10.25.2026

Zustissia: Recensione



Beniamino Zuncheddu, la storia di un uomo in carcere da  innocente

 

Mentre mi accingo a scrivere la recensione del film Zustissia, del regista Francesco Piras, basato sul libro autobiografico “Io sono innocente” dedicato alla storia di Beniamino Zuncheddu, detenuto ingiustamente nelle carceri italiane per oltre trent’anni, penso a ciò che ho vissuto negli ultimi tre decenni della mia vita.

È impossibile elencare tutto quello di cui è stato privato quest’uomo, eroe suo malgrado, vittima del più grave errore giudiziario di questi nostri  travagliati tempi moderni.

La sua vicenda mi ha colpito, prima come uomo e poi come avvocato che da più di quarant’anni si muove nelle aule giudiziarie italiane, alla ricerca di comporre quel complesso mosaico, che si suole  definire  con il termine di “verità giudiziaria” o anche “giustizia terrena”, un bene più difficile  da trovare, di quanto non si pensi nelle aule di studio universitarie e nelle stesse aule giudiziarie,  come la vicenda di Beniamino Zuncheddu purtroppo dimostra.

È pur vero che l’errore giudiziario costituisce l’eccezione, e non la regola, sia nel penale, sia nel civile (mi limito a questi due ambiti processuali, ma il discorso vale anche  per i procedimenti amministrativi e per quelli tributari, anche se in quegli ambienti la “verità processuale” è ancora più difficile da trovare).

E pur tuttavia il pensiero che un uomo abbia scontato, da innocente, più di trent’anni in carcere, è una cosa terribile, che non può lasciare indifferente, né il cittadino, né ancor meno l’avvocato.

Appartengo con convinzione a quella categoria di persone che preferisce di gran lunga sapere che novantanove colpevoli sono liberi, piuttosto che apprendere di  un innocente carcerato e innocente.

Credo fermamente che un imputato possa essere condannato soltanto quando la sua colpevolezza emerga dalle carte processuali al di là di ogni ragionevole dubbio.

Quando ancora insegnavo, con i miei studenti intrapresi delle lunghe e proficue discussioni sull’importanza, per una società che voglia definirsi civile, di predisporre tutti gli strumenti per celebrare dei processi equilibrati e garantisti. Per smuovere i più insensibili e confusi inventavo dei casi giudiziari dove degli apparenti colpevoli risultavano poi essere innocenti, alla prova dei fatti, al vaglio di un processo equo e garantista.

Questo anche per dimostrare che nemmeno un arresto in flagranza di reato, a volte, è sufficiente per decretare la colpevolezza di un imputato, laddove alcuni dei miei studenti sarebbero stati pronti a votare una legge che facoltizzasse la polizia ad eseguire una sentenza di morte immediata, di fronte a una palese condotta apparentemente colpevole.

E ancora mi viene un terribile prurito quando sento dire, da certi populisti dalla disinvolta tastiera, che tre gradi di giudizio sono troppi.

Tre gradi di giudizio non sono bastati per Beniamino Zuncheddu. C’è stato bisogno di un quarto grado, straordinario, in verità, come l’istituto della revisione giudiziaria.

La pellicola è egregiamente interpretata da Fabrizio Ferracane, nel ruolo di Beniamino Zuncheddu e da Michele Riondino nella parte dell’avvocato Mauro Trogu, coautore del libro da cui è tratto il film “Io sono innocente” e vero artefice, nella realtà,  del riscatto personale e processuale di questa vittima innocente del sistema processuale italiano.

Il film “Zustissia”  si snoda su due binari paralleli: quello di un triplice omicidio, maturato nell’ambiente pastorale e che venne inopinatamente addossato al povero Beniamino Zuncheddu, nonostante i tre gradi del giudizio, incredibilmente celeri e veloci, per un sistema giudiziario come quello italiano, notoriamente ingessato e lento, al punto da essere definito da qualcuno come “paralitico”; e quello della revisione, un istituto processuale previsto quando, dopo i tre gradi canonici del giudizio, emergano prove nuove e inconfutabili suscettibili di inficiare la ricostruzione della  colpevolezza emersa nel procedimento  logico e deduttivo che sta, o che dovrebbe stare, alla base di ogni sentenza di condanna.

Come sia potuto accadere che questo procedimento ricostruttivo sia risultato lacunoso e fallace nel caso di Beniamino Zuncheddu non lo posso dire in questa recensione, altrimenti farei uno spoiler che vi toglierebbe il piacere della visione di una pellicola che vi consiglio di andare a vedere,  perché merita di essere vista: per la storia in sé, ma anche per la bravura del regista e degli attori, tutti, nessuno escluso.

Quello che posso dirvi è che il film è realizzato con una buona  tecnica narrativa cinematografica, con competenza giuridica nell’esaminare i necessari snodi processuali e con una buona dose di fedeltà rispetto ai fatti.

Sullo sfondo di questa triste vicenda giudiziaria, quasi in filigrana, la storia fa emergere la cruenta stagione dei sequestri  e la gestione alla “Tex Willer” che un magistrato fuori dagli schemi, fece di quella orrenda, terribile, stagione che vedeva i Sardi, quelli veri, autentici, lavoratori e onesti,  dileggiati per colpa di un pugno di banditi, arrivisti, desiderosi di diventare ricchi per imitare la bella vita dei villeggianti “smeraldini” e un giudice sceriffo convinto che la via della legge fosse percorribile anche attraverso delle scorciatoie.

Beniamino Zuncheddu è stato vittima di un sistema giudiziario troppo complesso e superficiale, incapace di valutare con equità e buonsenso  la sostanza dei fatti; di magistrati distratti e di  avvocati, quelli  che hanno preceduto Mauro Trogu, ben diversi dai suoi sistemi scrupolosi, intrisi di scienza giuridica e coscienza umana; e nessuno mi può levare dalla testa che Zuncheddu sia rimasto vittima di luoghi comuni troppo abusati e superficiali, da parte di uomini abituati a vedere in ogni pastore un uomo pronto a delinquere, prono alla vendetta e attaccato alle sue leggi arcaiche piuttosto che a quelle di uno Stato retorico e cialtrone. Laddove è giusto rimarcare invece che i pastori sardi sono da migliaia di anni la colonna portante dell’economia sarda, i custodi più attenti e gelosi del nostro ambiente, delle nostre tradizioni e della nostra cultura identitaria. I veri pastori sono dei grandi lavoratori, dediti al lavoro come nessuno, rispettosi delle leggi, anche quando gli autori di quelle leggi si sono dimostrati insensibili alla loro essenza identitaria.

Ma  Beniamino è stato vittima anche di chi si era convinto che la legge potesse percorrere delle vie alternative, più spicce e meno garantiste, attraverso la gestione di  una sorta di giustizia privata e personale.

Teniamoci strette nostre le nostre garanzie e lasciamo le “americanate” alle pellicole di Hollywood e ai fumetti nostrani; percorriamo sempre la via maestra della Giustizia, ognuno nel suo proprio ruolo, magistrati, avvocati, cancellieri, ufficiali giudiziari, testimoni e cittadini, ricordando che la giustizia vera si compone di onestà, impegno, rispetto, attenzione, studio e passione nel trattare una componente della vita, la libertà, che costituisce un bene primario, insostituibile e impagabile.

Non so a quanto ammonterà il risarcimento che lo Stato dovrà corrispondere a Beniamino Zuncheddu.

So soltanto che qualunque cifra non potrà mai ripagarlo dei trentadue anni trascorsi da innocente senza i suoi affetti, le sue montagne, le sue passioni, la sua libertà.


Nessun commento:

Posta un commento

Zustissia: Recensione

Beniamino Zuncheddu, la storia di un uomo in carcere da   innocente   Mentre mi accingo a scrivere la recensione del film Zustissia , de...