10.25.2026

Zustissia: Recensione



Beniamino Zuncheddu, la storia di un uomo in carcere da  innocente

 

Mentre mi accingo a scrivere la recensione del film Zustissia, del regista Francesco Piras, basato sul libro autobiografico “Io sono innocente” dedicato alla storia di Beniamino Zuncheddu, detenuto ingiustamente nelle carceri italiane per oltre trent’anni, penso a ciò che ho vissuto negli ultimi tre decenni della mia vita.

È impossibile elencare tutto quello di cui è stato privato quest’uomo, eroe suo malgrado, vittima del più grave errore giudiziario di questi nostri  travagliati tempi moderni.

La sua vicenda mi ha colpito, prima come uomo e poi come avvocato che da più di quarant’anni si muove nelle aule giudiziarie italiane, alla ricerca di comporre quel complesso mosaico, che si suole  definire  con il termine di “verità giudiziaria” o anche “giustizia terrena”, un bene più difficile  da trovare, di quanto non si pensi nelle aule di studio universitarie e nelle stesse aule giudiziarie,  come la vicenda di Beniamino Zuncheddu purtroppo dimostra.

È pur vero che l’errore giudiziario costituisce l’eccezione, e non la regola, sia nel penale, sia nel civile (mi limito a questi due ambiti processuali, ma il discorso vale anche  per i procedimenti amministrativi e per quelli tributari, anche se in quegli ambienti la “verità processuale” è ancora più difficile da trovare).

E pur tuttavia il pensiero che un uomo abbia scontato, da innocente, più di trent’anni in carcere, è una cosa terribile, che non può lasciare indifferente, né il cittadino, né ancor meno l’avvocato.

Appartengo con convinzione a quella categoria di persone che preferisce di gran lunga sapere che novantanove colpevoli sono liberi, piuttosto che apprendere di  un innocente carcerato e innocente.

Credo fermamente che un imputato possa essere condannato soltanto quando la sua colpevolezza emerga dalle carte processuali al di là di ogni ragionevole dubbio.

Quando ancora insegnavo, con i miei studenti intrapresi delle lunghe e proficue discussioni sull’importanza, per una società che voglia definirsi civile, di predisporre tutti gli strumenti per celebrare dei processi equilibrati e garantisti. Per smuovere i più insensibili e confusi inventavo dei casi giudiziari dove degli apparenti colpevoli risultavano poi essere innocenti, alla prova dei fatti, al vaglio di un processo equo e garantista.

Questo anche per dimostrare che nemmeno un arresto in flagranza di reato, a volte, è sufficiente per decretare la colpevolezza di un imputato, laddove alcuni dei miei studenti sarebbero stati pronti a votare una legge che facoltizzasse la polizia ad eseguire una sentenza di morte immediata, di fronte a una palese condotta apparentemente colpevole.

E ancora mi viene un terribile prurito quando sento dire, da certi populisti dalla disinvolta tastiera, che tre gradi di giudizio sono troppi.

Tre gradi di giudizio non sono bastati per Beniamino Zuncheddu. C’è stato bisogno di un quarto grado, straordinario, in verità, come l’istituto della revisione giudiziaria.

La pellicola è egregiamente interpretata da Fabrizio Ferracane, nel ruolo di Beniamino Zuncheddu e da Michele Riondino nella parte dell’avvocato Mauro Trogu, coautore del libro da cui è tratto il film “Io sono innocente” e vero artefice, nella realtà,  del riscatto personale e processuale di questa vittima innocente del sistema processuale italiano.

Il film “Zustissia”  si snoda su due binari paralleli: quello di un triplice omicidio, maturato nell’ambiente pastorale e che venne inopinatamente addossato al povero Beniamino Zuncheddu, nonostante i tre gradi del giudizio, incredibilmente celeri e veloci, per un sistema giudiziario come quello italiano, notoriamente ingessato e lento, al punto da essere definito da qualcuno come “paralitico”; e quello della revisione, un istituto processuale previsto quando, dopo i tre gradi canonici del giudizio, emergano prove nuove e inconfutabili suscettibili di inficiare la ricostruzione della  colpevolezza emersa nel procedimento  logico e deduttivo che sta, o che dovrebbe stare, alla base di ogni sentenza di condanna.

Come sia potuto accadere che questo procedimento ricostruttivo sia risultato lacunoso e fallace nel caso di Beniamino Zuncheddu non lo posso dire in questa recensione, altrimenti farei uno spoiler che vi toglierebbe il piacere della visione di una pellicola che vi consiglio di andare a vedere,  perché merita di essere vista: per la storia in sé, ma anche per la bravura del regista e degli attori, tutti, nessuno escluso.

Quello che posso dirvi è che il film è realizzato con una buona  tecnica narrativa cinematografica, con competenza giuridica nell’esaminare i necessari snodi processuali e con una buona dose di fedeltà rispetto ai fatti.

Sullo sfondo di questa triste vicenda giudiziaria, quasi in filigrana, la storia fa emergere la cruenta stagione dei sequestri  e la gestione alla “Tex Willer” che un magistrato fuori dagli schemi, fece di quella orrenda, terribile, stagione che vedeva i Sardi, quelli veri, autentici, lavoratori e onesti,  dileggiati per colpa di un pugno di banditi, arrivisti, desiderosi di diventare ricchi per imitare la bella vita dei villeggianti “smeraldini” e un giudice sceriffo convinto che la via della legge fosse percorribile anche attraverso delle scorciatoie.

Beniamino Zuncheddu è stato vittima di un sistema giudiziario troppo complesso e superficiale, incapace di valutare con equità e buonsenso  la sostanza dei fatti; di magistrati distratti e di  avvocati, quelli  che hanno preceduto Mauro Trogu, ben diversi dai suoi sistemi scrupolosi, intrisi di scienza giuridica e coscienza umana; e nessuno mi può levare dalla testa che Zuncheddu sia rimasto vittima di luoghi comuni troppo abusati e superficiali, da parte di uomini abituati a vedere in ogni pastore un uomo pronto a delinquere, prono alla vendetta e attaccato alle sue leggi arcaiche piuttosto che a quelle di uno Stato retorico e cialtrone. Laddove è giusto rimarcare invece che i pastori sardi sono da migliaia di anni la colonna portante dell’economia sarda, i custodi più attenti e gelosi del nostro ambiente, delle nostre tradizioni e della nostra cultura identitaria. I veri pastori sono dei grandi lavoratori, dediti al lavoro come nessuno, rispettosi delle leggi, anche quando gli autori di quelle leggi si sono dimostrati insensibili alla loro essenza identitaria.

Ma  Beniamino è stato vittima anche di chi si era convinto che la legge potesse percorrere delle vie alternative, più spicce e meno garantiste, attraverso la gestione di  una sorta di giustizia privata e personale.

Teniamoci strette nostre le nostre garanzie e lasciamo le “americanate” alle pellicole di Hollywood e ai fumetti nostrani; percorriamo sempre la via maestra della Giustizia, ognuno nel suo proprio ruolo, magistrati, avvocati, cancellieri, ufficiali giudiziari, testimoni e cittadini, ricordando che la giustizia vera si compone di onestà, impegno, rispetto, attenzione, studio e passione nel trattare una componente della vita, la libertà, che costituisce un bene primario, insostituibile e impagabile.

Non so a quanto ammonterà il risarcimento che lo Stato dovrà corrispondere a Beniamino Zuncheddu.

So soltanto che qualunque cifra non potrà mai ripagarlo dei trentadue anni trascorsi da innocente senza i suoi affetti, le sue montagne, le sue passioni, la sua libertà.


9.30.2026

Pellegrino a Lourdes con il papa Leone



 "Quante divisioni di soldati ha il papa di Roma?" chiese un giorno Josip Stalin a una delle spie sovietiche da lui sguinzagliate nel mondo occidentale, per carpirne i segreti e le forze.

Chissà come e perché,  questa domanda insolente e proterva del dittatore,  georgiano di nascita e sovietico per elezione, mi è tornata in mente mentre pellegrino marciavo a Lourdes, il 26 e il 27 settembre appena scorsi. 

Spingevo anche io una carrozzella, in mezzo ai volontari dell'Unitalsi del Sud Sardegna e di tutta Italia. Eravamo in 150.000, nella sola Lourdes.

Poi ho visto in TV gli 800.000 di Parigi. Ho avvertito nell'aria, e ho sentito crescere nel mio animo, l'emozione per i sentimenti e il desiderio  di pace del mondo, mentre papa Leone parlava, nel suo francese perfetto, appena velato da un leggero accento straniero, che la stanchezza rendeva percepibile. 

Echeggiava dentro di me il grido davanti ai grandi del mondo, uniti nell'Assemblea dell'ONU,  di un altro grande papa, oggi santo: Paolo VI: "Jamais plus la guerre! Jamais plus la guerre! Jamais plus la guerre!"

Ho pensato: " Ecco, o Stalin le nostre divisioni. Noi siamo i soldati del papa! Procediamo con  le carrozzelle degli ammalati, dei deboli, degli ultimi. Imbracciamo le fiaccole accese nella processione mariana per la pace!"

Il pellegrinaggio non è fatto soltanto di eventi. Certo l'arrivo del papa a Lourdes è un grande evento che quest'anno è coinciso con il pellegrinaggio annuale  dell'Unitalsi e la sua Festa Nazionale. 

Tanto più in questo periodo di guerre, quando il mostro pluricefalo sembra pronto a inghiottire il frutto della pace, che Maria partorì, in quel giorno memorabile, in cui Dio si fece Carne in mezzo a noi.

Il pellegrinaggio è fatto anche di attese, di silenzi,  di domande. Le attese per il papa sotto il sole per la Messa  e per la Fiaccolata del 27 sono state estenuanti da un punto di vista fisico. 

Ma mentre si aspetta, si riflette. Che cosa ha spinto queste 150.000 anime a Lourdes da ogni parte del mondo? E gli 800.000 di Parigi? Cosa spinge i giovani verso la Chiesa, in questa epoca di materialismo, dove il virtuale ha preso il sopravvento sul reale e le nuove forze della Rete si allungano minacciose verso l'umanità? Che sia l'Intelligenza Artificiale il mostro dell'Apocalisse che la Regina della pace ha messo sotto i suoi piedi, ma che coninuamente insinua il suo calcagno, desideroso di ingoiare il Suo Frutto Benedetto?

La Fede è un mistero. Il mistero dell'Incarnazione, della Vita, della Morte. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Non so rispondere a domande così complesse. 

Io so soltanto quello che ho cercato io, nel mio cammino personale. Posso dire che ho ritrovato Dio, padre di Gesù, in cui non ho mai smesso di credere, neppure negli anni bui della mia ricerca. E a Lourdes, ho ritrovato  un'altra Madre. 

Non si possono descrivere certe emozioni, troppo intime e profonde per essere esternate e descritte. 

Però posso descrivere quello che ho visto con i miei occhi. 

I volontari dell'Unitalsi sono una realtà concreta. Sono i fratelli, che si chinano, con spirito di fratellanza e gratuità, verso i più deboli, gli ammalati, gli esclusi. Sono le loro gambe, camminano per loro e con loro. Anche questa è fede. Non servono studi di teologia per capirlo. Basta leggere il Vangelo.

Ecco le nostre armi, signori della guerra. Non siamo capaci, come voi, di usare altre armi. Impugniamo soltanto le Fiaccole, le carrozzine della Speranza, il Vangelo della pace.

Voi continuate a sparare, cercando un potere che non vi darà tregua e non vi soddisferà mai, perché ne vorrete sempre di più, come una droga che schiavizza nell'illusione della pace.

Cercate l'acqua che disseta per sempre, come la Samaritana al pozzo di Sicar.

Ma anche se continuerete a sparare, non potrete ucciderci tutti. Infatti sta scritto che il male non prevarrà mai sul bene. Fermatevi dunque, e pentitevi finché siete in tempo. Fondete le vostre armi per costruire gli aratri, utili a seminare la terra. Ricordatevi che anche per voi verrà il giorno del Giudizio. Il vostro potere non vi salverà se non vi pentite. Ascoltate finalmente la voce di papa Leone e pregate la Madre anche voi, umili pellegrini della Terra.


9.16.2026

La vendetta del principe dimenticato

 



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Capitolo Quinto

 

 

 

A volte con Mauritius ce ne andiamo a bighellonare. Il mio amico ha la fissa di imitare il canto degli uccellini e usa una gabbia per catturarli.

«Zitto, adesso. Non fare alcun rumore!»

Dopo avermi intimato il più assoluto silenzio, Mauritius, appiattito e infrattato nel folto della vegetazione accanto a me, si prodiga nel richiamo dei cardellini. Abbiamo posizionato, poco distante, una gabbia per volatili. Nella parte superiore rimane aperta, con uno sportellino, anch’esso in fil di ferro, come il resto della gabbia, sollevato e collegato a una potente molla. La molla è mantenuta in tensione da una lunga striscia di canna da fiume (le stesse che si utilizzano per confezionare degli zufoli, ma spaccate in verticale), sulla cui concavità interna il mio amico ha spalmato uno strato di vischio, posizionandoci sopra numerosi semi di scagliola di cui sono ghiotti i cardellini. Mentre lo osservo riprodurre il suo richiamo ornitologico, appiattito nell’erba accanto a lui, il suo naso adunco e i suoi vispi occhi verdi, sembrano quelli di un rapace che aspetti una preda da ghermire; ma le sue intenzioni, almeno credo, non sono malvage.

 La sua idea è che grazie al suo richiamo il cardellino si avvicini fino a notare i semini sparsi sulla canna; con il suo peso, la canna libera la molla che fa scattare lo sportellino e il cardellino resterà intrappolato nella gabbia; salvo, ma prigioniero; finalmente potremo osservare da vicino il suo ciuffo rosso, le sue piume, le ali, il becco; e soprattutto udirlo e osservarlo mentre canta. Egli è convinto che una volta catturato il primo, poi ne seguiranno degli altri perché con il loro canto attireranno degli altri compagni; il cardellino infatti non vorrà stare da solo nella gabbia e richiamerà a sé tutti i suoi amici, ingannandoli pur di non restare solo.

Mauritius, di queste e di numerose altre cose, ne sa più di me. Di statura è un po’ più basso di me, ma di furbizia, di trucchi e di carattere ne ha da vendere. Anche troppo. Adesso che sto entrando meglio nel giro vero del circo, sto imparando a conoscere meglio i diversi suoi componenti. Thor e Giannino non lo prendono troppo sul serio; anzi, quando possono, a causa di questo suo carattere forte, cercano di ridimensionarlo, mettendolo spesso a tacere con epiteti offensivi ed espressioni non proprio elogiative. Io ammiro molto Thor e Giannino ma con Mauritius mi sento più a mio agio. Quando gli impegni del circo lo consentono mi piace andare a zonzo con lui; non solo ad acchiappare cardellini, ma anche a nuotare di nascosto al fiume e in giro per la campagna circostante, in cerca di frutti maturi, di volpi e di pigne da buttar giù con le pietre.

Ezequiel sceglie sempre un posto vicino al fiume e in aperta campagna per fissare la base del circo; dice che l’acqua è indispensabile per uomini e bestie e la campagna consente alle attività collaterali del circo di essere svolte in libertà. Queste attività collaterali, come le chiama lui, sono molte: Thor, ad esempio, è un fabbro provetto e sa costruire alla perfezione attrezzi per il caminetto, cancelli e ringhiere  in ferro; Giannino invece fa il barbiere e il cavadenti (io, per fortuna non ho avuto mai bisogno dei suoi servizi e spero di non averne mai; ma  i contadini e gli abitanti dei paesi vicini corrono a tagliarsi i capelli e soprattutto a farsi estrarre delle radici marce dalla bocca, appena sanno che il circo è arrivato; e portano ogni ben di Dio: pane, polli, pesci da arrostire, formaggio, salsicce e verdure in quantità).

Mauritius è troppo impegnato ad accudire gli animali e a fare le pulizie e quindi non ha tempo per fare altro. E poi, quando riesce a liberarsi, preferisce bighellonare per la campagna. Mi ha detto che lui ha idea di fondare un circo tutto suo e che se voglio, un giorno, potrò diventare suo socio. Sempre che io sia capace di ribellarmi a mia madre che vuole farmi studiare per diventare qualcuno (lui al proposito sostiene che i libri non servono a niente e la vita sta scritta da altre parti che non sui libri).

«Sargòn! Corri! È ora di pranzo! Presto che si raffredda il cibo!»

«Senti? È Iset che mi chiama. Adesso devo andare, Mauritius! Fammi sapere quanti cardellini hai preso!», dico strisciando all’indietro, cercando di non creare troppo scompiglio, per non rischiare di spaventare i volatili che siano stati richiamati dai versi del mio amico.

Di corsa ripercorro il sentiero verso il nostro carrozzone. Iset deve essere già rientrata nel carrozzone, perché non la vedo. Il tempo di lavarmi le mani nella tinozza che Ezequiel ha fatto posizionare al centro del campo, per l’igiene collettiva e sono subito a tavola. Ezequiel non inizia a mangiare se non siamo tutti e sei presenti a tavola: lui, Iset, le due figlie, Aritimos e io. Spero che non mi sgridi troppo duramente. Lui non ama i ritardi e le distrazioni. E considera la compagnia di Mauritius poco edificante per la mia crescita. Non fa niente per nascondere l’avversione che prova nei suoi confronti. In più di un’occasione mi ha detto che quel buono a nulla  non è una buona compagnia per me. Anche se so già che Iset mi difenderà di sicuro, dicendo che ho diritto a delle distrazioni, visto che eseguo i compiti e studio con diligenza. D’altronde anche Ezequiel mi apprezza abbastanza per l’aiuto che riesco a dargli volentieri.

Aritimos,  è orgogliosamente originario di Patrasso,   in Grecia; è   già avanti negli anni, ed è l’unico che può vantare una certa confidenza con i padroni del Circo; conosce  tutto sulle  erbe e sui composti chimici, ufficialmente esegue un numero da mangiafuoco, sputando fuoco dalla bocca dopo aver inserito nel cavo orale certi prodotti che lui solo conosce; forse per questo motivo ha un aspetto pallido ed emaciato; è un grande appassionato di matematica e filosofia e  gode fama di medico e farmacista, oltre che di  precettore.

 La fiducia incondizionata dei due coniugi proprietari del circo se l’è guadagnata quando, in occasione delle nascite delle due figlie, ha assistito la puerpera facendole ingerire certi decotti miracolosi e sistemando in maniera opportuna certi impacchi di malva, che hanno aiutato Iset nelle operazioni  del parto, aiutandola ad espellere con maggiore facilità le creature che aspettavano nel suo grembo di nascere; addirittura, in occasione del secondo e ultimo parto, ha salvato la vita di Iset, che aveva avuto delle emorragie abbondanti e pericolose. 

Questa fiducia gli ha ottenuto l’onore di mangiare alla mensa con la nostra famiglia e gode di un occhio di riguardo in tutto e per tutto; infine, come avrò modo di spiegare più avanti nel racconto, è stato incaricato da Ezequiel di condurre certi conteggi matematici attinenti ai suoi antenati; un misto di matematica e filosofia che li lega in una complicità unica e straordinaria.

   Astràm è un fantino di elefanti, di origine indiana; dal circo originario, non essendosi potuto portar via gli elefanti, ha preso con sé, avvolti in una stoffa di foggia indiana tre attrezzi: il thotti, un gancio lungo poco più di un metro e largo due centimetri e mezzo; il valiya kol, un palo assai più lungo del precedente, ma di identico spessore; e il cheru kol (palo corto).

 Rimasto senza occupazione specifica, in attesa di essere meglio impiegato, affianca Carletto nelle innumerevoli faccende di manovalanza indispensabili per il buon andamento di ogni circo che si rispetti; Ezequiel lo fa esibire con alcuni muli che lui è riuscito ad addestrare, utilizzando il suo gancio e i suoi pali molto particolari; ma per lui è chiaramente un ripiego e non vede l’ora di tornare in groppa ai suoi elefanti;  ha poco più di venti anni e ha aderito a una di quelle nuove religioni che sorgono spesso, in tutto il mondo, in ogni epoca; alcune destinate a morire col fondatore, altre, invece, votate a durare per tutta l’eternità.

Lui si dice certo che quella nuova religione, che ha conosciuto al suo paese prima di emigrare a Londra, appartiene a quelle nate per durare in quanto, a sentir lui, garantisce il benessere in terra e la salvezza eterna; per questo passa ogni minuto del suo tempo libero a leggere un libro, rigorosamente dalla destra verso la sinistra, che rappresenta il libro sacro della sua religione. Ma mai, in alcuna occasione, si è mostrato invadente, né fa discorsi di proselitismo, dato che la religione, soprattutto in quel nuovo circo, così ridotto, è l’ultima delle nostre preoccupazioni.

Chang, il cuoco cinese, che in realtà doveva chiamarsi Lu’ Chang, o qualcosa del genere, ha europeizzato il suo impronunciabile nome in Joe; non appartiene al settore degli artisti e ha un’età indefinita, un fisico rubicondo e un carattere gioviale, pur nella sua riservatezza; si diceva che fosse stato un eunuco, in un non meglio precisato e misterioso gineceo.

Carletto, il nanetto che ufficialmente è un aiutante di cucina di Chang è in realtà un factotum e gode della massima fiducia da parte di Ezequiel, ha un’età difficile da definire, anche se sicuramente è più giovane di Joe Chang; è molto attaccato al suo padrone Ezequiel, al quale lo lega un amore filiale, un grande rispetto e, nel contempo, un grande terrore.

Ricordo una volta, che aveva combinato non so che, ed Ezequiel lo aveva punito a colpi di frusta; lui, Carletto, si era protetto con il braccino corto e la mano aperta dalle sferzate di quello, supplicandolo che non lo avrebbe fatto più; sembrava più dispiaciuto di avere contrariato il suo padrone, che preoccupato dalla violenza delle sue frustate; con Joe Chang; sono legati da un’amicizia fraterna e sono praticamente inseparabili.

  Thor, uno scozzese dal pelo rosso, pieno di lentiggini, è un gigante veramente forzuto, al punto che tutti lo chiamano Hercules;  i suoi numeri preferiti consistono nel liberarsi dalle catene che lo avvolgono strettamente e nel sollevare sino a sei persone, tre per parte, con un’asta di ferro assicurata sulle spalle e perfino due persone, una per parte,  con una pertica di legno tenuta tra i denti; in entrambi i casi Ezequiel ha l’accortezza di coinvolgere il pubblico, per evitare dubbi sulla reale forza dell’energumeno celtico; due persone scelte a caso controllano quindi la reale consistenza delle catene che stringono il forzuto, mentre altre due si aggrappano saldamente alle due estremità dell’asta che Thor stringe tra i denti (proteggendosi soltanto con uno straccio che gli consente di rafforzare la presa) e vengono regolarmente  sollevate da terra per diversi, interminabili secondi;  io lo ammiro parecchio perché sento che ha un gran carisma positivo e gode di un certo ascendente nei confronti del sesso femminile.

 Giannino infine è un fromboliere, che riesce a gestire, facendole ruotare per aria con le mani e con i piedi, fino a sette palle, ma ha anche una certa abilità con le carte e con i dadi; conosce dei trucchi capaci di incantare adulti e bambini e di imbrogliare tutti quanti; il suo trucco più famoso è quello delle tre carte; Ezequiel gli raccomanda sempre di non esagerare e di non praticarlo mai al di fuori del circo perché è un gioco che procura tanti guai; infatti a forza di perdere i giocatori si insospettiscono e finiscono per pensare che dietro ci sia un inganno; e allora volano le denunce e certe volte anche le mani. Giannino   inoltre fa il cavadenti ed è un abile barbiere, anche se Iset non vuole che io mi faccia tagliare i capelli da lui. Lui non se la prende ed è molto simpatico e gioviale anche con me. Con Thor sono molto affiatati. Incarnano la forza e l’abilità e vanno molto d’accordo.

 

9.06.2026

Storia dell'Italia Repubblicana

 




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Il 1949

I Legislatura

·       De Gasperi-V(23 maggio 1948 - 26 gennaio 1950)

 

Il 1949 è il secondo anno della prima legislatura e del settennato di Luigi Einaudi.

Sul piano interno inoltre, quest’anno è caratterizzato da una continuità del governo De Gasperi, il quinto (ma il secondo senza la presenza delle sinistre, estromesse dal veto del segretario di stato USA George Marshall, a nome dell’amministrazione Truman).

Oltre al ministro Segni, che insiste nella sua politica tesa a favorire la formazione della piccola proprietà contadina nel mezzogiorno e nelle isole, abbiamo in grande spolvero il ministro del lavoro Amintore Fanfani, un altro dei cavalli di razza della DC, promotore della legge n. 43 del 28 febbraio, che stabilisce il famoso, benemerito piano casa che giornalisticamente porta il suo nome come “Piano Fanfani”.  In quattordici anni questo piano casa provvederà, tramite un’apposita branca dell’Istituto Nazionale Assicurazioni (denominato INA casa), a dare un’abitazione a milioni di italiani. Un intervento economico davvero brillante di stampo keynesiano che perfino il liberale Einaudi si sentì in dovere di sostenere.

A marzo De Gasperi, in attesa che l’agricoltura dia segni di risveglio e ritorni a livelli di produzione ottimali, sottoscrive l’Accordo Internazionale del grano, assicurando all’Italia, a prezzi accettabili e predeterminati, i prodotti cerealicoli degli Stati Uniti e del Canada. Prosegue inoltre l’attività governativa di rivendica degli immobili già appartenuti alle istituzioni del partito fascista che vengono così acquisiti al patrimonio immobiliare dello Stato.

L’azione del governo De Gasperi, nel suo complesso, prosegue inoltre a consolidare e formalizzare l’adesione dell’Italia al nascente Patto Atlantico (che vedrà formalmente la luce nell’aprile di quello stesso anno 1949).  Il 6 gennaio, infatti, il governo aveva già redatto un memorandum, indirizzato al segretario di stato Usa, in cui si chiedeva esplicitamente l’appoggio dell’America all’adesione dell’Italia alla nascente Organizzazione.

Il governo italiano sente forte l’esigenza di concludere il processo di vicinanza ai paesi occidentali di stampo capitalistico; e non soltanto per ragioni economiche, dal momento che i soldi del Piano Marshall hanno già cominciato ad affluire in Italia e subirebbero un repentino arresto, se il paese si allontanasse dall’area ideologica di riferimento degli USA. Vi sono anche delle motivazioni politiche, ovviamente, ma possiamo affermare che queste ultime si sposano alla perfezione con le motivazioni economiche le quali, a ben vedere, ne costituiscono in realtà un giusto e conseguente complemento. Ma tra gli USA e l’Italia non ci sono soltanto rose e fiori. Gli Americani non vedono di buon occhio l’attivismo aggressivo di Enrico Mattei; così, il 16 giugno, le Sette Sorelle, sulle pagine del NYT, attaccano la politica petrolifera portata avanti dal presidente Mattei, alla guida dell’AGIP.

Vi sono però anche in Italia delle forze contrarie all’adesione alla Nato: sono le forze socialcomuniste, che non hanno certo rinunciato ai loro progetti di portare il paese nell’orbita di Mosca.  Ed ecco, che appena due giorni dopo dall’invio del memorandum con cui De Gasperi chiedeva il sostegno diretto di Marshall per l’ammissione del nostro Paese all’Alleanza militare dei paesi occidentali e antisovietici, l’otto gennaio, in Puglia, tremila lavoratori in corteo marciano contro il governo. E il giorno dopo, i lavoratori di Modena, che non vogliono restare indietro, scendono in piazza dopo un comizio elettorale. In entrambe le circostanze, i celerini del ministro Scelba, caricano i cortei a manganellate.

I due cortei non manifestano apertamente contro l’adesione dell’Italia alla Nato; i lavoratori avanzano pretese legittime sul miglioramento dei salari e delle condizioni di vita, ma appare evidente che dietro questi cortei c’è la regia di Togliatti e dei leader dei socialisti Nenni e Di Vittorio (e dietro di loro c’è il baffone di Josip Stalin, voglioso di papparsi il topolino italiano). Come se non bastasse, a rafforzare le ragioni del no, intervengono i dissidi nella DC e nel PSDI che, pur alleato di governo, ha una forte componente al suo interno, contraria all’ingresso dell’Italia nella Nato.

Sarà per tutto l’anno 1949 un susseguirsi di botta e risposta tra il governo De Gasperi, impegnato nei diversi passaggi governativi e parlamentari di adesione alla Nato e le sinistre che convogliano in piazza, a ripetizione, migliaia di lavoratori. Ci sono anche dei morti tra i manifestanti. Il governo è diviso tra l’esigenza di mantenere l’ordine pubblico e la paura di dare alle sinistre ulteriori ragioni di protesta e di contrasto, mentre le sinistre, pur sapendo della cieca determinazione di Scelba a mantenere l’ordine pubblico, e forse proprio per questo motivo, non esitano a fare scendere in piazza i lavoratori.

Questa delle sinistre è una strategia che non ha come obiettivo la lotta cruenta per sovvertire le istituzioni democraticamente elette nell’anno precedente, preferendo invece tenere alta la tensione, relegando sullo sfondo l’ipotesi di uno scontro finale, in attesa di ordini perentori e precisi da parte di Mosca.  Se non probabile, non si può comunque escludere, che l’adesione dell’Italia alla Nato sia stato il giusto deterrente per evitare quella rivolta civile delle sinistre che, superato il limite dello sciopero e della manifestazione dei lavoratori, avrebbe facilmente portato alla guerra civile e alla resa dei conti finale per la presa del potere con le armi in pugno, nelle piazze italiane.

Mosca, assai più lungimirante e riflessiva di certi comunisti nostrani (alla Giancarlo Pajetta, per intenderci), deve aver ben valutato i rischi di una guerra civile italiana che, in caso di sconfitta delle sinistre, avrebbe messo a rischio il consolidamento delle forti posizioni acquisite dall’URSS nella frontiera orientale europea.  E nella paura che il suo coinvolgimento potesse offrire un pretesto a Washington per rivedere il quadro internazionale d’insieme in Europa, Mosca non diede mai il via alla discesa in armi propugnata da molte teste calde del Partito Comunista Italiano.

A luglio l’iter formale di adesione dell’Italia al Patto Atlantico si concluderà felicemente con la ratifica del Parlamento. Lo strappo con le sinistre, soprattutto, con quelle interne al governo (la sinistra democristiana e l’ala più rigida e intransigente del PSDI che si opponeva al lealista filoatlantico Saragat), si celebrerà con la caduta del governo. Ma vedremo più oltre che, nel gennaio dell’anno successivo, De Gasperi provvederà a formare il suo sesto governo senza i socialdemocratici (ma, riuscendo a evitare il monocolore, con l’ingresso e l’appoggio esplicito e diretto del Partito Repubblicano e del Partito Liberale).In questo stesso anno nasce il Consiglio d'Europa con il Trattato di Londra viene fondato il Consiglio d’Europa, firmato da dieci paesi tra cui l'Italia. Si registra inoltre la divisione della Germania in Repubblica Federale ad ovest e Repubblica Democratica ad est.


8.31.2026

Storia dell'Italia Repubblicana

 


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Capitolo Secondo

Le elezioni dell’aprile 1948 e gli altri governi De Gasperi

(1948-1953)

I Legislatura

·       De Gasperi-V(23 maggio 1948 - 26 gennaio 1950)

·       De Gasperi-VI(27 gennaio 1950 - 25 luglio 1951)

·       De Gasperi-VII(26 luglio 1951 - 15 luglio 1953)

II Legislatura

·       De Gasperi-VIII(16 luglio 1953 - 16 agosto 1953)

 

Il 1948

Se c’è un anno davvero importante nella storia repubblicana dell’Italia è il 1948.

E non solo e non tanto perché il primo gennaio di quell’anno entra in vigore la Costituzione. Brillerà come  il sole, illuminando i primi decenni della Repubblica, scacciando le tenebre  del ventennio  appena scorso,  sostituendo uno Statuto che,  magari buono cento anni prima, si era dimostrato inadeguato a porre un freno alle prepotenze di un regime schivo delle libertà, indifferente al progresso, incurante dei diritti, ripiegato su sé stesso e sui sogni di una gloria passata che produce sempre disastri,  quando viene impiegata a sostituire la visione del presente e la programmazione del futuro.

Nel mese di dicembre di questo stesso anno, a New York, sarà adottata la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Pur tuttavia l’evento più importante che caratterizzò questo primo anno di formale esistenza della nuova Italia, è costituito dalle elezioni del 18 e del 19 aprile, quando lo scontro tra due fronti contrapposti, quello democratico cristiano e quello socialcomunista, assunse una connotazione storica, la cui importanza forse sfuggì agli stessi interpreti di quell’agone fondativo.

Nessuno può dire cosa sarebbe successo se avessero vinto i partiti simpatizzanti di Mosca e dintorni, perché, lo ripetiamo, la storia non può farsi con i sé e con i ma.

Non di meno, dopo le invasioni del ’56 e del ’68, dopo aver visto le miserie morali e materiali sopravvissute al crollo dei regimi comunisti del 1989 nei paesi dell’ex Patto di Varsavia e, soprattutto dopo aver visto nel febbraio del 2022 il trattamento che Mosca ha riservato a uno degli ex paesi federati dell’Unione Sovietica, l’Ucraina, è facile immaginare che il destino dell’Italia sarebbe stato ben più misero e meschino di quello toccatole con la vittoria netta del fronte democristiano.

Qui non si tratta, sia ben inteso, di soprassedere ai limiti e alle storture che la nostra fragile democrazia ha visto in quegli stessi decenni di oppressione e sovietizzazione vissuta nei Paesi dell’Europa orientale, dove invece si imposero i partiti comunisti. Tutt’altro.

Parleremo e a lungo e in maniera quanto più approfondita possibile, dei servizi segreti deviati, delle bombe devastanti, dei troppi misteri mai risolti, dei servitori dello Stato infedeli, di nanetti che si ergevano, su trampoli posticci, sull’orizzonte della storia italiana, incapaci e rapaci; non taceremo i difetti e le incompiute della nostra fragile repubblica, la vergognosa soggezione, la cieca riverenza alle paure ancestrali degli americani (che invero soltanto Bettino Craxi riuscirà, in un’importante occasione, forse troppo avanti, negli anni ottanta del secolo passato, a contrastare efficacemente e con orgoglio).

E non taceremo neppure dei finti eroi, dei pavidi baroni della democrazia cristiana, che lasciarono morire Aldo Moro, ad opera di assassini dal cuore di coniglio, generali di se stessi, comandanti senza truppe al seguito, rivoluzionari di un esercito proletariato inesistente.

Non nasconderemo niente del molto che abbiamo visto e diremo tutto di quello che abbiamo capito.

Però saremo sempre obiettivi e sinceri con i nostri lettori, nell’esporre i fatti, soprattutto nel descrivere ed esporre ciò che abbiamo visto e vissuto in prima persona. E se esporremo il frutto di una mediazione intellettuale, cercheremo di farla filtrare attraverso un prisma di luce e di colori autentici e veritieri.

Il 18 e il 19 aprile, dicevamo, si svolsero le elezioni per il primo Parlamento Repubblicano con i seguenti risultati di voto: Democrazia Cristiana 48,5%; Partito Comunista Italiano 31,0%; Partito Socialista di Unità Proletaria 7,1%; Movimento Sociale Italiano 2,0%; Partito Monarchico Italiano 2,8%; Partito Repubblicano Italiano 2,5%; Partito Liberale Italiano 3,8%.

Questo Parlamento si insedia l’otto maggio e, a Camere riunite elegge dopo tre giorni, l’undici maggio, il primo Presidente Costituzionale della Repubblica Italiana: Luigi Einaudi, economista di livello mondiale e Governatore della Banca d’Italia, già nominato il 5 gennaio del 1945 e ancora in carica quando venne eletto al Quirinale. Al suo posto, il 7 agosto di quello stesso fatidico 1948 venne eletto alla poltrona massima di Palazzo Koch, Donato Menichella, che resterà in sella sino al 1960.

Sin dall’inizio del suo mandato Menichella intese proseguire e rafforzare l’azione di risanamento da subito intrapresa dal suo predecessore quando già le nubi della guerra stavano per allontanarsi dai cieli italiani. La priorità era stata quella   di stabilizzare la moneta italiana dopo la bufera bellica. Occorreva inoltre ricostituire le riserve valutarie, azzerate dalla follia della guerra, e reinserire fortemente il paese nel nuovo quadro internazionale, ancorandolo in maniera solida alla realtà dei paesi occidentali.

E se il primo competeva ovviamente alle autorità monetarie, che lo assolsero brillantemente, il secondo era di spettanza del governo, che non si sottrasse certo al suo compito e che nella sua azione agì sempre di concerto con gli orientamenti di quella corretta e mirata politica monetaria, i cui obiettivi erano naturalmente cari anche al neo presidente della Repubblica, che li aveva impostati e perseguiti sin da prima di essere eletto al Quirinale, come abbiamo già visto.

Il governo aveva un compito immane davanti: la popolazione italiana era sfinita dalla guerra e privata perfino dei beni suscettibili di soddisfare i bisogni primari, con conseguente caduta dei consumi, oltre alle difficoltà nel commercio internazionale, interrotto da cinque anni di guerra. Sul fronte dell’offerta si trovava davanti un’industria danneggiata e vilipesa nelle sue strutture produttive, o nel migliore dei casi, adusa a produrre per la guerra e che andava quindi riconvertita a una produzione congeniale e necessaria alla pace; l’agricoltura non sta certo meglio. Strozzata dal latifondo e da un’arretratezza di capacità produttiva, che la posizionava agli ultimi posti nella classifica europea dei paesi più avanzati.

Su tutto e su tutti giganteggia la figura di Alcide De Gasperi (e il suo contraltare comunista, Palmiro Togliatti, come avremo modo di dire a più riprese) e dei suoi otto governi (i primi in epoca prerepubblicana e l’ultimo, l’ottavo, invero poco glorioso). Ma in campo agricolo un posto di rilievo lo occupa Antonio Segni, a lungo ministro dell’Agricoltura e delle Foreste, che perverrà ai vertici dello Stato nel 1962. Sarà lui a proporre una serie di interventi legislativi mirati a incrementare la piccola proprietà agricola in favore dei contadini e dei braccianti (e a discapito del latifondo), le bonifiche, il microcredito per l’acquisto di terre, il rinnovamento delle attrezzature, il miglioramento fondiario, le bonifiche. In questo anno 1948 spiccano il decreto legislativo 24 febbraio 1948, n. 114 e il successivo d.leg.vo 5 maggio 1948 n.1242, mentre già presenta in parlamento la legge di riforma agraria (che vedrà la piena luce soltanto alcuni anni dopo).

Intanto, il 2 aprile di questo stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti approvava il cosiddetto “Piano Marshall”, che prevedeva aiuti all’Europa distrutta dalla guerra per tredici miliardi e 200 milioni di dollari.

La parte spettante all’Italia, come già detto, dopo i 100 milioni di anticipo, ammontava a un miliardo e 200 milioni di dollari in valuta dell’epoca. Ma venne ribadito a chiare lettere in Congresso, che se avessero vinto i socialcomunisti, alle elezioni del 18 e del 19 aprile, neanche un centesimo sarebbe più partito verso l’Italia.

Qualcuno ha scritto che questa è stata la prima pietra della guerra fredda, che durerà sino al 1989 (e anche oltre).

Anche nella letteratura si vive questa contrapposizione tra le due anime del mondo, anche se in maniera decisamente più simpatica.

Rizzoli, infatti, proprio nel 1948 pubblicherà il primo dei capolavori letterari di Giovannino Guareschi che ha come protagonisti un pretone buffo e un ruvido sindaco dal cuore d’oro: Don Camillo e Peppone.

La vittoria di De Gasperi alle elezioni di aprile lo porta con ancora maggiore convinzione a sottoscrivere, il 28 giugno, un accordo di cooperazione con gli USA (l’accordo verrà ratificato dal Parlamento il 13 luglio).

E a Parigi, questa volta pochi giorni prima delle storiche, prime elezioni repubblicane di aprile, il Governo De Gasperi aveva sottoscritto gli accordi internazionali in materia economica europea, per i quali il Parlamento darà subito dopo l’autorizzazione per la ratifica.

La risposta dell’URSS si avrà nel gennaio dell’anno successivo, con la creazione del Comecon, il Consiglio di cooperazione per la mutua assistenza economica, che inizialmente vide impegnati sei paesi a conduzione comunista, ma che successivamente fu allargato ad altri sei (tra cui Iugoslavia, Cuba e Vietnam).

Insomma, la guerra fredda si giocò su tutti i fronti e costituì una contrapposizione costante tra i paesi di ispirazione capitalistica e i paesi comunisti (dal punto di vista della propaganda sovietica si parlava di contrapposizione tra i paesi imperialisti filoamericani capeggiati dagli USA e i paesi antimperialistici e democratici facenti capo all’URSS).

Il 14 luglio Palmiro Togliatti è gravemente ferito, con quattro colpi di pistola, dallo studente universitario Antonio Pallante.

Senza attendere le indicazioni del partito i militanti comunisti e la base operaia diedero inizio a un impressionante sciopero generale con occupazione delle fabbriche.  Riapparvero formazioni di ex partigiani armati e i militanti comunisti assaltarono la FIAT e alcuni dirigenti, tra cui Vittorio Valletta, vennero presi in ostaggio e comparvero le armi all'interno della fabbrica. Ufficialmente il partito non aveva ancora dato alcuna direttiva insurrezionale, ma si racconta che Cino Moscatelli e Pietro Secchia fossero favorevoli a un'azione rivoluzionaria. A Torino e Milano, in parte presidiate dai militanti comunisti, si svolsero grandi manifestazioni di piazza in cui si parlò di armi pronte. Scontri armati nel capoluogo lombardo tra comunisti e polizia terminarono con numerosi feriti e l'occupazione di altre fabbriche. A Genova il movimento insurrezionale fu ancora più esteso: si verificarono scontri tra militanti e forze dell'ordine con feriti, alcuni carabinieri e poliziotti furono presi prigionieri. Nella notte si eressero le barricate e il prefetto decretò lo stato d'assedio.

Tra i dirigenti del partito l'attentato a Togliatti provocò grande emozione. Qualcuno dice che alcuni di loro fossero in contatto con l’Unione Sovietica per chiedere il consenso e un aiuto all’insurrezione armata. In realtà i dirigenti comunisti preferirono attendere gli eventi senza sostenere esplicitamente l'insurrezione.

Il governo si dimise e lo stesso Togliatti, dal letto d’ospedale, dopo un intervento chirurgico andato bene, invitò i compagni alla calma. Anche Alcide De Gasperi, poco prima di dimettersi, diramò un comunicato via radio in cui si invitava tutti alla calma.

D’altro canto, come si ebbe conferma in seguito, l'Unione Sovietica era contraria ad avventure insurrezionali e le forze dell'ordine col sostegno eventualmente dell'esercito disponevano di una schiacciante superiorità militare, e non era da escludere un intervento diretto statunitense.

Il 16 luglio i dirigenti comunisti presero la decisione di bloccare l'evoluzione rivoluzionaria e arrestare lo sciopero.

Qualcuno sostiene che la vittoria di Gino Bartali nella tappa del giro ciclistico di Francia, avvenuta proprio il giorno dell’attentato, contribuisse a calmare gli animi esacerbati dei comunisti italiani. Io credo che l’effetto calmieratore lo ebbe l’accorato discorso che lo stesso segretario del Partito Comunista, come già segnalato, fece dal suo letto d’ospedale, con cui invitata i compagni comunisti a stare calmi, evitando altri inutili bagni di sangue.

 

 

 

 

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