Capitolo Quarto
Capitolo Quarto
I live in Italy with my wife and a cat called Suzel. I'm a retired teacher and now a lawyer. I like reading and writing. My best items are for fiction, poetry and theatre. I'm a great dreamer. I also like movies such as spy stories and action's movies. One of my best are English 007's movies.
https://www.amazon.it/dp/B0HDNZBWFJ
Dalla Sicilia al Piemonte con Garibaldi
Un amore garibaldino
Romanzo storico
PROLOGO
«Se non riporti immediatamente indietro
questa carretta, con equipaggio, carico e passeggeri, quant’è vero che mi
chiamo Gaspare Nicolosi da Mazara del Vallo, ti faccio saltare in aria il
cervello, compreso il berretto da capitano che ti ritrovi in testa!»
Il capitano del vapore Santorini, battente bandiera greca, che era salpato dal porto di Marsala appena due ore prima, si ricordò del proverbio che sentiva ripetere, dai marinai greci e italiani, sin da quando era un giovane mozzo di coperta ed aveva appena iniziato a solcare i mari del Mediterraneo, mentre con la coda dell’occhio inquadrava la faccia decisa di quel giovane italiano dai baffetti ben curati e dall’incarnato scuro.
“Una razza, una faccia!” ripeté tra sé, con un brivido, che egli
preferì attribuire al freddo metallo di quella pistola che gli premeva la
tempia destra.
Il capitano Johannes Liarkònos pensò anche
a sua moglie Rinaci, alla quale
aveva promesso di invecchiare insieme e che l’aspettava a Corfù, indaffarata
nei preparativi per il matrimonio prossimo della loro primogenita.
Decise che non valeva affatto la pena rischiare e, anche se gli costava
da matti, intraprese la manovra di inversione della rotta, non senza avere
tranquillizzato quell’esagitato giovanotto, pregandolo di spostare la canna
della pistola dalla sua tempia.
Sì, quell’uomo aveva una faccia familiare; probabilmente era siciliano, come aveva detto di essere, ma dalla faccia poteva benissimo essere un greco; ed un suo connazionale, davanti ad un rifiuto non accetto, avrebbe sicuramente fatto fuoco.
Fu così che Gaspare Nicolosi, poté rientrare nel porto di Marsala dove
erano diretti i due brigantini “ Piemonte”
e “Lombardia” che egli aveva visto virare verso il
porto siciliano giusto in tempo per chiedere al comandante greco del Santorini
di invertire la rotta.
Ora che arrivava Garibaldi che senso aveva per lui scappare a Malta?
Meglio combattere e morire che fuggire! Adesso che il generale nizzardo era
finalmente giunto gli sgherri del re di Napoli avrebbero trovato pane per i
loro denti, e lui non si sarebbe più nascosto, anche se veniva ricercato come
pericoloso nemico della legge.
Su quei brigantini, a lungo attesi in Sicilia, in quella primavera
avanzata del 1860, viaggiavano Garibaldi e i prodi garibaldini che presto
avrebbero intrapreso una leggendaria marcia di liberazione ed ai quali egli
voleva ardentemente unirsi, come di fatto, in quello stesso giorno, si unì.
E Garibaldi, come era nel suo carattere, non perse tempo.
Ben conscio dell’importanza del ruolo che esse avrebbero potuto
svolgere nella sua impresa, dato anche l’esiguo numero dei suoi uomini, in
raffronto al numero dei soldati regi del Borbone, decise di coinvolgere le
popolazioni locali attraverso la emanazione e la diffusione di un immediato
Proclama.
Capì dunque subito il prode generale, che quel giovane temerario,
ricercato dalla polizia borbonica, tornava utile al compimento dei suoi disegni
preparatori in quella che sarebbe divenuta una marcia vittoriosa fino a Napoli.
I live in Italy with my wife and a cat called Suzel. I'm a retired teacher and now a lawyer. I like reading and writing. My best items are for fiction, poetry and theatre. I'm a great dreamer. I also like movies such as spy stories and action's movies. One of my best are English 007's movies.
Capitolo
Terzo
«E tu come ti chiami?»
«Sono Giuditta, la nipote dell’Anselmo».
«Io però non ti avevo mai visto prima d’ora».
«In effetti non è da tanto che sto qui al Magazzino
ad aiutare lo zio…»
«Eh sì che ti avrei notata se ci fossi stata. Non
puoi passare mica inosservata, sorbole!»
Giuditta fu lusingata da quelle parole. Lei ci era
abituata ai complimenti, anche se era strano che a farglieli fosse quella donna
dall’accento così buffo e dal fisico mastodontico. Fuori lo sciabordio
dell’acqua, senza soluzione di continuità, segnava lo scorrere del tempo.
«Sei davvero molto bella, lo sai?», aggiunse ancora
il donnone dal buffo accento forestiero.
Giuditta, per niente imbarazzata, arrossì non di
meno lievemente.
«Mo’ certo che lo sai! Chissà quanti uomini ti han
già messo gli occhi sopra!», aggiunse la donna, presentandosi subito dopo. «Io
mi chiamo Maturina e sono la padrona della casa alla Sconcia, giù al Borgo San
Giorgio. Tu sai cos’è la Sconcia, nevvero?»
Giuditta lo sapeva. E non soltanto perché nei
registri di magazzino figurava quel nome per la fornitura del sapone e di certe
pezze di lino. Aveva sentito quel nome in bocca a molti uomini.
Tra i tanti complimenti ricevuti, lontano dalle
orecchie attente di Anselmo, c’era stato persino qualcuno che le aveva
confessato che neanche alla Sconcia aveva visto una ragazza più bella di lei.
Ma Giuditta aveva imparato ad ascoltare senza
rispondere.
«I tuoi genitori stanno qui a Ferrara anche loro?»
chiese ancora l’anziana donna, che voleva completare il quadro di quella
giovanetta che aveva suscitato la sua curiosità.
« Sono morti» disse la ragazza, senza
apparente emozione. «Il mio papà era un affermato commerciante di tessuti e
filati e si trovava nelle Fiandre con mia madre, sorella dello zio Anselmo,
quando entrambi vennero aggrediti e uccisi da dei briganti» finì di raccontare
la ragazza.
«Oh, ma che brutta disgrazia» esclamò la donna
trasalendo. Poi, tornando a quel suo tono scanzonato, aggiunse: «Se un giorno
ti stancassi di fare la magazziniera a tuo zio, vienimi a trovare alla Sconcia.
Per una ragazza bella e sveglia come sei tu, avrei una proposta che è qualcosa
più di una semplice offerta di lavoro!»
«Ci penserò!», rispose in un modo sicuro Giuditta,
finendo di conquistare l’anziana donna.
Poi, udendo la voce di Anselmo che cercava la
nipote, le due donne passarono a parlare della commessa che la Maturina era
venuta a fare per la sua Sconcia.
Giuditta
Maier aveva da poco compiuto 18 anni e da due anni, da quando era rimasta
orfana, stava nella casa dello zio, che l’aveva ospitata insieme ai cinque
fratelli più piccoli, tutti maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e
Beniamino.
Suo
padre Jacopo era discendente di una delle più ricche famiglie di conversos
fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola, che si erano rifugiate a Ferrara dopo il decreto di
espulsione del 1492.
Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia
Zatterini, la madre di Giuditta, nel corso di uno dei tanti contatti
commerciali che intratteneva con l’impresa di famiglia, che gestiva il traffico
fluviale tra il ducato di Ferrara e la Repubblica di Venezia, sino
all’Adriatico, nella grande casa, con i
magazzini annessi, che si trovavano
a Pontelagoscuro.
In
quei magazzini arrivavano via terra parte le merci che il ducato d’Este allora
esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal
fiume, alcune delle le merci importate:
sale, carta, spezie, maioliche, grano ed
altri alimenti.
Era
bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza
dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.
Il
padre di Olimpia, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote,
aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante
e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.
Giuditta
aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non
abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e
prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta
e la folta chioma bruna.
Ma
quest’ultima, così come gli occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino,
la cui misura era percepita in modo attenuato grazie agli zigomi assai alti e
pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la
madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai
delicati, seppure innestati in un fisico alquanto slanciato.
Il
suo carattere forte, determinato,
volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli
affari, l’aveva spinta a interessarsi
più di quanto accadeva nei magazzini dell’impresa, che della conduzione della casa e, una volta viste le sue peculiari capacità,
lo zio era stato ben lieto di averla al suo fianco.
E
fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e
classificazione delle diverse merci che confluivano negli sterminati magazzini, e lei lo seguiva con
quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta,
all’improvviso, le mani tremanti e
bramose di un uomo.
Giuditta,
superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento,
lo lasciò frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.
La
sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava
percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito
dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva
fornirle uno smisurato potere sugli uomini.
Ne
trovò conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, giacque sfinito e
appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso,
Giuditta avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio
tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi,
dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e
in un altro tempo.
I live in Italy with my wife and a cat called Suzel. I'm a retired teacher and now a lawyer. I like reading and writing. My best items are for fiction, poetry and theatre. I'm a great dreamer. I also like movies such as spy stories and action's movies. One of my best are English 007's movies.
Capitolo
Secondo
«Le
ho gabbate una volta, quelle sottane» si vantava Pietro Marino De Regis con gli
amici della Nuova Accademia, riferendosi ai religiosi della Congregazione
pontificia che lo avevano processato negli anni novanta del secolo precedente –
«e le gabberò novellamente anche ‘stavolta!»
«Quante ne abbiam fatte con gli Incerti, eh Pietro?», interpose Girolamo
Aleardi.
«E
soprattutto quante ne faremo ancora!», rispose l’interpellato sollevando la sua tazza stracolma di vino.
«Giusto»,
interloquì un altro invitato, imitando il gesto del suo amico e sodale.
«Brindiamo al nuovo che avanza!»
«Brindo
ai dolci e femminili visi, che degli Incerti i cuori affranti, ieri allietarono
conquisi, e cogli Increduli in avanti, a scapito di Ludovisi, conquisteremo
ancor festanti!», improvvisò Gabriello Chiabrera, levando a sua volta il
bicchiere.
Un
coro di evviva, di prosit, ad maiora, e altri auspici che
inneggiavano alle nobili frontiere delle nuove conoscenze ma anche alle crapule
più prosaiche e volgari, si levarono in risposta ai versi improvvisati dal
poeta; quella notte, come altre notti a seguire.
Pietro
Marino De Regis, chiamato “Il Carminate”, era uno dei 144 membri, tra poeti,
musicisti, pittori e artigiani, che avevano contribuito nel novembre di
quell’anno del Signore 1623 a fondare la Nuova Accademia degli Increduli di
Ferrara.
Si
trattava in realtà di una rifondazione della precedente Accademia degli
Incerti, sorta sempre a Ferrara molti anni prima e sciolta nel 1597 dalla
Congregazione dell’Indice Paolino, per avere osato tradurre la Bibbia in
volgare.
Con
Girolamo Aleardi e Gabriello Chiabrera, era uno dei pochi sopravvissuti che
poteva fregiarsi di essere appartenuto alla precedente fondazione accademica
ferrarese.
«Raccontateci
ordunque come riusciste ad aggirare quelle menti restie a ogni cambiamento!»
chiese uno dei giovani affiliati che all’epoca di quei fatti era ancora in
fasce.
«Sì,
dai, Pietro, Girolamo, Gabriello, raccontateci i particolari di quel clamoroso
inganno!» incitò un altro giovanissimo. Tutti i giovani come lui provavano una
grande ammirazione per De Regis, Aleardi e quegli altri sodali che avevano
fatto parte, nel secolo precedente, della mitica Accademia degli Incerti di
Ferrara.
«Perché
non sono nato venticinque anni prima di
oggi!» disse con nostalgia un terzo affiliato levando il suo bicchiere in alto!
«Ai
bei tempi andati!» lo imitò un altro proponendo un ennesimo brindisi, subito
imitato da tutti i presenti.
La
tavolata contava, quella sera, una dozzina di affiliati, convenuti all’osteria
“Del Drago”, dove un salone sarebbe stato sempre a disposizione di quei giovani
assetati di vino, di esperienze e di avventure.
«Oste,
finalmente ti fai vivo! Che fai ti sei dimenticato di noi?» disse Pietro Marino
rivolto al titolare che si era affacciato in quella sala riservata, sicuramente
per capire se occorresse qualche nuova fornitura.
«Servo
vostro, messere! Comandate pure!» rispose l’uomo avvicinandosi al Carminate che
era l’uomo più rappresentativo dell’allegra brigata. Quantomeno agli occhi
dell’oste, dato che era sempre lui a pagare per quei bagordi.
«Portaci
dell’altro vino. E anche di quel salame che sai tu con del pane a fette!»
comandò De Regis con voce sicura!
«Non
sia mai che ci si secchi la gola a forza di ridere e parlare» ribadì Girolamo
suscitando le acclamazioni generali.
«E
mandaci le portate con Caterina, se non ti dispiace» aggiunse un terzo,
moltiplicando le risate e le acclamazioni di giubilo.
«Ordunque»
prese a narrare Girolamo dopo uno sguardo d’intesa con Pietro Marino e con
Gabriello «noi eravamo nell’anno di grazia 1596 quando per colpa di uno spione,
che poi fece la fine che meritano gli spioni, ci sequestrarono una bibbia in
volgare che la nostra accademia aveva tradotto e pubblicato grazie all’editore
veneziano Manuzio in ben mille copie.»
«All’epoca
Pietro Marino, era già un provetto orologiaio, nonché promettente e giovane
poeta», riprese guardando il De Regis, dopo essersi scolato il rimanente vino
del suo bicchiere.
«Tra
i nostri amici, allora» riprese a raccontare Gabriello Chiabrera «era affiliato
all’Accademia un nipote del duca d’Este…»
Caterina
fece il suo ingresso con un vassoio ricolmo di vivande e un boccale di vino. Il
narratore tacque e tutti gli sguardi si rivolsero nella sua direzione, non si
sa se ammirati per l’abilità e la forza con cui trasportava i suoi carichi,
oppure per la bellezza del suo portamento. Uno dei giovani associati corse ad
aiutarla. Tutti sapevano che aveva un debole per quell’avvenente ragazza. Era
stato lui infatti a chiedere all’oste che la incaricasse per la comanda.
Caterina gli sorrise, colorandosi di un rossore pudico, e poi, liberata dai pesi fece un inchino a
Pietro Marino, prima di accommiatarsi. Tutti osservarono le sue forme leggiadre
allontanarsi.
«Alle
fortune amorose del nostro Ciro!» pronunciò Girolamo dopo avere riempito il suo
e gli altri bicchieri.
I
presenti risposero inneggiando alle venustà femminili.
Con
il pane e il salame ancora in masticazione Pietro Marino, sollecitato dai
presenti riprese a raccontare.
«Il
duca Alfonso, che ci amava e ci proteggeva come quei figli che avrebbe voluti e
che la sorte mai gli diede in dono, incaricò Cato e i suoi migliori avvocati di
patrocinare la nostra difesa davanti all’Inquisizione. Era sempre in rotta con il papato, non
foss’altro per il fatto che i successori di san Pietro non vedevano l’ora di
impossessarsi dei suoi feudi, così non perdeva occasione per dimostrare ai
chierici che non li temeva affatto…»
«Forse
saprete già che il duca Alfonso era di casa alla corte dello zio Enrico II di
Francia, in rotta anche lui con il papa, per le solite beghe dei Francesi, che
non avevano mai rinunciato a spostare la sede del papato a casa loro…»
intervenne Girolamo mentre Marino si serviva ancora di pane e salame,
innaffiandolo con il buon vino.
«Continua
tu Girolamo, che adesso viene il bello!» disse Pietro Marino con la bocca piena
di cibo, rivolgendosi ai commensali più giovani.
Nella
sala si udivano soltanto le mascelle in movimento dei presenti, vogliosi di
udire il resto della storia, ma vogliosi anche di placare il loro appetito
giovanile.
«Noi
la scampammo tutti alla grande!» intervenne Gabriello. «A me viene da ridere
soltanto al ricordarmi le facce che fecero gli sgherri del papa quando lessero
la memoria del grande Renato Cato e dei suoi colleghi dello Studium Juris del
prode duca d’Este!»
Pietro
Marino riprese la parola, dopo essersi asciugato la bocca per detergere le
eventuali tracce del gustoso vino e del buon pane e salame con cui si era
rifocillato, ascoltando i due veterani dell’Accademia che insieme a lui avevano
vissuto quell’esperienza irripetibile, che tanto affascinava il popolo
ferrarese e i giovani presenti in particolare.
«Con
una dichiarazione dell’editore Manuzio, quegli avvocati immensi, erano riusciti
a dimostrare che la Bibbia da noi composta in volgare, era stata stampata,
seppure non diffusa, dal 5 al 14 ottobre 1582…» disse Pietro Marino, a metà tra
il serio e il faceto, quasi che gli scappasse da ridere da un momento
all’altro.
«E
questo che significa?» Chiese Checchino,
il più giovane e inesperto tra gli affiliati della Nuova Accademia degli
Incerti.
«Ma
come che significa? Sta a sentire bischero che non sei altro!» disse Gabriello
Chiabrera che aveva delle chiare
ascendenze toscane.
«Quei dieci giorni costituiscono un periodo
temporale che il papa Gregorio XIII, decidendo di riformare il calendario
giuliano, aveva dovuto abolire per decreto, onde correggere le imprecisioni del
precedente calcolo giuliano, recuperando il tempo in esso perduto».
«Hai
capito adesso?» chiese Chiabrera rivolto a Checchino.
«L’Astronomia
e la matematica non sono mai state il mio forte…» si schermì quello,
continuando a non capire.
«Ma
non capisci nulla allora? Si era creato come un vuoto nel tempo, un periodo
giuridicamente nullo!» intervenne uno dei commensali.
«In
quanto “vacuum ac nullus”, avevano chiosato gli abili difensori degli
imputati accademici» riprese a spiegare Pietro Marino «in quel periodo non
poteva essere validamente ascritto alcun crimine a chicchessia, in quanto “quod
nullum est, nullum producit effectum”».
Adesso
Checchino che qualche studio giuridico l’aveva pur fatto, aveva compreso.
«Ma
questa è una beffa degna di messer Boccaccio, parola mia!» esultò felice,
levandosi in piedi e proponendo un brindisi alle beffe dei letterati contro i
potenti!
«Chi
di latino ferisce, di latino perisce!» propose un altro ridendo.
«Insomma»
si avviò a concludere il Carminate «dopo avere chiosato a lungo sui sommi
principii di diritto canonico e civile, sui dubbi di giurisdizione e
competenza, quei provetti principi dello Studium Juris Estense, capitanati
da Renato Cato, conclusero in via pregiudiziale che un fatto commesso in un
periodo soppresso per decreto, non poteva costituire e contenere alcuna
fattispecie, né in fatto, né in diritto. Il risultato di questa agguerrita
schermaglia, tra filosofia, scienza e diritto, fu che il Tribunale della
Congregazione, forse pauroso di essere criticato, o peggio, deriso, dovette assolvere tutti gli autori imputati.»
«Evviva
il duca Alfonso d’Este e abbasso l’Inquisizione» gridarono a una sola voce i
convenuti.
«E
lo smacco non finì mica lì per le
bertucce rosse di Roma!» intervenne Girolamo. «Perché le Note Difensive redatte
dallo Studium Estense
furono intelligentemente fatte circolare, seppure in copia informale e per
conoscenza, nelle più importanti corti europee, ciò che mise in seria
difficoltà la cerchia aldobrandina, sempre attenta a non turbare troppo gli
equilibri diplomatici. La Congregazione fu messa comunque alla berlina dappertutto, in tutte le migliori
corti d’Europa».
«Ci
tenemmo la pancia dal gran ridere, con grande godimento, per diverso tempo!»
esclamò il De Regis tenendosi davvero la pancia, che cominciava ad essere
prominente, data la sua età che avanzava.
«E
com’è che finì poi l’avventura dell’Accademia degli Incerti?» chiese ancora
Checchino.
«Il
duca Alfonso II, ormai al tramonto della sua vita, stanco e senza figli, sulla
richiesta di scioglimento dell’Accademia chiuse tutti e due gli occhi, perché
comunque l’assoluzione degli imputati, tra cui quella del suo nipote affiliato
che tanto gli era caro, fu considerata negli ambienti politici e diplomatici
dell’epoca, una sua vittoria personale» rispose Gabriello.
«Rimasti
poi orfani dei grandi mecenati estensi, fummo
sfrattati da villa Marfisa. Così abbiamo continuato ad unirci in
segreto, aggregando giovani talenti, sino ai nostri giorni» concluse Pietro
Marino.
«La
Congregazione, tuttavia» disse uono dei giovani
«non è che si rassegnò del tutto. Io so che sfogò tutta la sua rabbia
potente contro l’editore Manuzio di Venezia, acerrima nemica dello Stato
Pontificio, che aveva pubblicato la traduzione.»
«E
capirai! Gli han fatto il solletico sotto i piedi al Doge di Venezia!» esclamò
uno dei più anticlericali.
Tutti
risero di cuore.
«Ma
in fondo, questa è acqua passata che non macina più. Brindiamo all’oggi e al
domani!» propose Girolamo sollevando in alto il suo bicchiere.
«E
io vi giuro che ho in serbo qualche altro scherzetto per le cuffie rosse
romane!» disse Pietro Marino con la sua consueta spavalderia. E tutti i
presenti sapevano che il più abile orafo e orologiaio di Ferrara non parlava
mai soltanto per vantarsi. Per cui quella sparata fu un ottimo pretesto per
brindare ai futuri successi dell’Accademia degli Increduli.
Di acqua sotto i ponti da quel tempo ne era
passata tanta per davvero! Estintasi la linea diretta della casata degli
Estensi (Alfonso, nonostante i suoi due matrimoni, era morto senza eredi
legittimi diretti) lo Stato Pontificio era riuscito finalmente a inglobare i
territori ferraresi del ducato sotto la sua sovranità, ed al posto dei duchi
d’Este ora regnava a Ferrara un Legato Pontificio.
I live in Italy with my wife and a cat called Suzel. I'm a retired teacher and now a lawyer. I like reading and writing. My best items are for fiction, poetry and theatre. I'm a great dreamer. I also like movies such as spy stories and action's movies. One of my best are English 007's movies.
https://www.amazon.it/dp/B0H7QMM6WD
Capitolo
Primo
La
primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli
ultimi vent’anni.
Tutti i ferraresi, a memoria d’uomo, non
ricordavano di aver visto il Po ghiacciato prima di allora, quando il vice
legato Pasini Frassoni scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi
collaboratori, per inviarlo a Roma dal cardinale Garzia Mellini. Intendeva
informare immediatamente di quanto le
spie locali della Congregazione gli avevano riportato.
«Mi
avete fatto chiamare eccellenza?», chiese don Giuseppe Canaselli, dopo che ebbe
udito la voce del suo superiore invitarlo ad entrare.
«Certo,
certo, vieni avanti», disse il vice legato sollevando gli occhi dalle carte che
stava esaminando.
Il
giovane prelato si avvicinò timidamente al tavolo da lavoro dell’importante
delegato. Lo aveva scelto come suo secondo segretario per la sua discrezione,
che sconfinava nella timidezza, ma soprattutto per la sua prodigiosa memoria,
che lo aveva colpito al tempo in cui era stato suo insegnante di greco e
latino.
«Siediti»,
gli disse indicandogli una delle sedie che stavano davanti a lui. «Vuoi bere
qualcosa?», aggiunse dopo che il giovane si fu seduto sul bordo della sedia,
con gli occhi bassi sulle mani che aveva posato in grembo.
«No,
grazie, eccellenza. Io non bevo».
E
infatti il suo incarnato era alquanto pallido, e forse anche quella sua vocina,
così acuta, quasi acerba, si irrobustirebbe, incrementando i piaceri del bere,
pensò il vice legato pontificio.
Si lisciò prima il mento e poi la gola, sin
dove il colletto rigido dell’abito talare glielo permisero. Ma in effetti la
nostra Chiesa si regge sui sacrifici e sulla rettitudine di questi giovani,
pensò ancora con cuore grato l’alto prelato. Poi intrecciò le mani grassocce
sul prominente girovita.
«Sei
mai stato a Roma?», chiese abbandonandosi nella sua comoda poltrona.
«Una
volta, da ragazzo, accompagnai mio padre e mio zio che si recavano da un ricco
committente per una pala d’altare».
Ricordava
che il giovane discendeva da una famiglia di rinomati pittori. Ma la sua
intelligenza e la sua natura riflessiva lo avevano attratto nell’orbita della Madre
Chiesa; tanto più che la bottega dei parenti pittori era stata riempita a
sufficienza con i fratelli e i cugini nati prima di lui.
«E
la strada te la ricordi?»
«Non
tanto per la verità. Ricordo però che si partì più o meno in questa stagione.
In altri periodi dell’anno le strade dissestate rallentano di parecchio
l’andatura delle carrozze».
«Ho
un’importante ambasciata per te; da portare a Roma, e da riferire personalmente
al cardinale Giovanni Garzia Mellini. Te la senti?»
«Comandate
pure eccellenza», disse sempre con gli occhi bassi il giovane chierico.
«Benissimo.
Ho già organizzato tutto. Partirai quanto prima, da solo e nella massima
discrezione. Godrai della scorta di due delle guardie del presidio. Il mio
vetturino sa tutto ed è a tua disposizione. Prima di partire presentati qui da
me. Ti darò, a voce, le informazioni da trasmettere a sua eminenza, insieme a
una lettera di presentazione e a un fondo spese.»
Don
Giuseppe Canaselli capì che il dialogo era concluso e si ritirò con un inchino
di timida ma ossequiosa riverenza.
Originario
di una famiglia che vantava in passato ricche ascendenze, ma al presente, scarsi
mezzi economici e finanziari, il vice legato Pasini Frassoni aveva studiato
grazie al generoso interessamento di uno zio materno, pervenendo al grado di
Consigliere della Segnatura Apostolica. Giunto
lì si era reso conto che l’ascesa al potere vero era per lui troppo ardua.
Entrato nelle grazie del potente cardinale Garzia Mellini, era stato nominato
vice legato a Ferrara, ma la sua ambizione lo faceva puntare molto più in alto.
Intanto
approfittava di ogni buona occasione per incrementare il patrimonio che i suoi avi
avevano dissolto per incapacità e per sfortuna.
Appena
fu uscito il suo collaboratore, il vice legato si concentrò di nuovo sulle
carte che aveva davanti.
Le
spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, lo avevano informato
che Pietro Marino De Regis, noto il Carminate, con la complicità di altri
membri dell’Accademia degli Increduli, stava scrivendo un libro che
propagandava le idee rivoluzionarie diffuse da Copernico nel libro
proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium”, messo all’Indice sin dal
1616.
L’alto
prelato, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato
da papa Gregorio XV come successore di Pietro Aldobrandini, per fare
le sue veci a Ferrara, rileggendo quei rapporti, ripensò al suo piano di
azione per capire quali altre mosse e quali altri accorgimenti fossero necessari.
In
primis era d’obbligo mettersi in contatto con il suo diretto superiore, perché
il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi
non voleva rischiare che l’importante notizia gli arrivasse da altri.
In
secundis egli voleva sapere da Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma
così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva
inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla
salute precaria di papa Ludovisi.
Una
sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento
nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in
prospettiva, anche una investitura da porporato.
Infine, nella peggiore delle ipotesi, se fosse
riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella
confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e
del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole,
in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà
limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi
d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.
E
a inizio giugno don Giuseppe Canaselli era già di ritorno. Il suo imminente
rientro, secondo le istruzioni ricevute, era stato preannunciato da una delle
due guardie di scorta. Il vice legato, desideroso di ricevere le novità da
Roma, lo attese nell’ampio cortile della legazione, dove la sua carrozza di
rappresentanza fece il suo ingresso poco prima di mezzogiorno.
«Bentornato,
carissimo don Giuseppe. Tutto bene?» lo salutò il porporato appena il
vetturino, sceso con un balzo dalla sua postazione, gli ebbe aperto la portiera
della carrozza.
«Suppongo
che ti voglia rinfrescare e riposare un poco prima di riferirmi le disposizioni
di sua eminenza?» riprese il vice legato, dopo le poche parole di assenso, di
ringraziamento e di saluti che il subordinato gli rivolse in risposta al suo
benvenuto.
Pasini
Frassoni notò il pallore del suo emissario e lo attribuì alla stanchezza del
viaggio, anche se in realtà faceva parte della sua normale costituzione.
«No,
eccellenza, non c’è bisogno. Mi riposerò meglio dopo avervi relazionato sulla
missione» disse il giovane segretario nel suo consueto tono dimesso.
«Benissimo»
assentì il suo superiore, che non aspettava altro. «Però avviamoci verso il
parco, così ti sgranchirai un poco le gambe» aggiunse avviandosi verso il
sentiero alberato che conduceva nella vasta area boscosa che circondava
l’edificio, dopo avere licenziato con un gesto il vetturino e la guardia.
La
giornata era luminosa e calda. Il fresco del parco era l’ideale, lontano da
orecchie indiscrete, per ascoltare l’ambasciata riservata del suo superiore
romano.
Il
giovane sacerdote non aveva riportato delle istruzioni scritte. Già da questo
il vice legato capì che il contenuto delle informazioni doveva essere di
importanza estrema. Doveva trattarsi inoltre di questioni riservatissime, dato
che le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano
solitamente per iscritto.
«Con
riguardo al grave problema dell’eretica condotta dell’orafo poeta De Regis, il
cardinale informa vostra eccellenza che dovrà giungere a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo
spagnolo, specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici. Sua Eminenza conta su di voi per fornire al
militare ispanico tutti i mezzi necessari per espletare il suo incarico, senza
che mai, per alcun motivo, debba figurare il suo nome».
Grazie
alla sua memoria prodigiosa (affinatasi nello studio dei classici e della
grammatica della lingua greca in particolare), il giovane prete poté riferire
al vice legato, che lo incalzava con canonica premura, per filo e per segno, tutti
i dettagli e le minuziose sfaccettature dell’udienza riservata che il cardinale
gli aveva concesso e che andavano riferite al vice legato tali e quali.
Insieme
alle istruzioni del cardinale, il giovane prelato riportò la notizia che le
condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici
di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi
elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre
che precedevano il Conclave ormai imminente.
Dal contenuto delle istruzioni Pasini Frassoni
ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della
Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non
escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche
qualche voto dalla Francia).
A
maggior ragione occorreva che il cardinale Mellini, tra i papabili in corsa per
il soglio pontificio, agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste
informazioni, sia le dettagliate istruzioni che riguardavano il caso gravissimo
della Nuova Accademia degli Increduli, andavano gestite nel migliore dei modi.
Ma
ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo
Barberini al soglio pontifico, con il nome di Urbano VIII, dell’hidalgo
spagnolo preannunciato, Pasini Frassoni
non aveva visto neppure l’ombra.
Non
poteva certo sapere che don Pedro Domingo Mendoza Martinez, accompagnato dal
suo fido Tenoch Titancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J., sarebbe giunto a Ferrara soltanto a settembre dell’anno 1623
già inoltrato.
I live in Italy with my wife and a cat called Suzel. I'm a retired teacher and now a lawyer. I like reading and writing. My best items are for fiction, poetry and theatre. I'm a great dreamer. I also like movies such as spy stories and action's movies. One of my best are English 007's movies.
https://www.amazon.com/dp/B0H7QMM6WD Capitolo Quarto «Ecco, signor duca, nel raffronto tra le due mappe, si può apprezzare l...