9.30.2026

Pellegrino a Lourdes con il papa Leone



 "Quante divisioni di soldati ha il papa di Roma?" chiese un giorno Josip Stalin a una delle spie sovietiche da lui sguinzagliate nel mondo occidentale, per carpirne i segreti e le forze.

Chissà come e perché,  questa domanda insolente e proterva del dittatore,  georgiano di nascita e sovietico per elezione, mi è tornata in mente mentre pellegrino marciavo a Lourdes, il 26 e il 27 settembre appena scorsi. 

Spingevo anche io una carrozzella, in mezzo ai volontari dell'Unitalsi del Sud Sardegna e di tutta Italia. Eravamo in 150.000, nella sola Lourdes.

Poi ho visto in TV gli 800.000 di Parigi. Ho avvertito nell'aria, e ho sentito crescere nel mio animo, l'emozione per i sentimenti e il desiderio  di pace del mondo, mentre papa Leone parlava, nel suo francese perfetto, appena velato da un leggero accento straniero, che la stanchezza rendeva percepibile. 

Echeggiava dentro di me il grido davanti ai grandi del mondo, uniti nell'Assemblea dell'ONU,  di un altro grande papa, oggi santo: Paolo VI: "Jamais plus la guerre! Jamais plus la guerre! Jamais plus la guerre!"

Ho pensato: " Ecco, o Stalin le nostre divisioni. Noi siamo i soldati del papa! Procediamo con  le carrozzelle degli ammalati, dei deboli, degli ultimi. Imbracciamo le fiaccole accese nella processione mariana per la pace!"

Il pellegrinaggio non è fatto soltanto di eventi. Certo l'arrivo del papa a Lourdes è un grande evento che quest'anno è coinciso con il pellegrinaggio annuale  dell'Unitalsi e la sua Festa Nazionale. 

Tanto più in questo periodo di guerre, quando il mostro pluricefalo sembra pronto a inghiottire il frutto della pace, che Maria partorì, in quel giorno memorabile, in cui Dio si fece Carne in mezzo a noi.

Il pellegrinaggio è fatto anche di attese, di silenzi,  di domande. Le attese per il papa sotto il sole per la Messa  e per la Fiaccolata del 27 sono state estenuanti da un punto di vista fisico. 

Ma mentre si aspetta, si riflette. Che cosa ha spinto queste 150.000 anime a Lourdes da ogni parte del mondo? E gli 800.000 di Parigi? Cosa spinge i giovani verso la Chiesa, in questa epoca di materialismo, dove il virtuale ha preso il sopravvento sul reale e le nuove forze della Rete si allungano minacciose verso l'umanità? Che sia l'Intelligenza Artificiale il mostro dell'Apocalisse che la Regina della pace ha messo sotto i suoi piedi, ma che coninuamente insinua il suo calcagno, desideroso di ingoiare il Suo Frutto Benedetto?

La Fede è un mistero. Il mistero dell'Incarnazione, della Vita, della Morte. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Non so rispondere a domande così complesse. 

Io so soltanto quello che ho cercato io, nel mio cammino personale. Posso dire che ho ritrovato Dio, padre di Gesù, in cui non ho mai smesso di credere, neppure negli anni bui della mia ricerca. E a Lourdes, ho ritrovato  un'altra Madre. 

Non si possono descrivere certe emozioni, troppo intime e profonde per essere esternate e descritte. 

Però posso descrivere quello che ho visto con i miei occhi. 

I volontari dell'Unitalsi sono una realtà concreta. Sono i fratelli, che si chinano, con spirito di fratellanza e gratuità, verso i più deboli, gli ammalati, gli esclusi. Sono le loro gambe, camminano per loro e con loro. Anche questa è fede. Non servono studi di teologia per capirlo. Basta leggere il Vangelo.

Ecco le nostre armi, signori della guerra. Non siamo capaci, come voi, di usare altre armi. Impugniamo soltanto le Fiaccole, le carrozzine della Speranza, il Vangelo della pace.

Voi continuate a sparare, cercando un potere che non vi darà tregua e non vi soddisferà mai, perché ne vorrete sempre di più, come una droga che schiavizza nell'illusione della pace.

Cercate l'acqua che disseta per sempre, come la Samaritana al pozzo di Sicar.

Ma anche se continuerete a sparare, non potrete ucciderci tutti. Infatti sta scritto che il male non prevarrà mai sul bene. Fermatevi dunque, e pentitevi finché siete in tempo. Fondete le vostre armi per costruire gli aratri, utili a seminare la terra. Ricordatevi che anche per voi verrà il giorno del Giudizio. Il vostro potere non vi salverà se non vi pentite. Ascoltate finalmente la voce di papa Leone e pregate la Madre anche voi, umili pellegrini della Terra.


9.16.2026

La vendetta del principe dimenticato

 



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Capitolo Quinto

 

 

 

A volte con Mauritius ce ne andiamo a bighellonare. Il mio amico ha la fissa di imitare il canto degli uccellini e usa una gabbia per catturarli.

«Zitto, adesso. Non fare alcun rumore!»

Dopo avermi intimato il più assoluto silenzio, Mauritius, appiattito e infrattato nel folto della vegetazione accanto a me, si prodiga nel richiamo dei cardellini. Abbiamo posizionato, poco distante, una gabbia per volatili. Nella parte superiore rimane aperta, con uno sportellino, anch’esso in fil di ferro, come il resto della gabbia, sollevato e collegato a una potente molla. La molla è mantenuta in tensione da una lunga striscia di canna da fiume (le stesse che si utilizzano per confezionare degli zufoli, ma spaccate in verticale), sulla cui concavità interna il mio amico ha spalmato uno strato di vischio, posizionandoci sopra numerosi semi di scagliola di cui sono ghiotti i cardellini. Mentre lo osservo riprodurre il suo richiamo ornitologico, appiattito nell’erba accanto a lui, il suo naso adunco e i suoi vispi occhi verdi, sembrano quelli di un rapace che aspetti una preda da ghermire; ma le sue intenzioni, almeno credo, non sono malvage.

 La sua idea è che grazie al suo richiamo il cardellino si avvicini fino a notare i semini sparsi sulla canna; con il suo peso, la canna libera la molla che fa scattare lo sportellino e il cardellino resterà intrappolato nella gabbia; salvo, ma prigioniero; finalmente potremo osservare da vicino il suo ciuffo rosso, le sue piume, le ali, il becco; e soprattutto udirlo e osservarlo mentre canta. Egli è convinto che una volta catturato il primo, poi ne seguiranno degli altri perché con il loro canto attireranno degli altri compagni; il cardellino infatti non vorrà stare da solo nella gabbia e richiamerà a sé tutti i suoi amici, ingannandoli pur di non restare solo.

Mauritius, di queste e di numerose altre cose, ne sa più di me. Di statura è un po’ più basso di me, ma di furbizia, di trucchi e di carattere ne ha da vendere. Anche troppo. Adesso che sto entrando meglio nel giro vero del circo, sto imparando a conoscere meglio i diversi suoi componenti. Thor e Giannino non lo prendono troppo sul serio; anzi, quando possono, a causa di questo suo carattere forte, cercano di ridimensionarlo, mettendolo spesso a tacere con epiteti offensivi ed espressioni non proprio elogiative. Io ammiro molto Thor e Giannino ma con Mauritius mi sento più a mio agio. Quando gli impegni del circo lo consentono mi piace andare a zonzo con lui; non solo ad acchiappare cardellini, ma anche a nuotare di nascosto al fiume e in giro per la campagna circostante, in cerca di frutti maturi, di volpi e di pigne da buttar giù con le pietre.

Ezequiel sceglie sempre un posto vicino al fiume e in aperta campagna per fissare la base del circo; dice che l’acqua è indispensabile per uomini e bestie e la campagna consente alle attività collaterali del circo di essere svolte in libertà. Queste attività collaterali, come le chiama lui, sono molte: Thor, ad esempio, è un fabbro provetto e sa costruire alla perfezione attrezzi per il caminetto, cancelli e ringhiere  in ferro; Giannino invece fa il barbiere e il cavadenti (io, per fortuna non ho avuto mai bisogno dei suoi servizi e spero di non averne mai; ma  i contadini e gli abitanti dei paesi vicini corrono a tagliarsi i capelli e soprattutto a farsi estrarre delle radici marce dalla bocca, appena sanno che il circo è arrivato; e portano ogni ben di Dio: pane, polli, pesci da arrostire, formaggio, salsicce e verdure in quantità).

Mauritius è troppo impegnato ad accudire gli animali e a fare le pulizie e quindi non ha tempo per fare altro. E poi, quando riesce a liberarsi, preferisce bighellonare per la campagna. Mi ha detto che lui ha idea di fondare un circo tutto suo e che se voglio, un giorno, potrò diventare suo socio. Sempre che io sia capace di ribellarmi a mia madre che vuole farmi studiare per diventare qualcuno (lui al proposito sostiene che i libri non servono a niente e la vita sta scritta da altre parti che non sui libri).

«Sargòn! Corri! È ora di pranzo! Presto che si raffredda il cibo!»

«Senti? È Iset che mi chiama. Adesso devo andare, Mauritius! Fammi sapere quanti cardellini hai preso!», dico strisciando all’indietro, cercando di non creare troppo scompiglio, per non rischiare di spaventare i volatili che siano stati richiamati dai versi del mio amico.

Di corsa ripercorro il sentiero verso il nostro carrozzone. Iset deve essere già rientrata nel carrozzone, perché non la vedo. Il tempo di lavarmi le mani nella tinozza che Ezequiel ha fatto posizionare al centro del campo, per l’igiene collettiva e sono subito a tavola. Ezequiel non inizia a mangiare se non siamo tutti e sei presenti a tavola: lui, Iset, le due figlie, Aritimos e io. Spero che non mi sgridi troppo duramente. Lui non ama i ritardi e le distrazioni. E considera la compagnia di Mauritius poco edificante per la mia crescita. Non fa niente per nascondere l’avversione che prova nei suoi confronti. In più di un’occasione mi ha detto che quel buono a nulla  non è una buona compagnia per me. Anche se so già che Iset mi difenderà di sicuro, dicendo che ho diritto a delle distrazioni, visto che eseguo i compiti e studio con diligenza. D’altronde anche Ezequiel mi apprezza abbastanza per l’aiuto che riesco a dargli volentieri.

Aritimos,  è orgogliosamente originario di Patrasso,   in Grecia; è   già avanti negli anni, ed è l’unico che può vantare una certa confidenza con i padroni del Circo; conosce  tutto sulle  erbe e sui composti chimici, ufficialmente esegue un numero da mangiafuoco, sputando fuoco dalla bocca dopo aver inserito nel cavo orale certi prodotti che lui solo conosce; forse per questo motivo ha un aspetto pallido ed emaciato; è un grande appassionato di matematica e filosofia e  gode fama di medico e farmacista, oltre che di  precettore.

 La fiducia incondizionata dei due coniugi proprietari del circo se l’è guadagnata quando, in occasione delle nascite delle due figlie, ha assistito la puerpera facendole ingerire certi decotti miracolosi e sistemando in maniera opportuna certi impacchi di malva, che hanno aiutato Iset nelle operazioni  del parto, aiutandola ad espellere con maggiore facilità le creature che aspettavano nel suo grembo di nascere; addirittura, in occasione del secondo e ultimo parto, ha salvato la vita di Iset, che aveva avuto delle emorragie abbondanti e pericolose. 

Questa fiducia gli ha ottenuto l’onore di mangiare alla mensa con la nostra famiglia e gode di un occhio di riguardo in tutto e per tutto; infine, come avrò modo di spiegare più avanti nel racconto, è stato incaricato da Ezequiel di condurre certi conteggi matematici attinenti ai suoi antenati; un misto di matematica e filosofia che li lega in una complicità unica e straordinaria.

   Astràm è un fantino di elefanti, di origine indiana; dal circo originario, non essendosi potuto portar via gli elefanti, ha preso con sé, avvolti in una stoffa di foggia indiana tre attrezzi: il thotti, un gancio lungo poco più di un metro e largo due centimetri e mezzo; il valiya kol, un palo assai più lungo del precedente, ma di identico spessore; e il cheru kol (palo corto).

 Rimasto senza occupazione specifica, in attesa di essere meglio impiegato, affianca Carletto nelle innumerevoli faccende di manovalanza indispensabili per il buon andamento di ogni circo che si rispetti; Ezequiel lo fa esibire con alcuni muli che lui è riuscito ad addestrare, utilizzando il suo gancio e i suoi pali molto particolari; ma per lui è chiaramente un ripiego e non vede l’ora di tornare in groppa ai suoi elefanti;  ha poco più di venti anni e ha aderito a una di quelle nuove religioni che sorgono spesso, in tutto il mondo, in ogni epoca; alcune destinate a morire col fondatore, altre, invece, votate a durare per tutta l’eternità.

Lui si dice certo che quella nuova religione, che ha conosciuto al suo paese prima di emigrare a Londra, appartiene a quelle nate per durare in quanto, a sentir lui, garantisce il benessere in terra e la salvezza eterna; per questo passa ogni minuto del suo tempo libero a leggere un libro, rigorosamente dalla destra verso la sinistra, che rappresenta il libro sacro della sua religione. Ma mai, in alcuna occasione, si è mostrato invadente, né fa discorsi di proselitismo, dato che la religione, soprattutto in quel nuovo circo, così ridotto, è l’ultima delle nostre preoccupazioni.

Chang, il cuoco cinese, che in realtà doveva chiamarsi Lu’ Chang, o qualcosa del genere, ha europeizzato il suo impronunciabile nome in Joe; non appartiene al settore degli artisti e ha un’età indefinita, un fisico rubicondo e un carattere gioviale, pur nella sua riservatezza; si diceva che fosse stato un eunuco, in un non meglio precisato e misterioso gineceo.

Carletto, il nanetto che ufficialmente è un aiutante di cucina di Chang è in realtà un factotum e gode della massima fiducia da parte di Ezequiel, ha un’età difficile da definire, anche se sicuramente è più giovane di Joe Chang; è molto attaccato al suo padrone Ezequiel, al quale lo lega un amore filiale, un grande rispetto e, nel contempo, un grande terrore.

Ricordo una volta, che aveva combinato non so che, ed Ezequiel lo aveva punito a colpi di frusta; lui, Carletto, si era protetto con il braccino corto e la mano aperta dalle sferzate di quello, supplicandolo che non lo avrebbe fatto più; sembrava più dispiaciuto di avere contrariato il suo padrone, che preoccupato dalla violenza delle sue frustate; con Joe Chang; sono legati da un’amicizia fraterna e sono praticamente inseparabili.

  Thor, uno scozzese dal pelo rosso, pieno di lentiggini, è un gigante veramente forzuto, al punto che tutti lo chiamano Hercules;  i suoi numeri preferiti consistono nel liberarsi dalle catene che lo avvolgono strettamente e nel sollevare sino a sei persone, tre per parte, con un’asta di ferro assicurata sulle spalle e perfino due persone, una per parte,  con una pertica di legno tenuta tra i denti; in entrambi i casi Ezequiel ha l’accortezza di coinvolgere il pubblico, per evitare dubbi sulla reale forza dell’energumeno celtico; due persone scelte a caso controllano quindi la reale consistenza delle catene che stringono il forzuto, mentre altre due si aggrappano saldamente alle due estremità dell’asta che Thor stringe tra i denti (proteggendosi soltanto con uno straccio che gli consente di rafforzare la presa) e vengono regolarmente  sollevate da terra per diversi, interminabili secondi;  io lo ammiro parecchio perché sento che ha un gran carisma positivo e gode di un certo ascendente nei confronti del sesso femminile.

 Giannino infine è un fromboliere, che riesce a gestire, facendole ruotare per aria con le mani e con i piedi, fino a sette palle, ma ha anche una certa abilità con le carte e con i dadi; conosce dei trucchi capaci di incantare adulti e bambini e di imbrogliare tutti quanti; il suo trucco più famoso è quello delle tre carte; Ezequiel gli raccomanda sempre di non esagerare e di non praticarlo mai al di fuori del circo perché è un gioco che procura tanti guai; infatti a forza di perdere i giocatori si insospettiscono e finiscono per pensare che dietro ci sia un inganno; e allora volano le denunce e certe volte anche le mani. Giannino   inoltre fa il cavadenti ed è un abile barbiere, anche se Iset non vuole che io mi faccia tagliare i capelli da lui. Lui non se la prende ed è molto simpatico e gioviale anche con me. Con Thor sono molto affiatati. Incarnano la forza e l’abilità e vanno molto d’accordo.

 

9.06.2026

Storia dell'Italia Repubblicana

 




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Il 1949

I Legislatura

·       De Gasperi-V(23 maggio 1948 - 26 gennaio 1950)

 

Il 1949 è il secondo anno della prima legislatura e del settennato di Luigi Einaudi.

Sul piano interno inoltre, quest’anno è caratterizzato da una continuità del governo De Gasperi, il quinto (ma il secondo senza la presenza delle sinistre, estromesse dal veto del segretario di stato USA George Marshall, a nome dell’amministrazione Truman).

Oltre al ministro Segni, che insiste nella sua politica tesa a favorire la formazione della piccola proprietà contadina nel mezzogiorno e nelle isole, abbiamo in grande spolvero il ministro del lavoro Amintore Fanfani, un altro dei cavalli di razza della DC, promotore della legge n. 43 del 28 febbraio, che stabilisce il famoso, benemerito piano casa che giornalisticamente porta il suo nome come “Piano Fanfani”.  In quattordici anni questo piano casa provvederà, tramite un’apposita branca dell’Istituto Nazionale Assicurazioni (denominato INA casa), a dare un’abitazione a milioni di italiani. Un intervento economico davvero brillante di stampo keynesiano che perfino il liberale Einaudi si sentì in dovere di sostenere.

A marzo De Gasperi, in attesa che l’agricoltura dia segni di risveglio e ritorni a livelli di produzione ottimali, sottoscrive l’Accordo Internazionale del grano, assicurando all’Italia, a prezzi accettabili e predeterminati, i prodotti cerealicoli degli Stati Uniti e del Canada. Prosegue inoltre l’attività governativa di rivendica degli immobili già appartenuti alle istituzioni del partito fascista che vengono così acquisiti al patrimonio immobiliare dello Stato.

L’azione del governo De Gasperi, nel suo complesso, prosegue inoltre a consolidare e formalizzare l’adesione dell’Italia al nascente Patto Atlantico (che vedrà formalmente la luce nell’aprile di quello stesso anno 1949).  Il 6 gennaio, infatti, il governo aveva già redatto un memorandum, indirizzato al segretario di stato Usa, in cui si chiedeva esplicitamente l’appoggio dell’America all’adesione dell’Italia alla nascente Organizzazione.

Il governo italiano sente forte l’esigenza di concludere il processo di vicinanza ai paesi occidentali di stampo capitalistico; e non soltanto per ragioni economiche, dal momento che i soldi del Piano Marshall hanno già cominciato ad affluire in Italia e subirebbero un repentino arresto, se il paese si allontanasse dall’area ideologica di riferimento degli USA. Vi sono anche delle motivazioni politiche, ovviamente, ma possiamo affermare che queste ultime si sposano alla perfezione con le motivazioni economiche le quali, a ben vedere, ne costituiscono in realtà un giusto e conseguente complemento. Ma tra gli USA e l’Italia non ci sono soltanto rose e fiori. Gli Americani non vedono di buon occhio l’attivismo aggressivo di Enrico Mattei; così, il 16 giugno, le Sette Sorelle, sulle pagine del NYT, attaccano la politica petrolifera portata avanti dal presidente Mattei, alla guida dell’AGIP.

Vi sono però anche in Italia delle forze contrarie all’adesione alla Nato: sono le forze socialcomuniste, che non hanno certo rinunciato ai loro progetti di portare il paese nell’orbita di Mosca.  Ed ecco, che appena due giorni dopo dall’invio del memorandum con cui De Gasperi chiedeva il sostegno diretto di Marshall per l’ammissione del nostro Paese all’Alleanza militare dei paesi occidentali e antisovietici, l’otto gennaio, in Puglia, tremila lavoratori in corteo marciano contro il governo. E il giorno dopo, i lavoratori di Modena, che non vogliono restare indietro, scendono in piazza dopo un comizio elettorale. In entrambe le circostanze, i celerini del ministro Scelba, caricano i cortei a manganellate.

I due cortei non manifestano apertamente contro l’adesione dell’Italia alla Nato; i lavoratori avanzano pretese legittime sul miglioramento dei salari e delle condizioni di vita, ma appare evidente che dietro questi cortei c’è la regia di Togliatti e dei leader dei socialisti Nenni e Di Vittorio (e dietro di loro c’è il baffone di Josip Stalin, voglioso di papparsi il topolino italiano). Come se non bastasse, a rafforzare le ragioni del no, intervengono i dissidi nella DC e nel PSDI che, pur alleato di governo, ha una forte componente al suo interno, contraria all’ingresso dell’Italia nella Nato.

Sarà per tutto l’anno 1949 un susseguirsi di botta e risposta tra il governo De Gasperi, impegnato nei diversi passaggi governativi e parlamentari di adesione alla Nato e le sinistre che convogliano in piazza, a ripetizione, migliaia di lavoratori. Ci sono anche dei morti tra i manifestanti. Il governo è diviso tra l’esigenza di mantenere l’ordine pubblico e la paura di dare alle sinistre ulteriori ragioni di protesta e di contrasto, mentre le sinistre, pur sapendo della cieca determinazione di Scelba a mantenere l’ordine pubblico, e forse proprio per questo motivo, non esitano a fare scendere in piazza i lavoratori.

Questa delle sinistre è una strategia che non ha come obiettivo la lotta cruenta per sovvertire le istituzioni democraticamente elette nell’anno precedente, preferendo invece tenere alta la tensione, relegando sullo sfondo l’ipotesi di uno scontro finale, in attesa di ordini perentori e precisi da parte di Mosca.  Se non probabile, non si può comunque escludere, che l’adesione dell’Italia alla Nato sia stato il giusto deterrente per evitare quella rivolta civile delle sinistre che, superato il limite dello sciopero e della manifestazione dei lavoratori, avrebbe facilmente portato alla guerra civile e alla resa dei conti finale per la presa del potere con le armi in pugno, nelle piazze italiane.

Mosca, assai più lungimirante e riflessiva di certi comunisti nostrani (alla Giancarlo Pajetta, per intenderci), deve aver ben valutato i rischi di una guerra civile italiana che, in caso di sconfitta delle sinistre, avrebbe messo a rischio il consolidamento delle forti posizioni acquisite dall’URSS nella frontiera orientale europea.  E nella paura che il suo coinvolgimento potesse offrire un pretesto a Washington per rivedere il quadro internazionale d’insieme in Europa, Mosca non diede mai il via alla discesa in armi propugnata da molte teste calde del Partito Comunista Italiano.

A luglio l’iter formale di adesione dell’Italia al Patto Atlantico si concluderà felicemente con la ratifica del Parlamento. Lo strappo con le sinistre, soprattutto, con quelle interne al governo (la sinistra democristiana e l’ala più rigida e intransigente del PSDI che si opponeva al lealista filoatlantico Saragat), si celebrerà con la caduta del governo. Ma vedremo più oltre che, nel gennaio dell’anno successivo, De Gasperi provvederà a formare il suo sesto governo senza i socialdemocratici (ma, riuscendo a evitare il monocolore, con l’ingresso e l’appoggio esplicito e diretto del Partito Repubblicano e del Partito Liberale).In questo stesso anno nasce il Consiglio d'Europa con il Trattato di Londra viene fondato il Consiglio d’Europa, firmato da dieci paesi tra cui l'Italia. Si registra inoltre la divisione della Germania in Repubblica Federale ad ovest e Repubblica Democratica ad est.


8.31.2026

Storia dell'Italia Repubblicana

 


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Capitolo Secondo

Le elezioni dell’aprile 1948 e gli altri governi De Gasperi

(1948-1953)

I Legislatura

·       De Gasperi-V(23 maggio 1948 - 26 gennaio 1950)

·       De Gasperi-VI(27 gennaio 1950 - 25 luglio 1951)

·       De Gasperi-VII(26 luglio 1951 - 15 luglio 1953)

II Legislatura

·       De Gasperi-VIII(16 luglio 1953 - 16 agosto 1953)

 

Il 1948

Se c’è un anno davvero importante nella storia repubblicana dell’Italia è il 1948.

E non solo e non tanto perché il primo gennaio di quell’anno entra in vigore la Costituzione. Brillerà come  il sole, illuminando i primi decenni della Repubblica, scacciando le tenebre  del ventennio  appena scorso,  sostituendo uno Statuto che,  magari buono cento anni prima, si era dimostrato inadeguato a porre un freno alle prepotenze di un regime schivo delle libertà, indifferente al progresso, incurante dei diritti, ripiegato su sé stesso e sui sogni di una gloria passata che produce sempre disastri,  quando viene impiegata a sostituire la visione del presente e la programmazione del futuro.

Nel mese di dicembre di questo stesso anno, a New York, sarà adottata la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Pur tuttavia l’evento più importante che caratterizzò questo primo anno di formale esistenza della nuova Italia, è costituito dalle elezioni del 18 e del 19 aprile, quando lo scontro tra due fronti contrapposti, quello democratico cristiano e quello socialcomunista, assunse una connotazione storica, la cui importanza forse sfuggì agli stessi interpreti di quell’agone fondativo.

Nessuno può dire cosa sarebbe successo se avessero vinto i partiti simpatizzanti di Mosca e dintorni, perché, lo ripetiamo, la storia non può farsi con i sé e con i ma.

Non di meno, dopo le invasioni del ’56 e del ’68, dopo aver visto le miserie morali e materiali sopravvissute al crollo dei regimi comunisti del 1989 nei paesi dell’ex Patto di Varsavia e, soprattutto dopo aver visto nel febbraio del 2022 il trattamento che Mosca ha riservato a uno degli ex paesi federati dell’Unione Sovietica, l’Ucraina, è facile immaginare che il destino dell’Italia sarebbe stato ben più misero e meschino di quello toccatole con la vittoria netta del fronte democristiano.

Qui non si tratta, sia ben inteso, di soprassedere ai limiti e alle storture che la nostra fragile democrazia ha visto in quegli stessi decenni di oppressione e sovietizzazione vissuta nei Paesi dell’Europa orientale, dove invece si imposero i partiti comunisti. Tutt’altro.

Parleremo e a lungo e in maniera quanto più approfondita possibile, dei servizi segreti deviati, delle bombe devastanti, dei troppi misteri mai risolti, dei servitori dello Stato infedeli, di nanetti che si ergevano, su trampoli posticci, sull’orizzonte della storia italiana, incapaci e rapaci; non taceremo i difetti e le incompiute della nostra fragile repubblica, la vergognosa soggezione, la cieca riverenza alle paure ancestrali degli americani (che invero soltanto Bettino Craxi riuscirà, in un’importante occasione, forse troppo avanti, negli anni ottanta del secolo passato, a contrastare efficacemente e con orgoglio).

E non taceremo neppure dei finti eroi, dei pavidi baroni della democrazia cristiana, che lasciarono morire Aldo Moro, ad opera di assassini dal cuore di coniglio, generali di se stessi, comandanti senza truppe al seguito, rivoluzionari di un esercito proletariato inesistente.

Non nasconderemo niente del molto che abbiamo visto e diremo tutto di quello che abbiamo capito.

Però saremo sempre obiettivi e sinceri con i nostri lettori, nell’esporre i fatti, soprattutto nel descrivere ed esporre ciò che abbiamo visto e vissuto in prima persona. E se esporremo il frutto di una mediazione intellettuale, cercheremo di farla filtrare attraverso un prisma di luce e di colori autentici e veritieri.

Il 18 e il 19 aprile, dicevamo, si svolsero le elezioni per il primo Parlamento Repubblicano con i seguenti risultati di voto: Democrazia Cristiana 48,5%; Partito Comunista Italiano 31,0%; Partito Socialista di Unità Proletaria 7,1%; Movimento Sociale Italiano 2,0%; Partito Monarchico Italiano 2,8%; Partito Repubblicano Italiano 2,5%; Partito Liberale Italiano 3,8%.

Questo Parlamento si insedia l’otto maggio e, a Camere riunite elegge dopo tre giorni, l’undici maggio, il primo Presidente Costituzionale della Repubblica Italiana: Luigi Einaudi, economista di livello mondiale e Governatore della Banca d’Italia, già nominato il 5 gennaio del 1945 e ancora in carica quando venne eletto al Quirinale. Al suo posto, il 7 agosto di quello stesso fatidico 1948 venne eletto alla poltrona massima di Palazzo Koch, Donato Menichella, che resterà in sella sino al 1960.

Sin dall’inizio del suo mandato Menichella intese proseguire e rafforzare l’azione di risanamento da subito intrapresa dal suo predecessore quando già le nubi della guerra stavano per allontanarsi dai cieli italiani. La priorità era stata quella   di stabilizzare la moneta italiana dopo la bufera bellica. Occorreva inoltre ricostituire le riserve valutarie, azzerate dalla follia della guerra, e reinserire fortemente il paese nel nuovo quadro internazionale, ancorandolo in maniera solida alla realtà dei paesi occidentali.

E se il primo competeva ovviamente alle autorità monetarie, che lo assolsero brillantemente, il secondo era di spettanza del governo, che non si sottrasse certo al suo compito e che nella sua azione agì sempre di concerto con gli orientamenti di quella corretta e mirata politica monetaria, i cui obiettivi erano naturalmente cari anche al neo presidente della Repubblica, che li aveva impostati e perseguiti sin da prima di essere eletto al Quirinale, come abbiamo già visto.

Il governo aveva un compito immane davanti: la popolazione italiana era sfinita dalla guerra e privata perfino dei beni suscettibili di soddisfare i bisogni primari, con conseguente caduta dei consumi, oltre alle difficoltà nel commercio internazionale, interrotto da cinque anni di guerra. Sul fronte dell’offerta si trovava davanti un’industria danneggiata e vilipesa nelle sue strutture produttive, o nel migliore dei casi, adusa a produrre per la guerra e che andava quindi riconvertita a una produzione congeniale e necessaria alla pace; l’agricoltura non sta certo meglio. Strozzata dal latifondo e da un’arretratezza di capacità produttiva, che la posizionava agli ultimi posti nella classifica europea dei paesi più avanzati.

Su tutto e su tutti giganteggia la figura di Alcide De Gasperi (e il suo contraltare comunista, Palmiro Togliatti, come avremo modo di dire a più riprese) e dei suoi otto governi (i primi in epoca prerepubblicana e l’ultimo, l’ottavo, invero poco glorioso). Ma in campo agricolo un posto di rilievo lo occupa Antonio Segni, a lungo ministro dell’Agricoltura e delle Foreste, che perverrà ai vertici dello Stato nel 1962. Sarà lui a proporre una serie di interventi legislativi mirati a incrementare la piccola proprietà agricola in favore dei contadini e dei braccianti (e a discapito del latifondo), le bonifiche, il microcredito per l’acquisto di terre, il rinnovamento delle attrezzature, il miglioramento fondiario, le bonifiche. In questo anno 1948 spiccano il decreto legislativo 24 febbraio 1948, n. 114 e il successivo d.leg.vo 5 maggio 1948 n.1242, mentre già presenta in parlamento la legge di riforma agraria (che vedrà la piena luce soltanto alcuni anni dopo).

Intanto, il 2 aprile di questo stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti approvava il cosiddetto “Piano Marshall”, che prevedeva aiuti all’Europa distrutta dalla guerra per tredici miliardi e 200 milioni di dollari.

La parte spettante all’Italia, come già detto, dopo i 100 milioni di anticipo, ammontava a un miliardo e 200 milioni di dollari in valuta dell’epoca. Ma venne ribadito a chiare lettere in Congresso, che se avessero vinto i socialcomunisti, alle elezioni del 18 e del 19 aprile, neanche un centesimo sarebbe più partito verso l’Italia.

Qualcuno ha scritto che questa è stata la prima pietra della guerra fredda, che durerà sino al 1989 (e anche oltre).

Anche nella letteratura si vive questa contrapposizione tra le due anime del mondo, anche se in maniera decisamente più simpatica.

Rizzoli, infatti, proprio nel 1948 pubblicherà il primo dei capolavori letterari di Giovannino Guareschi che ha come protagonisti un pretone buffo e un ruvido sindaco dal cuore d’oro: Don Camillo e Peppone.

La vittoria di De Gasperi alle elezioni di aprile lo porta con ancora maggiore convinzione a sottoscrivere, il 28 giugno, un accordo di cooperazione con gli USA (l’accordo verrà ratificato dal Parlamento il 13 luglio).

E a Parigi, questa volta pochi giorni prima delle storiche, prime elezioni repubblicane di aprile, il Governo De Gasperi aveva sottoscritto gli accordi internazionali in materia economica europea, per i quali il Parlamento darà subito dopo l’autorizzazione per la ratifica.

La risposta dell’URSS si avrà nel gennaio dell’anno successivo, con la creazione del Comecon, il Consiglio di cooperazione per la mutua assistenza economica, che inizialmente vide impegnati sei paesi a conduzione comunista, ma che successivamente fu allargato ad altri sei (tra cui Iugoslavia, Cuba e Vietnam).

Insomma, la guerra fredda si giocò su tutti i fronti e costituì una contrapposizione costante tra i paesi di ispirazione capitalistica e i paesi comunisti (dal punto di vista della propaganda sovietica si parlava di contrapposizione tra i paesi imperialisti filoamericani capeggiati dagli USA e i paesi antimperialistici e democratici facenti capo all’URSS).

Il 14 luglio Palmiro Togliatti è gravemente ferito, con quattro colpi di pistola, dallo studente universitario Antonio Pallante.

Senza attendere le indicazioni del partito i militanti comunisti e la base operaia diedero inizio a un impressionante sciopero generale con occupazione delle fabbriche.  Riapparvero formazioni di ex partigiani armati e i militanti comunisti assaltarono la FIAT e alcuni dirigenti, tra cui Vittorio Valletta, vennero presi in ostaggio e comparvero le armi all'interno della fabbrica. Ufficialmente il partito non aveva ancora dato alcuna direttiva insurrezionale, ma si racconta che Cino Moscatelli e Pietro Secchia fossero favorevoli a un'azione rivoluzionaria. A Torino e Milano, in parte presidiate dai militanti comunisti, si svolsero grandi manifestazioni di piazza in cui si parlò di armi pronte. Scontri armati nel capoluogo lombardo tra comunisti e polizia terminarono con numerosi feriti e l'occupazione di altre fabbriche. A Genova il movimento insurrezionale fu ancora più esteso: si verificarono scontri tra militanti e forze dell'ordine con feriti, alcuni carabinieri e poliziotti furono presi prigionieri. Nella notte si eressero le barricate e il prefetto decretò lo stato d'assedio.

Tra i dirigenti del partito l'attentato a Togliatti provocò grande emozione. Qualcuno dice che alcuni di loro fossero in contatto con l’Unione Sovietica per chiedere il consenso e un aiuto all’insurrezione armata. In realtà i dirigenti comunisti preferirono attendere gli eventi senza sostenere esplicitamente l'insurrezione.

Il governo si dimise e lo stesso Togliatti, dal letto d’ospedale, dopo un intervento chirurgico andato bene, invitò i compagni alla calma. Anche Alcide De Gasperi, poco prima di dimettersi, diramò un comunicato via radio in cui si invitava tutti alla calma.

D’altro canto, come si ebbe conferma in seguito, l'Unione Sovietica era contraria ad avventure insurrezionali e le forze dell'ordine col sostegno eventualmente dell'esercito disponevano di una schiacciante superiorità militare, e non era da escludere un intervento diretto statunitense.

Il 16 luglio i dirigenti comunisti presero la decisione di bloccare l'evoluzione rivoluzionaria e arrestare lo sciopero.

Qualcuno sostiene che la vittoria di Gino Bartali nella tappa del giro ciclistico di Francia, avvenuta proprio il giorno dell’attentato, contribuisse a calmare gli animi esacerbati dei comunisti italiani. Io credo che l’effetto calmieratore lo ebbe l’accorato discorso che lo stesso segretario del Partito Comunista, come già segnalato, fece dal suo letto d’ospedale, con cui invitata i compagni comunisti a stare calmi, evitando altri inutili bagni di sangue.

 

 

 

 

8.22.2026

Storia dell'Italia Repubblicana-2

 


L’estromissione della sinistra filosovietica, comunista e socialista, dal Governo, fu la conseguenza immediata e diretta degli accordi siglati da De Gasperi a gennaio dello stesso anno 1947 nel corso della sua prima importante missione negli USA, in occasione della quale l’Italia venne inclusa nel Piano Marshall, dal nome del segretario di stato dell’amministrazione Truman allora in carica che, in realtà, aveva come definizione corretta, quella di “European Recovery Program”, ovvero ERP.

Il Piano ERP dell’amministrazione USA prevedeva l’elargizione di una somma pari a 13 miliardi e 200 milioni di dollari da distribuire ai sedici paesi europei inseriti come beneficiari nel Programma Europeo di Ricostruzione previsto dal Piano Marshall.

L’Italia aveva già ricevuto nel ’46 un acconto di 100 milioni di dollari, tanto per far capire che gli USA non scherzavano e i soldi c’erano davvero; e anche tanti. Nel giro di nemmeno 4 anni (1948-1951), gli Stati Uniti avrebbero fornito all’Italia un aiuto di 1,2 miliardi di dollari di allora.

Per capire appieno lo spessore autentico di questo intervento, bisogna tenere presente che dal 1946 ad oggi il Pil italiano è cresciuto di circa dieci volte in termini reali. Quindi, la “portata” del dono americano, aggiornata ad oggi, sarebbe la risultante di 12 miliardi di dollari. C’è un’ulteriore considerazione da fare: un dollaro del 1948 valeva circa dieci dollari odierni. Per capire l’entità vera, in termini di capacità reale di acquisto degli aiuti del Piano Marshall, è necessario moltiplicare 12 miliardi per dieci, ottenendo quindi la notevole cifra di centoventi miliardi di dollari, equivalenti a 111 miliardi di euro attuali.

Il Piano era abbastanza complesso e composito. Esso non prevedeva soltanto dei soldi concessi in prestito a un tasso agevolato (alla cui restituzione, invero, gli americani rinunciarono nel prosieguo). Una parte del valore veniva assegnato con l’elargizione di materie prime e merci da rivendere, ma con la clausola del reinvestimento condizionato alle politiche di produttività. Il ricavato delle vendite di quelle materie prime e di quelle merci regalate dagli USA agli Europei, aveva in pratica una destinazione vincolata: esso doveva essere reinvestito nel miglioramento tecnologico delle attività produttive, in modo tale da avvicinare i sistemi di produzione locale al modello americano, e in pari tempo, elevare i consumi dei cittadini europei a livello dei consumatori americani. Come si può intuire, non ha tutti i torti chi ha affermato che il programma di ricostruzione del piano Marshall fosse necessario ai suoi ideatori americani, almeno quanto lo era per i beneficiari europei.

Nella manovra economica del piano, infatti, non c’era soltanto un obiettivo politico e ideologico, teso a far convergere i paesi europei verso il pensiero capitalistico, in opposizione a quello comunista e sovietico; non c’è chi non veda che la maxi manovra di quell’investimento americano aveva un’evidente impronta di stampo roosveltiano, in linea con i principii del New Deal che, due decenni primi, avevano consentito al mercato interno degli USA di risollevarsi dalla grande depressione.

Gli stessi principii venivano perciò adesso esportati in Europa, ma è abbastanza facile capire che le ricadute del piano, cioè gli effetti moltiplicatori dell’investimento, si sarebbero riverberati nel sistema economico americano.

L’adeguamento tecnologico delle strutture produttive europee, infatti, non poteva non passare attraverso l’acquisto di infrastrutture e macchinari di produzione americana; l’acquisto di per se stesso, di quelle materie prime regalate agli europei, effettuato ovviamente dal governo americano in favore delle industrie locali, si era ripercosso, con il noto effetto moltiplicatore di keynesiana memoria, all’interno del sistema economico americano, contribuendo così a mantenere alto il livello produttivo delle industrie locali al livello dei ritmi produttivi elevati del periodo bellico; con una ulteriore ricaduta dovuta sicuramente al reinvestimento del ricavato di quelle merci e di quelle materie prime, cui gli europei si sentivano giuridicamente e psicologicamente vincolati,  nello stesso  mercato americano.

Insomma, si possono criticare gli americani per un milione di motivi; si può e si deve ribadire che essi non sono intervenuti in Europa per mero spirito umanitario, e in Italia non hanno certo rinunciato alla nostra soggezione politica e culturale, in termini sia di concessioni di basi militari d’appoggio, sia di un coinvolgimento sempre più stretto nella way of life americana.  Ma non si può tacere sul coraggio e sull’ efficacia che i metodi americani hanno avuto nel replicare il modello del New Deal in casa europea. L’alternativa, d’altro canto, sarebbe stato il modello sovietico. Qui non sto parlando di preferenze ideologiche, o di distinzioni di natura etica e morale; qui sto parlando di efficacia sul piano del benessere materiale e, a conti fatti, perfino del benessere spirituale, quantomeno in termini di libertà e di diritti. Mi sembra che ogni paragone, così come ogni ulteriore discussione, sul punto, sia davvero superfluo.

Il prezzo politico da pagare, conditio sine qua non del prestito, fu dunque l’estromissione delle forze filosovietiche dal governo.

Bisogna qui precisare e riconoscere che la partecipazione di queste forze filosovietiche (in pratica il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, denominazione assunta dal Partito Socialista Italiano nel 1943, a seguito della fusione con il Movimento di Unità Proletaria, e abbandonata nel 1947 dopo la scissione di Palazzo Barberini di cui parleremo più avanti), alla ricostruzione politica dell’Italia, distrutta e umiliata da vent’anni di fascismo e da una guerra scriteriata e folle, non fu di poco conto. Si conta infatti il loro coinvolgimento diretto dal 1944 al 1947: nei due governi di Ivanoe Bonomi (i primi governi post fascisti, dopo i due  del generale Badoglio), in quello di Ferruccio Parri e nei primi tre governi De Gasperi.

Peraltro, sia i comunisti del PCI, sia i socialisti del PSIUP, continuarono a dare il loro apporto fondamentale nell’ambito dell’Assemblea Costituente anche dopo l’estromissione dal governo, sino alla conclusione definitiva dei lavori, che sfociò nella famosa dichiarazione del 27 dicembre 1947 con cui si annunciava la conclusione dei lavori per la redazione della Carta Costituzionale, poi proclamata solennemente ed entrata in vigore pochi giorni dopo, il primo gennaio del 1948.

Il 1° giungo del 1947, come si diceva, il governo De Gasperi IV fu formato senza la partecipazione dei partiti della sinistra (l’esclusione richiesta dagli USA riguardava soltanto il Partito Comunista, dichiaratamente filosovietico, ma i socialisti, per non perdere il loro contatto con le classi dei lavoratori, preferirono seguire i comunisti fuori dal governo, finendo così nell’orbita di Mosca, anche per quanto riguarda i finanziamenti).

Pur tuttavia, le frange più moderate della sinistra, capeggiate da Giuseppe Saragat, l’11 gennaio del 1947, nel corso di una famosa riunione tenutasi a Palazzo Barberini, vogliosi di non subire alcuna influenza dall’Internazionale Socialista capeggiata dalla Russia, operarono una scissione dal PSIUP, ciò che gli consentì di prendere parte al Governo con la sigla Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.  Cinque anni più tardi, la sigla PSLI, verrà abbandonata a favore della più conosciuta PSDI (Partito Socialdemocratico Italiano).

Al di là di tutto bisogna riconoscere, come vedremo nel corso delle vicende illustrate nei capitoli immediatamente successivi, che due figure giganteggiano sullo scenario politico italiano in questi anni; due personaggi che eccellono su tutti: Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti.

Essi, pur nutrendo e coltivando ideologie diametralmente opposte, sono più simili di quanto finora le analisi storiche non abbiano saputo riconoscere; i due strateghi si fronteggeranno come fieri avversari in questi difficili anni in cui l’Italia, divenuta una repubblica, riemerge dagli orrori e dalle macerie della guerra, affacciandosi di nuovo alla luce della democrazia, dopo gli oscuri decenni del fascismo.

Saranno loro due i principali artefici della ricostruzione materiale e morale della neo nata repubblica. De Gasperi è stato un grande condottiero, a capo di otto governi consecutivi, in un periodo difficilissimo e delicatissimo, riuscendo a guidare la nave Italia fuori dalle tempeste internazionali, che la sballottavano come un relitto già conquistato e abbandonato  ai marosi; ma bisogna riconoscere che Togliatti ha svolto un ruolo fondamentale in tutte queste vicende; dall’opposizione, ovviamente; ma egli è stato il contraltare del suo antagonista; e quello, senza di questo, non sarebbe stato e non avrebbe fatto, ciò che è stato e ciò che ha fatto.

Si prenda atto di questa verità: anche Palmiro Togliatti dev’essere considerato un padre della patria italiana, per quanto il concetto di patria abbia ancora un significato; lo dico e lo sostengo senza retorica e prendendo le distanze dal pensiero e dall’ideologia comunista; ma questo non può togliere niente alle azioni poste in essere dal capo dei comunisti italiani durante i primi sette governi di De Gasperi (e anche prima), senza le quali, anche  la fruttuosa attività degasperiana (spesso conseguenza diretta delle azioni ostruzionistiche e di sbarramento dell’altro), non avrebbe avuto luogo.

Questo mostra la dinamica dei fatti umani e della storia e questo dobbiamo accettare.

Nell’ottobre 1947 viene stipulato il GATT («Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio»), con cui i paesi firmatari si impegnano a mantenere le tariffe doganali basse per liberalizzare i commerci. I contenuti dell’accordo porteranno nel 1995, alla trasformazione del GATT in WTO (Organizzazione mondiale del commercio).

Nel novembre del 1947 una risoluzione ONU prevede, nella Palestina da cui gli Inglesi se ne stanno andando, la creazione di due Stati: uno arabo palestinese e uno ebraico palestinese. Gli Arabi rifiutano questa risoluzione e dichiarano guerra al futuro Stato ebraico. Per gli Ebrei, invece, è un momento di esultanza: dopo quasi duemila anni, hanno di nuovo uno Stato. Questa risoluzione sarà come una ferita aperta nelle relazioni internazionali per tutto il secolo ventesimo; e lo è ancora nel presente secolo.

Una prima dimostrazione di come l’ONU, l’organizzazione internazionale, nata nel 1945 in sostituzione della Società delle Nazioni, per garantire la pace e l’ordine internazionale, si mostrerà ancora una volta fallimentare nella sua gestione; e forse non poteva essere altrimenti, paralizzata come essa era, ed è tuttora, dal diritto di veto dei cinque membri permanenti, i vincitori della seconda guerra mondiale, in seno al suo organo più importante, il Consiglio di Sicurezza.

Anche se in questo caso, il diritto di veto non è stato utilizzato e sicuramente sarebbe servita invece una preparazione più accurata del riconoscimento risarcitorio delle sofferenze patite dagli Ebrei nella persecuzione nazista, forse creando uno stato federato con i cugini palestinesi, senza quella netta divisione tra due stati che ha creato uno scompiglio non soltanto nella Palestina, ma in tutto il mondo, soprattutto tra i Musulmani, che hanno vissuto e vivono come un torto la creazione di uno stato in una porzione di territorio dal quale sono stati esclusi, scacciati e, nella migliore delle ipotesi, discriminati.

Si chiudeva così il primo biennio della repubblica italiana, mentre a Parigi si firmava il Trattato con cui l’Italia pagava lo scotto più bruciante della scellerata entrata in guerra, proclamata dal balcone di Piazza Venezia da Benito Mussolini davanti alla folla festante, appena sette anni prima, il 10 giugno del 1940.

fine capitolo primo

 

Pellegrino a Lourdes con il papa Leone

 " Quante divisioni di soldati ha il papa di Roma?" chiese un giorno Josip Stalin a una delle spie sovietiche da lui sguinzagliat...