttrice nord, uno dei due assi ortogonali che abbracciavano lo spazio dell’addizione erculea che univa idealmente Palazzo Ducale alla Porta degli Angeli, a difesa delle incursioni delle temute milizie venete.

Oltre alla cinta muraria e a un profondo fossato ricolmo dell’acqua di uno dei bracci del delta del Po su cui anche allora si ergeva la capitale del Ducato, scavalcabile soltanto da un agile ponte levatoio, il duca aveva ordinato al grande architetto ferrarese che venisse costruita attorno alla Porta degli Angeli una fortezza militare.


Ai dodici cannoni a bocca di fuoco 120 voluti da Ercole I, più tardi, suo nipote Ercole II ne fece aggiungere un tredicesimo, il cannone denominato “La Giulia”, che suo padre Alfonso aveva fatto fondere con il metallo della statua di Giulio II che i ferraresi avevano abbattuto per festeggiare la morte dell’odiato papa Della Rovere.

Attorno a quella fortezza si era andato sviluppando, piano, piano, un agglomerato che, oltre agli alloggi e alle mense dei militari comprendeva tutta una serie di botteghe artigianali, di cascine agricole, di allevamenti di bestiame di diversa natura e numerose magioni, per lo più precariamente costruite con paglia impastata a mattone crudo a presidio di orti e frutteti che, numerosi più delle case, abbellivano quella vasta superficie, nota con il nome di Bellaria, che si estendeva dalla città medioevale originaria sino alla novella cinta muraria settentrionale e che doveva restare comunque scarsamente popolata ancora per molti secoli.

Questo agglomerato, sorto senza un piano urbanistico preciso, ma che non di meno, aveva conquistato l’altisonante appellativo di Borgo del Barco, aveva creato una fiorente rete economica di scambi e commerci che, grazie ai contributi versati in termini di conferimenti annonari, tributi civili e decime religiose, era riuscita a farsi riconoscere dalla amministrazione comunale centrale dalla quale comunque dipendeva sia, ovviamente, dal punto di vista militare, sia dal punto di vista amministrativo e religioso.

Fra quelle botteghe e baracche del Barco del Duca, come veniva indicato ufficialmente nelle carte, a ridosso di un’enorme porcilaia con annesso un macello, di cui si servivano tutti gli allevatori del borgo, spiccava una costruzione in pietra dove, per anni, aveva operato una taverna che, dietro l’ambigua denominazione di “Osteria del Buon Samaritano”, ospitava una casa di meretricio che alleviava non solo le inevitabili solitudini dei soldati di stanza nella fortezza, ma serviva ad allietare anche le noiose serate dei giovani guardiani degli orti e degli artigiani del Borgo.

La taverna era stata chiusa dalle autorità alla fine del 1500, anche se certi documenti sembravano attestare invece la data del 1577, quando in città erano stati accertati alcuni casi di un morbo che, ai sintomi della peste sembrava sommare i caratteri di una nuova malattia nota con il nome di sifilide. La casa era stata confiscata a seguito di una condanna penale che era stata inflitta ai gestori e proprietari dell’infame osteria, ma il clamore e la paura che quella notizia avevano suscitato in tutta Ferrara erano stati così eclatanti che nessuno aveva voluto più abitare in quella casa, soprannominata dopo la chiusura, la casa colombiana.

Fu lì che il vice legato Pasini Frassoni decise di sistemare l’emissario spagnolo del cardinale Garzia Mellini e il suo seguito. Ed è certo che don Pedro Domingo Mendoza Martinez, se anche avesse mai saputo la storia degli alloggi a lui riservati da quel referente togato, non avrebbe avuto alcuna riserva ad occuparli, tanto più che quella nomea popolare, ai suoi orecchi, sarebbe suonata come un’eco delle prodigiose gesta dei suoi valorosi antenati conquistadores.

8.12.2026

Dalla Sicilia al Piemonte con Garibaldi

 

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Dalla Sicilia al Piemonte con Garibaldi

Un amore garibaldino

Romanzo storico

PROLOGO

«Se non riporti immediatamente indietro questa carretta, con equipaggio, carico e passeggeri, quant’è vero che mi chiamo Gaspare Nicolosi da Mazara del Vallo, ti faccio saltare in aria il cervello, compreso il berretto da capitano che ti ritrovi in testa!»

Il capitano del vapore Santorini, battente bandiera greca, che era salpato dal porto di Marsala appena due ore prima, si ricordò del proverbio che sentiva ripetere, dai marinai greci e italiani, sin da quando era un giovane mozzo di coperta ed aveva appena iniziato a solcare i mari del Mediterraneo, mentre con la coda dell’occhio inquadrava la faccia decisa di quel giovane italiano dai baffetti ben curati e dall’incarnato scuro.

Una razza, una faccia!”  ripeté tra sé, con un brivido, che egli preferì attribuire al freddo metallo di quella pistola che gli premeva la tempia destra.

Il capitano Johannes Liarkònos pensò anche a sua moglie Rinaci, alla quale aveva promesso di invecchiare insieme e che l’aspettava a Corfù, indaffarata nei preparativi per il matrimonio prossimo della loro primogenita.

Decise che non valeva affatto la pena rischiare e, anche se gli costava da matti, intraprese la manovra di inversione della rotta, non senza avere tranquillizzato quell’esagitato giovanotto, pregandolo di spostare la canna della pistola dalla sua tempia.

 Sì, quell’uomo aveva una faccia familiare; probabilmente era siciliano, come aveva detto di essere, ma dalla faccia poteva benissimo essere un greco; ed un suo connazionale, davanti ad un rifiuto non accetto, avrebbe sicuramente fatto fuoco.

Fu così che Gaspare Nicolosi, poté rientrare nel porto di Marsala dove erano diretti i due brigantini “ Piemonte” e “Lombardia” che egli aveva visto virare verso il porto siciliano giusto in tempo per chiedere al comandante greco del Santorini di invertire la rotta.

Ora che arrivava Garibaldi che senso aveva per lui scappare a Malta? Meglio combattere e morire che fuggire! Adesso che il generale nizzardo era finalmente giunto gli sgherri del re di Napoli avrebbero trovato pane per i loro denti, e lui non si sarebbe più nascosto, anche se veniva ricercato come pericoloso nemico della legge.

Su quei brigantini, a lungo attesi in Sicilia, in quella primavera avanzata del 1860, viaggiavano Garibaldi e i prodi garibaldini che presto avrebbero intrapreso una leggendaria marcia di liberazione ed ai quali egli voleva ardentemente unirsi, come di fatto, in quello stesso giorno, si unì.


E Garibaldi, come era nel suo carattere, non perse tempo.

Ben conscio dell’importanza del ruolo che esse avrebbero potuto svolgere nella sua impresa, dato anche l’esiguo numero dei suoi uomini, in raffronto al numero dei soldati regi del Borbone, decise di coinvolgere le popolazioni locali attraverso la emanazione e la diffusione di un immediato Proclama.

Capì dunque subito il prode generale, che quel giovane temerario, ricercato dalla polizia borbonica, tornava utile al compimento dei suoi disegni preparatori in quella che sarebbe divenuta una marcia vittoriosa fino a Napoli.

8.11.2026

Il Manuale del perfetto orologiaio

 


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Capitolo Terzo

 

«E tu come ti chiami?»

«Sono Giuditta, la nipote dell’Anselmo».

«Io però non ti avevo mai visto prima d’ora».

«In effetti non è da tanto che sto qui al Magazzino ad aiutare lo zio…»

«Eh sì che ti avrei notata se ci fossi stata. Non puoi passare mica inosservata, sorbole!»

Giuditta fu lusingata da quelle parole. Lei ci era abituata ai complimenti, anche se era strano che a farglieli fosse quella donna dall’accento così buffo e dal fisico mastodontico. Fuori lo sciabordio dell’acqua, senza soluzione di continuità, segnava lo scorrere del tempo.

«Sei davvero molto bella, lo sai?», aggiunse ancora il donnone dal buffo accento forestiero.

Giuditta, per niente imbarazzata, arrossì non di meno lievemente.

«Mo’ certo che lo sai! Chissà quanti uomini ti han già messo gli occhi sopra!», aggiunse la donna, presentandosi subito dopo. «Io mi chiamo Maturina e sono la padrona della casa alla Sconcia, giù al Borgo San Giorgio. Tu sai cos’è la Sconcia, nevvero?»

Giuditta lo sapeva. E non soltanto perché nei registri di magazzino figurava quel nome per la fornitura del sapone e di certe pezze di lino. Aveva sentito quel nome in bocca a molti uomini.

Tra i tanti complimenti ricevuti, lontano dalle orecchie attente di Anselmo, c’era stato persino qualcuno che le aveva confessato che neanche alla Sconcia aveva visto una ragazza più bella di lei.

Ma Giuditta aveva imparato ad ascoltare senza rispondere.

«I tuoi genitori stanno qui a Ferrara anche loro?» chiese ancora l’anziana donna, che voleva completare il quadro di quella giovanetta che aveva suscitato la sua curiosità.

« Sono morti» disse la ragazza, senza apparente emozione. «Il mio papà era un affermato commerciante di tessuti e filati e si trovava nelle Fiandre con mia madre, sorella dello zio Anselmo, quando entrambi vennero aggrediti e uccisi da dei briganti» finì di raccontare la ragazza.

«Oh, ma che brutta disgrazia» esclamò la donna trasalendo. Poi, tornando a quel suo tono scanzonato, aggiunse: «Se un giorno ti stancassi di fare la magazziniera a tuo zio, vienimi a trovare alla Sconcia. Per una ragazza bella e sveglia come sei tu, avrei una proposta che è qualcosa più di una semplice offerta di lavoro!»

«Ci penserò!», rispose in un modo sicuro Giuditta, finendo di conquistare l’anziana donna.

Poi, udendo la voce di Anselmo che cercava la nipote, le due donne passarono a parlare della commessa che la Maturina era venuta a fare per la sua Sconcia.

Giuditta Maier aveva da poco compiuto 18 anni e da due anni, da quando era rimasta orfana, stava nella casa dello zio, che l’aveva ospitata insieme ai cinque fratelli più piccoli, tutti maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e Beniamino.

Suo padre Jacopo era discendente di una delle più ricche famiglie di conversos fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola, che  si erano  rifugiate a Ferrara dopo il decreto di espulsione del 1492.

 Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia Zatterini, la madre di Giuditta, nel corso di uno dei tanti contatti commerciali che intratteneva con l’impresa di famiglia, che gestiva il traffico fluviale tra il ducato di Ferrara e la Repubblica di Venezia, sino all’Adriatico,  nella grande casa,  con  i magazzini annessi, che  si trovavano a   Pontelagoscuro.

In quei magazzini arrivavano via terra parte le merci che il ducato d’Este allora esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal fiume,  alcune delle le merci importate: sale, carta, spezie, maioliche,  grano ed altri alimenti.

Era bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.

Il padre di Olimpia, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote, aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.

Giuditta aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta e la folta chioma bruna.

Ma quest’ultima, così come gli occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino, la cui misura era percepita in modo attenuato grazie agli zigomi assai alti e pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai delicati, seppure innestati in un fisico alquanto slanciato.

Il suo carattere  forte, determinato, volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli affari,  l’aveva spinta a interessarsi più di quanto accadeva nei magazzini dell’impresa,  che della conduzione della casa  e, una volta viste le sue peculiari capacità, lo zio era stato ben lieto di averla al suo fianco.

E fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e classificazione delle diverse merci che confluivano negli  sterminati magazzini, e lei lo seguiva con quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta, all’improvviso,  le mani tremanti e bramose di un uomo.

Giuditta, superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento, lo lasciò frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.

La sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva fornirle uno smisurato potere sugli uomini.

Ne trovò conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, giacque sfinito e appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso, Giuditta avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi, dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e in un altro tempo.

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