8.04.2026

In Manuale del perfetto orologiaio

 


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Capitolo Secondo

 

 

«Le ho gabbate una volta, quelle sottane» si vantava Pietro Marino De Regis con gli amici della Nuova Accademia, riferendosi ai religiosi della Congregazione pontificia che lo avevano processato negli anni novanta del secolo precedente – «e le gabberò novellamente anche ‘stavolta!»

«Quante ne abbiam fatte con gli Incerti, eh Pietro?», interpose Girolamo Aleardi.

«E soprattutto quante ne faremo ancora!», rispose l’interpellato  sollevando la sua tazza  stracolma di vino.

«Giusto», interloquì un altro invitato, imitando il gesto del suo amico e sodale. «Brindiamo al nuovo che avanza!»

«Brindo ai dolci e femminili visi, che degli Incerti i cuori affranti, ieri allietarono conquisi, e cogli Increduli in avanti, a scapito di Ludovisi, conquisteremo ancor festanti!», improvvisò Gabriello Chiabrera, levando a sua volta il bicchiere.

Un coro di evviva, di prosit, ad maiora, e altri auspici che inneggiavano alle nobili frontiere delle nuove conoscenze ma anche alle crapule più prosaiche e volgari, si levarono in risposta ai versi improvvisati dal poeta; quella notte, come altre notti a seguire.

Pietro Marino De Regis, chiamato “Il Carminate”, era uno dei 144 membri, tra poeti, musicisti, pittori e artigiani, che avevano contribuito nel novembre di quell’anno del Signore 1623 a fondare la Nuova Accademia degli Increduli di Ferrara.

Si trattava in realtà di una rifondazione della precedente Accademia degli Incerti, sorta sempre a Ferrara molti anni prima e sciolta nel 1597 dalla Congregazione dell’Indice Paolino, per avere osato tradurre la Bibbia in volgare.

Con Girolamo Aleardi e Gabriello Chiabrera, era uno dei pochi sopravvissuti che poteva fregiarsi di essere appartenuto alla precedente fondazione accademica ferrarese.

«Raccontateci ordunque come riusciste ad aggirare quelle menti restie a ogni cambiamento!» chiese uno dei giovani affiliati che all’epoca di quei fatti era ancora in fasce.

«Sì, dai, Pietro, Girolamo, Gabriello, raccontateci i particolari di quel clamoroso inganno!» incitò un altro giovanissimo. Tutti i giovani come lui provavano una grande ammirazione per De Regis, Aleardi e quegli altri sodali che avevano fatto parte, nel secolo precedente, della mitica Accademia degli Incerti di Ferrara.

«Perché non sono nato venticinque  anni prima di oggi!» disse con nostalgia un terzo affiliato levando il suo bicchiere in alto!

«Ai bei tempi andati!» lo imitò un altro proponendo un ennesimo brindisi, subito imitato da tutti i presenti.

La tavolata contava, quella sera, una dozzina di affiliati, convenuti all’osteria “Del Drago”, dove un salone sarebbe stato sempre a disposizione di quei giovani assetati di vino, di esperienze e di avventure.

«Oste, finalmente ti fai vivo! Che fai ti sei dimenticato di noi?» disse Pietro Marino rivolto al titolare che si era affacciato in quella sala riservata, sicuramente per capire se occorresse qualche nuova fornitura.

«Servo vostro, messere! Comandate pure!» rispose l’uomo avvicinandosi al Carminate che era l’uomo più rappresentativo dell’allegra brigata. Quantomeno agli occhi dell’oste, dato che era sempre lui a pagare per quei bagordi.

«Portaci dell’altro vino. E anche di quel salame che sai tu con del pane a fette!» comandò De Regis con voce sicura!

«Non sia mai che ci si secchi la gola a forza di ridere e parlare» ribadì Girolamo suscitando le acclamazioni generali.

«E mandaci le portate con Caterina, se non ti dispiace» aggiunse un terzo, moltiplicando le risate e le acclamazioni di giubilo.

«Ordunque» prese a narrare Girolamo dopo uno sguardo d’intesa con Pietro Marino e con Gabriello «noi eravamo nell’anno di grazia 1596 quando per colpa di uno spione, che poi fece la fine che meritano gli spioni, ci sequestrarono una bibbia in volgare che la nostra accademia aveva tradotto e pubblicato grazie all’editore veneziano Manuzio in ben mille copie.»

«All’epoca Pietro Marino, era già un provetto orologiaio, nonché promettente e giovane poeta», riprese guardando il De Regis, dopo essersi scolato il rimanente vino del suo bicchiere.

«Tra i nostri amici, allora» riprese a raccontare Gabriello Chiabrera «era affiliato all’Accademia un nipote del duca d’Este…»

Caterina fece il suo ingresso con un vassoio ricolmo di vivande e un boccale di vino. Il narratore tacque e tutti gli sguardi si rivolsero nella sua direzione, non si sa se ammirati per l’abilità e la forza con cui trasportava i suoi carichi, oppure per la bellezza del suo portamento. Uno dei giovani associati corse ad aiutarla. Tutti sapevano che aveva un debole per quell’avvenente ragazza. Era stato lui infatti a chiedere all’oste che la incaricasse per la comanda. Caterina gli sorrise, colorandosi di un rossore pudico,  e poi, liberata dai pesi fece un inchino a Pietro Marino, prima di accommiatarsi. Tutti osservarono le sue forme leggiadre allontanarsi.

«Alle fortune amorose del nostro Ciro!» pronunciò Girolamo dopo avere riempito il suo e gli altri bicchieri.

I presenti risposero inneggiando alle venustà femminili.

Con il pane e il salame ancora in masticazione Pietro Marino, sollecitato dai presenti riprese a raccontare.

«Il duca Alfonso, che ci amava e ci proteggeva come quei figli che avrebbe voluti e che la sorte mai gli diede in dono, incaricò Cato e i suoi migliori avvocati di patrocinare la nostra difesa davanti all’Inquisizione.  Era sempre in rotta con il papato, non foss’altro per il fatto che i successori di san Pietro non vedevano l’ora di impossessarsi dei suoi feudi, così non perdeva occasione per dimostrare ai chierici che non li temeva affatto…»

«Forse saprete già che il duca Alfonso era di casa alla corte dello zio Enrico II di Francia, in rotta anche lui con il papa, per le solite beghe dei Francesi, che non avevano mai rinunciato a spostare la sede del papato a casa loro…» intervenne Girolamo mentre Marino si serviva ancora di pane e salame, innaffiandolo con il buon vino.

«Continua tu Girolamo, che adesso viene il bello!» disse Pietro Marino con la bocca piena di cibo, rivolgendosi ai commensali più giovani.

Nella sala si udivano soltanto le mascelle in movimento dei presenti, vogliosi di udire il resto della storia, ma vogliosi anche di placare il loro appetito giovanile.

«Noi la scampammo tutti alla grande!» intervenne Gabriello. «A me viene da ridere soltanto al ricordarmi le facce che fecero gli sgherri del papa quando lessero la memoria del grande Renato Cato e dei suoi colleghi dello Studium Juris del prode duca d’Este!»

Pietro Marino riprese la parola, dopo essersi asciugato la bocca per detergere le eventuali tracce del gustoso vino e del buon pane e salame con cui si era rifocillato, ascoltando i due veterani dell’Accademia che insieme a lui avevano vissuto quell’esperienza irripetibile, che tanto affascinava il popolo ferrarese e i giovani presenti in particolare.

«Con una dichiarazione dell’editore Manuzio, quegli avvocati immensi, erano riusciti a dimostrare che la Bibbia da noi composta in volgare, era stata stampata, seppure non diffusa, dal 5 al 14 ottobre 1582…» disse Pietro Marino, a metà tra il serio e il faceto, quasi che gli scappasse da ridere da un momento all’altro.

«E questo che significa?» Chiese Checchino,  il più giovane e inesperto tra gli affiliati della Nuova Accademia degli Incerti.

«Ma come che significa? Sta a sentire bischero che non sei altro!» disse Gabriello Chiabrera che   aveva delle chiare ascendenze toscane.

 «Quei dieci giorni costituiscono un periodo temporale che il papa Gregorio XIII, decidendo di riformare il calendario giuliano, aveva dovuto abolire per decreto, onde correggere le imprecisioni del precedente calcolo giuliano, recuperando il tempo in esso perduto».

«Hai capito adesso?» chiese Chiabrera rivolto a Checchino.

«L’Astronomia e la matematica non sono mai state il mio forte…» si schermì quello, continuando a non capire.

«Ma non capisci nulla allora? Si era creato come un vuoto nel tempo, un periodo giuridicamente nullo!» intervenne uno dei commensali.

«In quanto “vacuum ac nullus”, avevano chiosato gli abili difensori degli imputati accademici» riprese a spiegare Pietro Marino «in quel periodo non poteva essere validamente ascritto alcun crimine a chicchessia, in quanto “quod nullum est, nullum producit effectum”».

Adesso Checchino che qualche studio giuridico l’aveva pur fatto, aveva compreso.

«Ma questa è una beffa degna di messer Boccaccio, parola mia!» esultò felice, levandosi in piedi e proponendo un brindisi alle beffe dei letterati contro i potenti!

«Chi di latino ferisce, di latino perisce!» propose un altro ridendo.

«Insomma» si avviò a concludere il Carminate «dopo avere chiosato a lungo sui sommi principii di diritto canonico e civile, sui dubbi di giurisdizione e competenza, quei provetti principi dello Studium Juris Estense, capitanati da Renato Cato, conclusero in via pregiudiziale che un fatto commesso in un periodo soppresso per decreto, non poteva costituire e contenere alcuna fattispecie, né in fatto, né in diritto. Il risultato di questa agguerrita schermaglia, tra filosofia, scienza e diritto, fu che il Tribunale della Congregazione, forse pauroso di essere criticato, o peggio, deriso,  dovette assolvere tutti gli autori imputati.»

«Evviva il duca Alfonso d’Este e abbasso l’Inquisizione» gridarono a una sola voce i convenuti.

«E lo smacco  non finì mica lì per le bertucce rosse di Roma!» intervenne Girolamo. «Perché le Note Difensive redatte dallo Studium Estense furono intelligentemente fatte circolare, seppure in copia informale e per conoscenza, nelle più importanti corti europee, ciò che mise in seria difficoltà la cerchia aldobrandina, sempre attenta a non turbare troppo gli equilibri diplomatici. La Congregazione fu messa comunque  alla berlina dappertutto, in tutte le migliori corti d’Europa».

«Ci tenemmo la pancia dal gran ridere, con grande godimento, per diverso tempo!» esclamò il De Regis tenendosi davvero la pancia, che cominciava ad essere prominente, data la sua età che avanzava.

«E com’è che finì poi l’avventura dell’Accademia degli Incerti?» chiese ancora Checchino.

«Il duca Alfonso II, ormai al tramonto della sua vita, stanco e senza figli, sulla richiesta di scioglimento dell’Accademia chiuse tutti e due gli occhi, perché comunque l’assoluzione degli imputati, tra cui quella del suo nipote affiliato che tanto gli era caro, fu considerata negli ambienti politici e diplomatici dell’epoca, una sua vittoria personale» rispose Gabriello.

«Rimasti poi orfani dei grandi mecenati estensi, fummo  sfrattati da villa Marfisa. Così abbiamo continuato ad unirci in segreto, aggregando giovani talenti, sino ai nostri giorni» concluse Pietro Marino.

«La Congregazione, tuttavia» disse uono dei giovani  «non è che si rassegnò del tutto. Io so che sfogò tutta la sua rabbia potente contro l’editore Manuzio di Venezia, acerrima nemica dello Stato Pontificio, che aveva pubblicato la traduzione.»

«E capirai! Gli han fatto il solletico sotto i piedi al Doge di Venezia!» esclamò uno dei più anticlericali.

Tutti risero di cuore.

«Ma in fondo, questa è acqua passata che non macina più. Brindiamo all’oggi e al domani!» propose Girolamo sollevando in alto il suo bicchiere.

«E io vi giuro che ho in serbo qualche altro scherzetto per le cuffie rosse romane!» disse Pietro Marino con la sua consueta spavalderia. E tutti i presenti sapevano che il più abile orafo e orologiaio di Ferrara non parlava mai soltanto per vantarsi. Per cui quella sparata fu un ottimo pretesto per brindare ai futuri successi dell’Accademia degli Increduli.

Di  acqua sotto i ponti da quel tempo ne era passata tanta per davvero! Estintasi la linea diretta della casata degli Estensi (Alfonso, nonostante i suoi due matrimoni, era morto senza eredi legittimi diretti) lo Stato Pontificio era riuscito finalmente a inglobare i territori ferraresi del ducato sotto la sua sovranità, ed al posto dei duchi d’Este ora regnava a Ferrara un Legato Pontificio.

 

 

 

 

Il manuale del perfetto orologiaio

 

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Capitolo Primo

 

La primavera aveva già scacciato da un pezzo uno dei più rigidi inverni degli ultimi vent’anni.

 Tutti i ferraresi, a memoria d’uomo, non ricordavano di aver visto il Po ghiacciato prima di allora, quando il vice legato Pasini Frassoni scelse il più sveglio e il più giovane tra i suoi collaboratori, per inviarlo a Roma dal cardinale Garzia Mellini. Intendeva informare immediatamente  di quanto le spie locali della Congregazione gli avevano riportato.

«Mi avete fatto chiamare eccellenza?», chiese don Giuseppe Canaselli, dopo che ebbe udito la voce del suo superiore invitarlo ad entrare.

«Certo, certo, vieni avanti», disse il vice legato sollevando gli occhi dalle carte che stava esaminando.

Il giovane prelato si avvicinò timidamente al tavolo da lavoro dell’importante delegato. Lo aveva scelto come suo secondo segretario per la sua discrezione, che sconfinava nella timidezza, ma soprattutto per la sua prodigiosa memoria, che lo aveva colpito al tempo in cui era stato suo insegnante di greco e latino.

«Siediti», gli disse indicandogli una delle sedie che stavano davanti a lui. «Vuoi bere qualcosa?», aggiunse dopo che il giovane si fu seduto sul bordo della sedia, con gli occhi bassi sulle mani che aveva posato in grembo.

«No, grazie, eccellenza. Io non bevo».

E infatti il suo incarnato era alquanto pallido, e forse anche quella sua vocina, così acuta, quasi acerba, si irrobustirebbe, incrementando i piaceri del bere, pensò il vice legato pontificio.

 Si lisciò prima il mento e poi la gola, sin dove il colletto rigido dell’abito talare glielo permisero. Ma in effetti la nostra Chiesa si regge sui sacrifici e sulla rettitudine di questi giovani, pensò ancora con cuore grato l’alto prelato. Poi intrecciò le mani grassocce sul prominente girovita.

«Sei mai stato a Roma?», chiese abbandonandosi nella sua comoda poltrona.

«Una volta, da ragazzo, accompagnai mio padre e mio zio che si recavano da un ricco committente per una pala d’altare».

Ricordava che il giovane discendeva da una famiglia di rinomati pittori. Ma la sua intelligenza e la sua natura riflessiva lo avevano attratto nell’orbita della Madre Chiesa; tanto più che la bottega dei parenti pittori era stata riempita a sufficienza con i fratelli e i cugini nati prima di lui.

«E la strada te la ricordi?»

«Non tanto per la verità. Ricordo però che si partì più o meno in questa stagione. In altri periodi dell’anno le strade dissestate rallentano di parecchio l’andatura delle carrozze».

«Ho un’importante ambasciata per te; da portare a Roma, e da riferire personalmente al cardinale Giovanni Garzia Mellini. Te la senti?»

«Comandate pure eccellenza», disse sempre con gli occhi bassi il giovane chierico.

«Benissimo. Ho già organizzato tutto. Partirai quanto prima, da solo e nella massima discrezione. Godrai della scorta di due delle guardie del presidio. Il mio vetturino sa tutto ed è a tua disposizione. Prima di partire presentati qui da me. Ti darò, a voce, le informazioni da trasmettere a sua eminenza, insieme a una lettera di presentazione e a un fondo spese.»

Don Giuseppe Canaselli capì che il dialogo era concluso e si ritirò con un inchino di timida ma ossequiosa riverenza.

Originario di una famiglia che vantava in passato ricche ascendenze, ma al presente, scarsi mezzi economici e finanziari, il vice legato Pasini Frassoni aveva studiato grazie al generoso interessamento di uno zio materno, pervenendo al grado di Consigliere della Segnatura Apostolica.  Giunto lì si era reso conto che l’ascesa al potere vero era per lui troppo ardua. Entrato nelle grazie del potente cardinale Garzia Mellini, era stato nominato vice legato a Ferrara, ma la sua ambizione lo faceva puntare molto più in alto.

Intanto approfittava di ogni buona occasione per incrementare il patrimonio che i suoi avi avevano dissolto per incapacità e per sfortuna. 

Appena fu uscito il suo collaboratore, il vice legato si concentrò di nuovo sulle carte che aveva davanti.

Le spie della Congregazione, in un dettagliato dispaccio, lo avevano informato che Pietro Marino De Regis, noto il Carminate, con la complicità di altri membri dell’Accademia degli Increduli, stava scrivendo un libro che propagandava le idee rivoluzionarie diffuse da Copernico nel libro proibito “De Revolutionibus Orbium Celestium”, messo all’Indice sin dal 1616.

L’alto prelato, che surrogava il titolare Giovanni Garzia Mellini, nominato da papa Gregorio XV come successore di Pietro Aldobrandini, per fare le sue veci a Ferrara, rileggendo quei rapporti, ripensò al suo piano di azione per capire quali altre mosse e quali altri accorgimenti  fossero necessari.

In primis era d’obbligo mettersi in contatto con il suo diretto superiore, perché il cardinale era il capo della Congregazione per la difesa della Fede e quindi non voleva rischiare che l’importante notizia gli arrivasse da altri.

 In secundis egli voleva sapere da Sua Eminenza come procedere, dandogli conferma così della sua fedeltà e della subordinazione, quantomeno formale. Conosceva inoltre assai bene le mire del grande porporato e già circolavano voci sulla salute precaria di papa Ludovisi.

Una sua elevazione al soglio pontificio avrebbe significato per lui un sicuro avanzamento nella carriera ecclesiastica; forse la titolarità della legazione vacante e, in prospettiva, anche una investitura da porporato.

Infine,  nella peggiore delle ipotesi, se fosse riuscito a far incriminare il De Regis, poteva pur sempre contare nella confisca delle sue lucrose proprietà, accresciutesi dopo la morte della madre e del patrigno, tra cui gli stava particolarmente a cuore la cascina di Lemole, in Greve di Chianti, che avrebbe potuto così unire a una piccola proprietà limitrofa ereditata dai suoi avi, senza contare la rendita di 20.000 scudi d’oro che essa rendeva all’anno all’eretico Carminate.

E a inizio giugno don Giuseppe Canaselli era già di ritorno. Il suo imminente rientro, secondo le istruzioni ricevute, era stato preannunciato da una delle due guardie di scorta. Il vice legato, desideroso di ricevere le novità da Roma, lo attese nell’ampio cortile della legazione, dove la sua carrozza di rappresentanza fece il suo ingresso poco prima di mezzogiorno.

«Bentornato, carissimo don Giuseppe. Tutto bene?» lo salutò il porporato appena il vetturino, sceso con un balzo dalla sua postazione, gli ebbe aperto la portiera della carrozza.

«Suppongo che ti voglia rinfrescare e riposare un poco prima di riferirmi le disposizioni di sua eminenza?» riprese il vice legato, dopo le poche parole di assenso, di ringraziamento e di saluti che il subordinato gli rivolse in risposta al suo benvenuto.

Pasini Frassoni notò il pallore del suo emissario e lo attribuì alla stanchezza del viaggio, anche se in realtà faceva parte della sua normale costituzione.

«No, eccellenza, non c’è bisogno. Mi riposerò meglio dopo avervi relazionato sulla missione» disse il giovane segretario nel suo consueto tono dimesso.

«Benissimo» assentì il suo superiore, che non aspettava altro. «Però avviamoci verso il parco, così ti sgranchirai un poco le gambe» aggiunse avviandosi verso il sentiero alberato che conduceva nella vasta area boscosa che circondava l’edificio, dopo avere licenziato con un gesto il vetturino e la guardia.

La giornata era luminosa e calda. Il fresco del parco era l’ideale, lontano da orecchie indiscrete, per ascoltare l’ambasciata riservata del suo superiore romano.

Il giovane sacerdote non aveva riportato delle istruzioni scritte. Già da questo il vice legato capì che il contenuto delle informazioni doveva essere di importanza estrema. Doveva trattarsi inoltre di questioni riservatissime, dato che le istruzioni collegate al suo ufficio di vice legato giungevano solitamente per iscritto.

«Con riguardo al grave problema dell’eretica condotta dell’orafo poeta De Regis, il cardinale informa vostra eccellenza che dovrà giungere   a Ferrara un suo emissario, un abile hidalgo spagnolo, specializzato nelle indagini e negli interrogatori degli eretici.  Sua Eminenza conta su di voi per fornire al militare ispanico tutti i mezzi necessari per espletare il suo incarico, senza che mai, per alcun motivo, debba figurare il suo nome».

Grazie alla sua memoria prodigiosa (affinatasi nello studio dei classici e della grammatica della lingua greca in particolare), il giovane prete poté riferire al vice legato, che lo incalzava con canonica premura, per filo e per segno, tutti i dettagli e le minuziose sfaccettature dell’udienza riservata che il cardinale gli aveva concesso e che andavano riferite al vice legato tali e quali.

 

Insieme alle istruzioni del cardinale, il giovane prelato riportò la notizia che le condizioni di salute del papa Gregorio XV si erano aggravate e che i cerusici di corte pensavano che il peggio fosse ormai inevitabile. Pertanto i grandi elettori, seppure in via informale, avevano di già iniziato le grandi manovre che precedevano il Conclave ormai imminente.

 Dal contenuto delle istruzioni Pasini Frassoni ebbe inoltre conferma che il suo diretto superiore contava sull’appoggio della Spagna per la scalata al soglio pontificio (anche se personalmente non escludeva che lo scaltro porporato tramasse nascostamente per assicurarsi anche qualche voto dalla Francia).

A maggior ragione occorreva che il cardinale Mellini, tra i papabili in corsa per il soglio pontificio, agisse con prudenza e con sagacia. Sia queste informazioni, sia le dettagliate istruzioni che riguardavano il caso gravissimo della Nuova Accademia degli Increduli, andavano gestite nel migliore dei modi.

Ma ad agosto, quando giunse a Ferrara la notizia della elezione di Maffeo Barberini al soglio pontifico, con il nome di Urbano VIII, dell’hidalgo spagnolo preannunciato,   Pasini Frassoni non aveva visto neppure l’ombra.

Non poteva certo sapere che don Pedro Domingo Mendoza Martinez, accompagnato dal suo fido Tenoch Titancruz e da Padre Alonso Ramirez de Barranquilla, S.J.,  sarebbe giunto  a Ferrara soltanto a settembre dell’anno 1623 già  inoltrato.

 

 

7.25.2026

Corsi e ricorsi storici: parallelismi possibili tra il luglio 1943 e l'ottobre 2013

 


Qualcuno ha detto che la cronaca politica di oggi è la storia di domani. E domani i nostri nipoti studieranno nei libri di storia che il 2 ottobre 2013 è stata, per la repubblica italiana, una giornata storica. Quella che doveva essere la data dell’ingloriosa e devastante caduta del governo Letta si trasformò invece in una sorta di rinascita di un premier giovane, che in pochi mesi era riuscito a ridare all’Italia un’immagine di efficienza e di credibilità in tutto il mondo.

Chissà se gli storici di domani, magari ricordando che la storia è fatta di corsi e ricorsi, faranno un paragone tra l’eclatante  caduta di Benito Mussolini (che ci riporta al 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo lo sfiduciò, costringendolo a rassegnare le dimissioni nelle mani del re, che non aspettava altro) e l’inizio della fine  di Silvio Berlusconi (che secondo me riporterà gli storici alla data del 2 ottobre 2013).

Ci sono tante similitudini nelle vicende politiche di queste due grandi e controverse figure della recente storia italiana.

Certo il voto di ieri in Senato, a prima vista, non sembra assimilabile a quello che si svolse nel massimo organo del partito fascista il 25 luglio 1943  in danno di Mussolini.

Ieri non si votava contro o a favore di  Silvio Berlusconi, ma a favore o contro il premier in carica Enrico Letta. Inoltre proprio Silvio Berlusconi, nella sua dichiarazione, nella giornata convulsa di ieri, ha confermato il suo appoggio al giovane e capace nipote del suo fedelissimo amico e collaboratore di sempre Gianni.

Eppure non può sfuggire ad una più profonda analisi della giornata del 2 ottobre 2013 che qualcosa di grave è avvenuto a danno della figura politica di Berlusconi.

Per la prima volta questo novello duce, che come pochi è riuscito a incarnare e a rappresentare lo spirito più autenticamente liberale, ma anche più contraddittoriamente individualista del popolo italiano, si è trovato in minoranza all’interno del suo stesso partito.

Al punto che l’ex premier, astutamente, ha preferito votare a favore del governo Letta, proprio per nascondere la spaccatura già maturata e evidente del popolo della libertà e della stessa Forza Italia.

Ma quella foglia di fico, paradossalmente, ha messo in evidenza le nudità che si volevano nascondere.

Quel monolite, fatto di ingegno, di etere, di speranze, di vanità, di ridicolo  gallismo e maschilismo puro, di italiche passioni, di legittimo e comprensibile odio anticomunista, ma anche di pericoloso e viscerale amore per un condottiero che prenda decisioni senza consultare altri che il suo ego sconfinato (tutti sentimenti, soprattutto gli ultimi due, molto italiani), insomma tutto ciò che si leggeva nelle pieghe sventolanti delle bandiere azzurre di Forza Italia in questo travagliato e disgraziato ventennio, ieri, 2 ottobre 2013, per la prima volta ha tremato fin dalle sue fondamenta, rischiando di crollare e di sommergere il suo fondatore e i fedelissimi rimastigli a fianco.

Solo l’abilità di Silvio ha evitato il crollo. Ma era evidente a tutti che Forza Italia, quella che abbiamo conosciuto, è finita.

Il nuovo Ciano, che fa pure rima, è Angelino Alfano; mentre Nino Grandi potrebbe essere Fabrizio Cicchito; anche se in realtà questi paralleli sono soltanto un gioco senza importanza.

E adesso?

Beh, io spero che Silvio Berlusconi ci risparmi una nuova repubblica di Salò e una nuova, cruenta guerra civile. Del resto, questa volta, non ci saranno i tedeschi a soccorrerlo e a rimetterlo in sella.

Spero perciò che i ricorsi si fermino a quelli già evidenziati e che Silvio Berlusconi sconti il fio dei suoi errori e delle sue colpe (storiche e giudiziarie) con dignità e rassegnazione.

Anche se ho paura che così non sarà.

 

7.19.2026

Anita, I need you

 


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4.

Anita e il Grano

(Ode alla prima estate)

 

Non ho mai saputo disegnare,

il professore salvò solo un asino

per via dei colori messi a festa.

Ma se oggi potessi usare il pennello,

dipingerei un campo di grano a giugno,

l’oro che trema a un colpo di vento

e una linea di binari in fondo.

Abitavo a metà strada, l’ingresso,

tra la piazza e la stazione del treno,

dove aspettavo ignaro che arrivasse il sole.

E il sole arrivò con le gambe di Anita.

Secoli di gonne lunghe e palandrane

svaniti nel vento di una novità:

girava la gonna, girava la testa,

la vita scopriva la sua gioventù.

Alla radio cantavano i genitori:

“Ma le gambe a me piacciono di più!”

e subito dopo arrivarono i Beatles,

da un'Inghilterra che non sapevo.

Urlavano forti: "I need you, I need you!"

Ma io ci sentivo un richiamo d’amore,

il vento di giugno che univa le sponde:

  Anita, Anita, Anita...”

cantavo, mentre l'estate arrivava

sui binari di un treno

e il grano rideva, guardandola andare.

 

Ecco il racconto a cui mi sono ispirato per la poesia:

“Correva l’anno 1965 e alla radio impazzavano le canzoni dei Beatles.

Già i colori, nei campi dorati dal grano, annunciavano l’imminente arrivo dell’estate. 

 La scuola era appena finita ed ero stato promosso, nonostante fossi una frana in disegno (ma mi riscattavo nell’uso dei colori, che col tempo ho sostituito con le parole).  Quando mi annoiavo, mi affacciavo per vedere la gente, a piedi e in macchina,  andare e venire per la via. Abitavo a metà strada, tra la Piazza e la stazione dei treni. 

Uno degli spettacoli più belli che ricordo più volentieri era l’andirivieni di una ragazza in bicicletta; mi pare di ricordare che si chiamasse Anita. Era una ragazza un po’ più grande di me, coi suoi quattordici anni, ma quella per me era forse la prima volta che guardavo una ragazza con gli occhi di un ragazzo che si sentiva già uomo.  Non so se andasse e venisse in bici per attirare l’attenzione mia o dei  miei fratelli più grandi, oppure se la spassasse  semplicemente in bicicletta, spensierata come l’estate e l’epoca che stavano per esplodere.

Indossava una di quelle minigonne che allora si cominciavano a diffondere tra le adolescenti; gonne generose che scoprivano le gambe delle donne, dopo secoli, millenni di buio,  di ombra e di desideri repressi, da una parte e dall’altra.

Basti ricordare, per farsi un’idea di quello che passava allora il convento, per i giovani smaniosi di potersi beare, almeno con lo sguardo,  delle grazie femminili, che i giovanotti del mio paese, pagavano 50 lire a Efisiu Cruxoi (in pratica quel personaggio, presente in ogni paese, che con insensibilità e incoscienza si definiva “lo scemo del villaggio”) ,  affinché sollevasse le gonne di qualche pulzella da marito, che con passo impettito, nelle interminabili vasche domenicali (dalla Piazza di Chiesa alla discoteca Moulin Rouge, andata e ritorno),  metteva in mostra le pesanti palandrane in cui erano costrette, ben fasciate, le loro bramate grazie. E il massimo della curiosità maschile veniva soddisfatta da certi calendarietti profumati che i barbieri regalavano ai clienti più affezionati; oppure da fumetti e giornali che toccavano l’apice della trasgressione con la rivista “Le Ore”, gelosamente custodita sotto i materassi dei letti dei maschi singoli di allora.

Confesso  che il roteare di quelle gambe bianche e lisce, su e giù nei pedali della bicicletta, mi avevano letteralmente stregato.

Alla radio andava in onda di frequente “Michelle”, la canzone  dei Beatles, con quel suo accattivante ritornello che ripeteva all’infinito: «I need you, I need You, I need you…»; e io, nella mia ignoranza, dato che ancora non avevo iniziato a studiare l’ inglese, mentre la bicicletta passava sotto il mio sguardo infatuato, pensavo che la canzone fosse dedicato a una ragazza di nome Anita. Anche se il titolo della canzone era Michelle. Non sarò stato molto bravo in lingua inglese, ma il linguaggio universale dell’amore, quello credo di averlo appreso in quella primavera che diveniva estate. “

 

 

 

 

 

7.12.2026

Storia dell'Italia Repubblicana

 


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Capitolo Primo

Il biennio provvisorio 1946-1947

Consulta e Assemblea Costituente

·       De Gasperi-I(10 dicembre 1945 - 12 luglio 1946)

·       De Gasperi-II(13 luglio 1946 - 1 febbraio 1947)

·       De Gasperi-III(2 febbraio 1947 - 30 maggio 1947)

·       De Gasperi-IV(31 maggio 1947 - 22 maggio 1948)

 

Anche se, per ragioni di cronologia, non rientrano nel novero della nostra breve disamina storica, meritano, quantomeno un cenno, alcune istituzioni che hanno preceduto l’assunzione della forma repubblicana, formalmente sancita e prescelta con il referendum del 2 giungo 1946, da cui si è scelto, in questo nostro lavoro, di far partire le vicende italiane del secondo dopoguerra.

Questi importanti istituti sono essenzialmente tre: Il Comitato di Liberazione Nazionale, la Luogotenenza Regia e la Consulta Nazionale.

Ci limiteremo qui a quelle poche osservazioni necessarie a comprendere meglio come sia avvenuta la transizione, da un punto di vista storico e giuridico, dalla monarchia alla repubblica.

Il Comitato di Liberazione Nazionale fu un’associazione partitica che sorse spontaneamente all’indomani dell’armistizio con cui lo Stato Italiano pose formalmente fine alla condizione di belligeranza che gli derivava dalla scellerata dichiarazione di guerra pronunciata da Mussolini il 10 giugno del 1940.

 Il nove settembre 1943, infatti, il partito comunista, il partito d’azione, la democrazia cristiana, i socialisti, i liberali, i repubblicani e altri raggruppamenti minori si riunirono sotto forma di Comitato Nazionale di Liberazione, non soltanto contro il fascismo (che molti dei suoi componenti avevano combattuto sin dalla sua nascita), ma anche, in una certa misura in opposizione allo stesso Badoglio, che in quel momento rappresentava la monarchia e di fatto aveva polarizzato attorno a sé  la vecchia classe dirigente e le vecchie istituzioni del passato regime.

Con Badoglio e con le forze da lui rappresentate, non si arrivò tuttavia a uno scontro diretto, ma con spirito costruttivo si addivenne a un compromesso che riuscì a comporre un unico fronte, comunque compatto e deciso, all’insegna dell’antifascismo, e del desiderio di superare quel terribile momento storico.

Fra i tanti meriti del CLN c’è sicuramente quello di avere dimostrato agli alleati che l’Italia aveva combattuto contro il Fascismo, vissuto dalla popolazione come una dittatura che impose, oltre alle restrizioni libertarie, perfino la stessa guerra, dalla quale, per l’appunto, il popolo italiano prendeva le distanze. La qual cosa contribuì sicuramente ad alleviare la posizione dell’Italia come nazione belligerante sconfitta. I partiti più importanti del CLN, come vedremo, diedero un contributo significativo ai governi che precedettero il De Gasperi IV, quando i comunisti e i socialisti furono estromessi dal governo per i motivi che esamineremo a tempo debito. La loro presenza fu importante e significativa sin dalla caduta del primo governo militare di Badoglio (insediatosi all’indomani della deposizione e dell’arresto del suo predecessore Benito Mussolini), quando in seguito alla svolta di Salerno, nell’aprile del 1944, il PCI di Palmiro Togliatti e gli altri partiti del CLN accettarono di collaborare con Pietro Badoglio e con la Monarchia. Ogni tentativo di inquadrare questo istituto in forma permanente nell’organizzazione della costituenda repubblica, caldeggiato soprattutto dai comunisti e dagli azionisti, fu reso vano dall’ostracismo della Democrazia Cristiana e dei suoi futuri alleati di governo, che non vedevano di buon occhio l’inserimento di questi organismi spontanei, nati in una situazione emergenziale, nell’organigramma istituzionale che essi avevano in mente di costituire per la nuova repubblica italiana.

La Luogotenenza Regia fu istituita dallo stesso re Vittorio Emanuele III con suo decreto, in data 5 giugno 1944, n. 140. Con tale decreto il re nominava il principe ereditario Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno, trasferendogli di fatto e di diritto, tutte le prerogative regie; in pratica, come il significato del sostantivo lascia intuire, Umberto di Savoia prese il posto del re,  fuggiasco a Brindisi. Tale istituto acquista una certa importanza, per gli scopi che qui ci siamo prefissi, con l’emanazione del decreto luogotenenziale 25 giugno 1944 n. 151 con cui si stabilisce che, dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano, il quale a tal fine eleggerà a suffragio universale, diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova Costituzione dello stato. Questo decreto luogotenenziale n. 151/1944 è quindi il trait-d’union giuridico che ci traghetta dalla monarchia alla repubblica, fermo restando che fu volontà espressa del popolo italiano assumere la forma repubblicana, in sostituzione di quella monarchica. Tanti altri importanti decreti furono emanati sotto l’egida della luogotenenza, ma anche qui, la loro disamina esula dai nostri obiettivi e rimandiamo quindi il lettore voglioso di saperne di più alle fonti deputate.

La Consulta Nazionale, infine, va ricordata perché funse, in qualche modo, da assemblea di riferimento, sopperendo all’impossibilità, in quel momento storico, di formare una rappresentanza popolare elettiva. Non si dimentichi infatti che all’epoca (la Consulta Nazionale venne istituita con decr. legisl. luog. 5 aprile 1945, n. 146), l’Italia era tagliata in due e parzialmente assoggettata all’occupazione tedesca. Poi seguirono altri decreti luogotenenziali che la riguardavano, mano a mano che si procedeva con la liberazione dei territori da parte degli Alleati e delle forze della Resistenza. La Consulta Nazionale aveva carattere consultivo (seppure i suoi pareri fossero obbligatori), nelle più disparate materie e svolse un ruolo importante nella ricostruzione istituzionale del tessuto amministrativo, lacerato e consunto dalle terribili vicende della guerra. Era formato da 400 membri, rigorosamente antifascisti, scelti tra i componenti dei Comitati di Liberazione Nazionale, sindacalisti, uomini di cultura, ex deputati oppositori del passato regime, tecnici titolati e personalità di spessore, incensurati e politicamente immacolati. Svolse un ruolo di consulenza del governo e contribuì fattivamente alla redazione della legge elettorale dell’Assemblea Costituente e a quella istituiva del referendum in vista della consultazione generale del 2 giungo 1946.

La Consulta Nazionale, rimase formalmente in vita sino al 1° giugno 1946, passando idealmente le consegne all’Assemblea Costituente, di cui fu una degna antesignana storica, se non giuridica, nelle cui fila ebbe in effetti una rappresentanza in continuità, con i 128 suoi ex componenti che ivi furono eletti.

La luna di miele tra i partiti della sinistra e la democrazia cristiana, frutto della comunione degli ideali antifascisti, espressi nella militanza delle diverse sigle politiche dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), fu certo intensa, forse anche, per certi versi appassionata, ma durò soltanto, all’incirca, un anno e mezzo.

 La prima crepa nel rapporto tra i due fronti ideologici più rappresentativi e importanti, si rese visibile in occasione della formazione del IV Governo De Gasperi, il 1° giugno del 1947. Era passato appena un anno dalla consultazione elettorale che aveva sancito la nascita della Repubblica e la fuoriuscita della Monarchia dalle vicende politico-istituzionali italiane.

6.28.2026

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I SALMI

(Contiene i 150 Salmi del Libro omonimo, in rima e in versi endecasillabi, con variabili ipometrie  soprattutto nei versi finali)

 

 

SALMO PRIMO

Le due vie

D’in tra le vie del Signore son quelle

due, l’una dell’empio, l’altra del gїusto

Che differenti son come due stelle

Ch’ora silenti, ora in gran trambusto

Stanno, o  sotto una differente pelle

Fanno diverse foglie d’ altro fusto.

Quelle del giusto non cadranno mai

Disperse saranno quelle  dell’empio

[e ora il primo salmo sai]

 

 

SALMO SECONDO

Il Re Messia

Perché popoli congiunti cospirano

E ricercano  un potere fallace?

Perché  verso il Cielo essi  non mirano

A pregare Colui che dà la pace?

Beati tutti coloro che esultano

Nell’unico Dio vero che è capace

Di darti in possesso tutte le genti

Di costituirti padrone e sovrano

[ sopra i corpi e sopra le menti!]

In Manuale del perfetto orologiaio

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