7.12.2026

Storia dell'Italia Repubblicana

 


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Capitolo Primo

Il biennio provvisorio 1946-1947

Consulta e Assemblea Costituente

·       De Gasperi-I(10 dicembre 1945 - 12 luglio 1946)

·       De Gasperi-II(13 luglio 1946 - 1 febbraio 1947)

·       De Gasperi-III(2 febbraio 1947 - 30 maggio 1947)

·       De Gasperi-IV(31 maggio 1947 - 22 maggio 1948)

 

Anche se, per ragioni di cronologia, non rientrano nel novero della nostra breve disamina storica, meritano, quantomeno un cenno, alcune istituzioni che hanno preceduto l’assunzione della forma repubblicana, formalmente sancita e prescelta con il referendum del 2 giungo 1946, da cui si è scelto, in questo nostro lavoro, di far partire le vicende italiane del secondo dopoguerra.

Questi importanti istituti sono essenzialmente tre: Il Comitato di Liberazione Nazionale, la Luogotenenza Regia e la Consulta Nazionale.

Ci limiteremo qui a quelle poche osservazioni necessarie a comprendere meglio come sia avvenuta la transizione, da un punto di vista storico e giuridico, dalla monarchia alla repubblica.

Il Comitato di Liberazione Nazionale fu un’associazione partitica che sorse spontaneamente all’indomani dell’armistizio con cui lo Stato Italiano pose formalmente fine alla condizione di belligeranza che gli derivava dalla scellerata dichiarazione di guerra pronunciata da Mussolini il 10 giugno del 1940.

 Il nove settembre 1943, infatti, il partito comunista, il partito d’azione, la democrazia cristiana, i socialisti, i liberali, i repubblicani e altri raggruppamenti minori si riunirono sotto forma di Comitato Nazionale di Liberazione, non soltanto contro il fascismo (che molti dei suoi componenti avevano combattuto sin dalla sua nascita), ma anche, in una certa misura in opposizione allo stesso Badoglio, che in quel momento rappresentava la monarchia e di fatto aveva polarizzato attorno a sé  la vecchia classe dirigente e le vecchie istituzioni del passato regime.

Con Badoglio e con le forze da lui rappresentate, non si arrivò tuttavia a uno scontro diretto, ma con spirito costruttivo si addivenne a un compromesso che riuscì a comporre un unico fronte, comunque compatto e deciso, all’insegna dell’antifascismo, e del desiderio di superare quel terribile momento storico.

Fra i tanti meriti del CLN c’è sicuramente quello di avere dimostrato agli alleati che l’Italia aveva combattuto contro il Fascismo, vissuto dalla popolazione come una dittatura che impose, oltre alle restrizioni libertarie, perfino la stessa guerra, dalla quale, per l’appunto, il popolo italiano prendeva le distanze. La qual cosa contribuì sicuramente ad alleviare la posizione dell’Italia come nazione belligerante sconfitta. I partiti più importanti del CLN, come vedremo, diedero un contributo significativo ai governi che precedettero il De Gasperi IV, quando i comunisti e i socialisti furono estromessi dal governo per i motivi che esamineremo a tempo debito. La loro presenza fu importante e significativa sin dalla caduta del primo governo militare di Badoglio (insediatosi all’indomani della deposizione e dell’arresto del suo predecessore Benito Mussolini), quando in seguito alla svolta di Salerno, nell’aprile del 1944, il PCI di Palmiro Togliatti e gli altri partiti del CLN accettarono di collaborare con Pietro Badoglio e con la Monarchia. Ogni tentativo di inquadrare questo istituto in forma permanente nell’organizzazione della costituenda repubblica, caldeggiato soprattutto dai comunisti e dagli azionisti, fu reso vano dall’ostracismo della Democrazia Cristiana e dei suoi futuri alleati di governo, che non vedevano di buon occhio l’inserimento di questi organismi spontanei, nati in una situazione emergenziale, nell’organigramma istituzionale che essi avevano in mente di costituire per la nuova repubblica italiana.

La Luogotenenza Regia fu istituita dallo stesso re Vittorio Emanuele III con suo decreto, in data 5 giugno 1944, n. 140. Con tale decreto il re nominava il principe ereditario Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno, trasferendogli di fatto e di diritto, tutte le prerogative regie; in pratica, come il significato del sostantivo lascia intuire, Umberto di Savoia prese il posto del re,  fuggiasco a Brindisi. Tale istituto acquista una certa importanza, per gli scopi che qui ci siamo prefissi, con l’emanazione del decreto luogotenenziale 25 giugno 1944 n. 151 con cui si stabilisce che, dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano, il quale a tal fine eleggerà a suffragio universale, diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova Costituzione dello stato. Questo decreto luogotenenziale n. 151/1944 è quindi il trait-d’union giuridico che ci traghetta dalla monarchia alla repubblica, fermo restando che fu volontà espressa del popolo italiano assumere la forma repubblicana, in sostituzione di quella monarchica. Tanti altri importanti decreti furono emanati sotto l’egida della luogotenenza, ma anche qui, la loro disamina esula dai nostri obiettivi e rimandiamo quindi il lettore voglioso di saperne di più alle fonti deputate.

La Consulta Nazionale, infine, va ricordata perché funse, in qualche modo, da assemblea di riferimento, sopperendo all’impossibilità, in quel momento storico, di formare una rappresentanza popolare elettiva. Non si dimentichi infatti che all’epoca (la Consulta Nazionale venne istituita con decr. legisl. luog. 5 aprile 1945, n. 146), l’Italia era tagliata in due e parzialmente assoggettata all’occupazione tedesca. Poi seguirono altri decreti luogotenenziali che la riguardavano, mano a mano che si procedeva con la liberazione dei territori da parte degli Alleati e delle forze della Resistenza. La Consulta Nazionale aveva carattere consultivo (seppure i suoi pareri fossero obbligatori), nelle più disparate materie e svolse un ruolo importante nella ricostruzione istituzionale del tessuto amministrativo, lacerato e consunto dalle terribili vicende della guerra. Era formato da 400 membri, rigorosamente antifascisti, scelti tra i componenti dei Comitati di Liberazione Nazionale, sindacalisti, uomini di cultura, ex deputati oppositori del passato regime, tecnici titolati e personalità di spessore, incensurati e politicamente immacolati. Svolse un ruolo di consulenza del governo e contribuì fattivamente alla redazione della legge elettorale dell’Assemblea Costituente e a quella istituiva del referendum in vista della consultazione generale del 2 giungo 1946.

La Consulta Nazionale, rimase formalmente in vita sino al 1° giugno 1946, passando idealmente le consegne all’Assemblea Costituente, di cui fu una degna antesignana storica, se non giuridica, nelle cui fila ebbe in effetti una rappresentanza in continuità, con i 128 suoi ex componenti che ivi furono eletti.

La luna di miele tra i partiti della sinistra e la democrazia cristiana, frutto della comunione degli ideali antifascisti, espressi nella militanza delle diverse sigle politiche dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), fu certo intensa, forse anche, per certi versi appassionata, ma durò soltanto, all’incirca, un anno e mezzo.

 La prima crepa nel rapporto tra i due fronti ideologici più rappresentativi e importanti, si rese visibile in occasione della formazione del IV Governo De Gasperi, il 1° giugno del 1947. Era passato appena un anno dalla consultazione elettorale che aveva sancito la nascita della Repubblica e la fuoriuscita della Monarchia dalle vicende politico-istituzionali italiane.

6.28.2026

I miei Salmi di nuovo nella Top Cento di Amazon



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I miei Salmi, in versi e in rima, non smettono di darmi delle grandi soddisfazioni spirituali. 

Oggi occupano l'ottantreesima  posizione nella Top Cento di Amazon, tra il Cantico delle Creature di Francesco e le poesie scelte di John Keats. 

Mi sento davvero onorato! Grazie di cuore ai miei lettori!

Nel segnalare  che esiste anche una versione cartacea dei miei Salmi in rima (accessibile attraverso il link sottostante), ricordo agli amanti della Poesia che il meglio si trova sempre e comunque nell'Originale.

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I SALMI

(Contiene i 150 Salmi del Libro omonimo, in rima e in versi endecasillabi, con variabili ipometrie  soprattutto nei versi finali)

 

 

SALMO PRIMO

Le due vie

D’in tra le vie del Signore son quelle

due, l’una dell’empio, l’altra del gїusto

Che differenti son come due stelle

Ch’ora silenti, ora in gran trambusto

Stanno, o  sotto una differente pelle

Fanno diverse foglie d’ altro fusto.

Quelle del giusto non cadranno mai

Disperse saranno quelle  dell’empio

[e ora il primo salmo sai]

 

 

SALMO SECONDO

Il Re Messia

Perché popoli congiunti cospirano

E ricercano  un potere fallace?

Perché  verso il Cielo essi  non mirano

A pregare Colui che dà la pace?

Beati tutti coloro che esultano

Nell’unico Dio vero che è capace

Di darti in possesso tutte le genti

Di costituirti padrone e sovrano

[ sopra i corpi e sopra le menti!]

6.21.2026

Ritratti di provincia

 


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Marieddu su tuffadori

Concorso Racconti d’Estate 2023. Pubblicato da Historica Edizioni

Mi ricordo che in estate, soprattutto nelle ore pomeridiane, quando il caldo si faceva davvero insopportabile, si andava al fiume. Ci si arrivava con mezzi di fortuna: biciclette, tricicli, rari carri e trattori che si recavano nei campi; i più fortunati ci arrivavano in motorino.

I nostri genitori erano contrari a queste nostre nuotate al fiume che, per questo, erano diventate per noi ancora più ambite. Mio padre in particolare, non voleva che noi andassimo al fiume perché aveva sentito dire che si nuotava nudi e che c’erano stati inoltre degli abusi sessuali a danno dei più piccoli.

Dato che il divieto, in casa nostra, valeva per i miei fratelli più grandi e per noi più piccoli, io non ho mai capito se mio padre avesse più paura che i miei fratelli più grandi potessero abusare sessualmente dei ragazzini più piccoli; oppure se temesse che noi piccoli potessimo subire abusi da parte dei ragazzi più grandi di noi.

Probabilmente le sue paure andavano in entrambe le direzioni, così, per non sbagliare fece assaggiare la pompa ai miei fratelli più grandi in più d’un’occasione, giusto per fargli passare la voglia di fiume. Io però, che la pompa l’avevo sempre miracolosamente scampata, la voglia di fiume ce l’avevo ancora. Invero non ricordo mai di aver visto degli abusi sessuali a danni di chicchessia.

Vi erano, sì, degli atti di bullismo, da parte dei ragazzi più grandi, a danno di noi piccoli.

Qualcuno di loro, per esempio, ci teneva con la testa sotto l’acqua per degli interminabili secondi.  Qualcun altro ci faceva sparire gli abiti.  Io, per non sbagliare, presi a nasconderli dietro alcuni cespugli, lontani dalla riva e non dovetti mai subire l’affronto di tornare a casa nudo; cosa che, oltre al ridicolo e alla vergona, avrebbe comportato delle severe punizioni per avere violato il divieto di recarsi al fiume.

Mi ricordo però di un certo “Marieddu su tuffadori”, un ragazzo poco più grande di noi, così chiamato perché eseguiva dei tuffi davvero impossibili, da altezze per noi inimmaginabili.

 Marieddu si era fissato su uno dei miei coetanei, un certo Caddeo (se la memoria non mi inganna).

 Marieddu cominciò col dire, nel suo sardo colorito e turpe, una volta che Caddeo volgendoci le spalle, si dirigeva verso l’acqua per nuotare:

«Avete notato che il culo di Caddeo è bello come quello di una donna?»

E ripeti oggi e ripeti domani, nella nostra fantasia di adolescenti a digiuno di tutto (e soprattutto, ovviamente, di donne), quel fondoschiena bianco e formoso finì per apparirci desiderabile.

Così un bel giorno, mentre Caddeo si trovava a mezza coscia già immerso nel fiume, Marieddu lanciò un urlo, incitandoci a cogliere quel frutto di femminile sembianza. Da buon capo branco fu il primo a lanciarsi verso l’ambita preda.  E noi, stupidi inconsapevoli di   un gioco che poteva volgersi in atroce dramma, lo seguimmo.

Caddeo difese con le unghie e con i denti (nel senso letterale dei termini), il frutto dei desideri insani di Marieddu e tutto finì in quegli spruzzi e in quelle spinte di giocosa eppur focosa incoscienza.

Per fortuna arrivò a mio padre la voce delle mie gite proibite al fiume.  Così  fui costretto, insieme a qualche altro fratello che  col fiume non aveva niente a che vedere,  all’odiata siesta pomeridiana (quanto poi l’avrei amata e desiderata  negli anni seguenti è un altro discorso).

Io aspettavo che mio padre cominciasse a russare e poi me la svignavo alla grande; ovviamente, in tali casi, occorreva pianificare bene ed essere di rientro prima che egli si levasse per l’apertura del negozio (prevista per le 17,00).

Ma in quel lasso di tempo, assai limitato,  era obiettivamente più difficile cacciarsi nei guai e combinare disastri.

Ma quando mio padre scoprì quel giochetto arrivò la misura più drastica, il massimo della pena: la sera sarei andato con lui in negozio, ad aiutarlo. Non che io fossi in grado di aggiustare gli orologi, intendiamoci; ma intanto avrei dovuto imparare a stare al banco di vendita (“quattro occhi vedono meglio di due” ripeteva sempre il mio vecchio per invogliarmi a seguire il suo lavoro, soprattutto quando esponeva gli oggetti d’oro ai clienti visitatori). In ogni caso, stando accanto a lui nel banco da lavoro, avrei imparato ad eseguire i lavori più semplici: scoperchiare gli orologi dal fondello con l’apricassa, affilatissimo, senza graffiarlo; sostituire il vetro che copriva il quadrante; sostituire le anse e il cinturino degli orologi; per poi passare a qualcosa di più complicato ma che comportava uno smontaggio solo parziale e limitato dell’orologio: la sostituzione di albero e corona di carica e la sostituzione della molla di carica.

Gli orologi elettronici, ovviamente, non c’erano ancora; più tardi, quando ero già studente universitario, presi l’abilitazione alla manutenzione degli orologi elettronici analogici, ma questo fa parte di un’altra storia.

 

 

6.13.2026

Ritratti di provincia

 



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Carletto

 

Carletto era sempre il primo ad apparire in piazza, la sera. Sempre ben vestito, ordinato, pulito, col suo immancabile pacchetto di sigarette nel taschino della camicia;  magari anche sotto la giacca, se si era d’inverno.

Quando mi vedeva arrivare, mi si faceva incontro, con un sorriso che non potevi non amare, sulla dentatura imperfetta e incompleta ;  immancabilmente, dopo avermi salutato, mi comunicava la solita novità (per lui era veramente tale), a metà tra l’italiano e il sardo: «Crasi parto in Olanda. Vado da Gigi e Piergiorgio! Loro coddano! Anch’io voglio coddare!» E rideva con quell’aria complice e gli occhi che gli brillavano malandrini. Sapeva bene di parlare di un argomento proibito, e nel comunicare quella sua solita intenzione, abbassava il volume della voce, senza perdere però quella intensità  e quella determinazione che anche nel movimento del corpo si percepivano; come se stesse per partire in quel preciso momento, piuttosto che aspettare l’indomani.

Gigi era suo fratello e Piergiorgio un amico, forse un cugino, una conoscenza comunque molto intima.

Gigi, il fratello di Carletto,  amava viaggiare. Nei primi anni settanta aveva seguito   quel primo flusso di emigrazione che aveva lasciato  il mio paese, sin  dagli  anni sessanta, in direzione dell’Olanda.  

Da subito nel  mercato  economico europeo, bisognevole di manodopera a basso costo, l’Olanda, con le sue città industriali di Groninga, Eindhoven, Enschede, aveva costituito una grande attrattiva per i disoccupati della provincia del Sulcis (ancora oggi una delle più povere d’Italia).

E al ritorno dall’Olanda questi emigrati, favoleggiavano dei loro facili amori con le disinibite ragazze olandesi, già emancipate e sessualmente libere, quando ancora, nel mio paese, le ragazze, almeno ufficialmente, aspettavano e pretendevano il matrimonio (o quantomeno la sua promessa),  prima di cedere ai maschi arrapati le proprie grazie; e il loro abbigliamento, che si sarebbe alleggerito, seppure gradualmente,  soltanto con l’avvento della minigonna, le paludava ancora in certe gonne di spesso cotone, che arrivavano ben sotto il ginocchio, e in certe bluse, chiuse fino al collo, dentro le quali il loro petto, poderoso o esile che esso fosse, troneggiava ben protetto in robusti reggiseni, rigidi e   inamidati, mentre percorrevano le innumerevoli vasche, avanti e indietro per la via principale del paese, mostrandosi e facendo finta di non manifestare interesse per gli sguardi degli aspiranti e futuri mariti che,  inutilmente,  cercavano di penetrare, almeno con gli occhi, quell’abbigliamento avvolgente e protettivo.

E il massimo che potevano concedersi quei muscolosi  spasimanti, dagli sguardi arrapati, erano i piccoli calendari  profumati del barbiere, dove dodici ragazze, bionde e seminude, occhieggiavano in pose seducenti che alludevano provocatoriamente alle attrattive eterne dell’amore.

Gigi, probabilmente, non era andato al seguito di quei pionieri dell’ emigrazione europea,  spinto dal bisogno di cercarsi un lavoro, dato che lui e Carletto erano discendenti di una ricchissima famiglia di possidenti terrieri (che comunque avevano visto diminuire, nei secoli , la loro immensa fortuna, appresso ai piaceri della vita); ma era stato spinto, come tanti altri giovani, dal desideri di conoscere questa Bengodi del sesso facile che, a sentire quei primi emigrati sardi, mostrava e concedeva, al solo schioccare delle dita, quanto di più desiderabile ci fosse in materia di amplessi coi bramati  corpi femminili.

Più tardi, lasciata l’Olanda, forse meno generosa di quanto non apparisse nei roboanti racconti dei conterranei latin lover, e comunque probabilmente già inflazionata a dovere, Gigi si era messo a girare il mondo.

Un anno era stato perfino nelle Filippine. E Carletto, immancabilmente, quello stesso anno mi approcciò comunicandomi con la sua consueta  determinazione: « Tore, lo sai che ‘ndevo andare nelle Didippine? Anche Gigi e Piergiorgio  ‘nci sono andati.  Loro coddano. Anche io voglio coddare!» E nel pronunciare quel verbo, coddare (cioè scopare, chiavare, fottere, insomma, fate voi la traduzione) non mancava di ridere, quasi imbarazzato, ma comunque ben determinato ad imitare suo fratello,nelle avventure e  nei viaggi, in giro per il mondo. Poi andava via. Alla ricerca di un altro amico, disposto ad ascoltare la sua elettrizzante novità.

Questo mondo magico di Carletto fu spezzato da un brutale incidente stradale. Non conosco i particolari, perché io avevo già lasciato il paese, quando avvenne il mortale incidente.

 Povero Carletto! Una delle persone che ricordo con maggiore simpatia, tra quelle conosciute nella mia prima giovinezza, quella trascorsa al paese.

Spero di ritrovarti, un giorno, Carletto, lì dove sei. Chissà quante risate ci faremo ancora, insieme!

E mi piace di pensare, che la tua spontanea ingenuità e  il tuo sincero entusiasmo,   nel perseguire  i tuoi reconditi e birichini intendimenti, abbiano trovato finalmente il loro giusto compimento, in quelle lande misteriose dove il sole dell’amore non tramonta mai!

 

6.06.2026

Dal Vangelo di San Matteo

 

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Capitolo 1- VV 1-17

Genealogia di Nostro Signore Gesù Cristo

Terzine moderne con versi endecasillabi

Se tutti i nomi tu intendi imparare

Contane dieci da Adamo a Noè;

poi altri dieci da Sem sino a Tare;

 

quattordici sino a Davide re

ne conterai partendo da Abramo,

ma bada che Admin in Matteo non c’è!

 

Davide ancora come albero e ramo

Conteggia nella successiva schiera,

segui con Salomone e Roboamo

 

sempre in Matteo e alla stessa maniera

trovi Abia e Asaf sino a Giosia.

Quindi, in conclusione, con sicumera

 

Gli altri quattordici da Ieconìa,

il re barbaramente deportato

sino a Gesù di Giuseppe e Maria!

 

L’elenco in San Luca è invece impostato,

come già abbiamo detto al lettore,

così: dal fondator del Davidato

 

quarantadue son pria del Redentore

che puoi dividere sempre per tre:

il primo gruppo, ne avrai poi sentore,

 

inizia con Natàm, l’altro con Er;

l’ultimo alfine da Maàt conduce

ancora sino a Gesù Cristo Re.

 

Ora cerco sul resto di far luce!

5.20.2026

I miei Salmi di nuovo nella Top Cento di Amazon

 


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I miei Salmi, in versi e in rima, non smettono di darmi delle grandi soddisfazioni spirituali. 

Oggi occupano la quattordicesima posizione nella Top Cento di Amazon, tra le poesie di Rumi   e il sommo Stendhal. 

Nel segnalare  che esiste anche una versione cartacea dei miei Salmi in rima (accessibile attraverso il link sottostante), ricordo agli amanti della Poesia che il meglio si trova sempre e comunque nell'Originale.

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I SALMI

(Contiene i 150 Salmi del Libro omonimo, in rima e in versi endecasillabi, con variabili ipometrie  soprattutto nei versi finali)

 

 

SALMO PRIMO

Le due vie

D’in tra le vie del Signore son quelle

due, l’una dell’empio, l’altra del gїusto

Che differenti son come due stelle

Ch’ora silenti, ora in gran trambusto

Stanno, o  sotto una differente pelle

Fanno diverse foglie d’ altro fusto.

Quelle del giusto non cadranno mai

Disperse saranno quelle  dell’empio

[e ora il primo salmo sai]

 

 

SALMO SECONDO

Il Re Messia

Perché popoli congiunti cospirano

E ricercano  un potere fallace?

Perché  verso il Cielo essi  non mirano

A pregare Colui che dà la pace?

Beati tutti coloro che esultano

Nell’unico Dio vero che è capace

Di darti in possesso tutte le genti

Di costituirti padrone e sovrano

[ sopra i corpi e sopra le menti!]

5.10.2026

In viaggio verso la luce

 


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Guidami o Signore

 

Guidami Signore

Fuori dalle ombre del mondo

che confondono la mente

Tu sei il cono di luce

Che riscalda il cuore

E conforta per sempre!

4.28.2026

In viaggio verso la luce

 


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Io non so

 

Non so ancora esattamente

Cosa sia il peccato;

Ma so che con Te al mio fianco

Non temo niente e nessuno.

Tu sei letizia e serenità infinite

Prodromi di felicità!

4.09.2026

In viaggio verso la luce

 

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Il nuovo mondo

 

Un tempo fosti tu, Adamo,

A dare la vita a Eva

Con una costola

Ma ora, Novello Adamo,

è la  Nuova Eva

che Ti partorisce

dalle Sue costole

dal Suo ventre.

E come nel deserto

Ti ergi sulla Croce

Per sconfiggere il peccato

Per la nostra salvezza

Per il Nuovo Mondo!

4.02.2026

In viaggio verso la luce

 

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Extra muros

 

Tu non sei nato, Novello Adamo,

negli agi e nelle ricchezze

ma fuori dalle mura

in una stalla.

Qualcuna Ti ha avvolto nelle fasce

Prodromi di altre fasce

Di morte

Ancora in periferia.

Eppure il problema non sono  i ricchi

Né le ricchezze

Ma soltanto come vengono spese!

3.21.2026

In viaggio verso la luce

 


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Divus Augustus Soter

 

Tu sembravi nato nell’estrema periferia dell’impero

All’ombra del celeberrimo divo Augusto

Umile accidente di una casualità tributaria

Di immarcescibili condottieri

E invece eri proprio Tu

Il Nuovo Ordine

La Nuova frontiera della Speranza

Il Nuovo Paradiso

Per gli uomini di buona volontà!

3.07.2026

In viaggio verso la luce

 


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Iam redit et Virgo

 

No, Tu non sei Ercole, né Perseo

Tu non sei nato da Alcmena o da Danae

Connubio di Olimpici concepimenti

A metà tra l’umano e il divino!

Tu sei il Novello Adamo

Vero Uomo e vero Dio

Figlio di un Mistero

Al Quale dire semplicemente sì!

2.28.2026

In Viaggio verso la Luce

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Il viaggio

 

Noi siamo ospiti e forestieri

Su questa terra

E non saranno il fiume Parpar

Né il fiume Abana che ci monderanno!

Purifica i nostri cuori

Mentre siamo in viaggio

Sì che troviamo la strada

Che a Te conduce!


2.20.2026

La nostra storia recente




Il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse rapivano l’on. Aldo Moro e trucidavano i cinque uomini della sua scorta: Iozzino, Leonardi, Ricci, Rivera e Zizzi.

In quel preciso momento io mi trovavo a Londra, in cerca di me stesso, dimenticando l’Italia e l’ipocrisia dei suoi politici di allora; deluso dal movimento del ’68 (al quale avevo preso parte attiva solo negli anni immediatamente seguenti il 1968); sconcertato e scontento delle involuzioni violente di alcuni gruppuscoli impazziti, capeggiati da sanguinari terroristi, intrisi di idee rivoluzionarie confuse e di teorie già superate dalla storia.

Io rifuggivo la violenza per carattere, per indole e per convinzione e ancora meno e giammai avrei preso le armi per sparare contro il fratello.

Avevo fatto il militare per pagare il mio debito di solidarietà allo Stato e per accontentare mio padre, che mi avrebbe voluto avviare alla carriera militare (un regalo che non mi pento di avergli fatto; lui ne avrebbe meritato di più e di maggiori). Lì mi avevano insegnato a sparare, ma in cuor mio speravo che mai nessuno, un giorno, mi chiedesse di sparare anche contro degli altri esseri umani.

La vita dell’uomo è sacra: Dio la dà e solo Dio la può togliere! Guai all’uomo che osa togliere la vita a un altro uomo. E guai a quei politici che allora non fecero il possibile per salvare la vita al povero Aldo Moro! A tal proposito, forse ci avrebbe potuto dire molto più di qualcosa, Giulio Andreotti, l’ultimo dei cavalli di razza della vecchia Democrazia Cristiana. Lo affido nei miei pensieri alla misericordia divina, come si conviene per chiunque abbia lasciato questa valle di lacrime e non sia più in grado di difendersi.

Non ho amato, soprattutto da giovane, né lui, né la democrazia cristiana e né la classe politica di quegli anni. Sino al 1978 il potere era stato gestito dai democristiani che, intelligentemente, avevano aperto sin dai primi anni sessanta ai socialisti di Nenni (Craxi sarebbe arrivato al potere dopo quasi un ventennio da quella prima apertura a sinistra).

Di fatto il potere appariva come fossilizzato nelle mani dei potenti democristiani e ciò creava nell’opinione pubblica e in particolare nell’animo di noi giovani di allora, l’impressione che questi cavalli di razza fossero attaccati al potere in maniera morbosa e che il cambiamento non fosse possibile; non appariva infatti percorribile alcuna alternativa agli stantii governi monocolori, quadripartiti o pentapartiti, di ispirazione atlantica in politica estera e fautori del più becero assistenzialismo, dell’affarismo e del clientelismo in politica interna.

Non c’era alternativa allo strapotere democristiano, più o meno diluito in salsa socialista, repubblicana, liberale o socialdemocratica.

Poi venne il tentativo di Aldo Moro di sbloccare a sinistra, questa volta in direzione dei comunisti. Il secondo tentativo di grande coalizione o compromesso storico dopo quello del secondo dopoguerra (adesso questi accordi si chiamano molto meno elegantemente “inciucio”, forse in sintonia con il miserevole livello dell’attuale classe politica, in rapporto a quelle dei tempi andati).

Ma a qualcuno, evidentemente, quel tentativo di portare i comunisti nella stanza dei bottoni non piacque (si ricordi che nel 1978 la cortina di ferro era ancora in auge, e i due blocchi, quello occidentale e capitalista e quello statalista di stampo sovietico si fronteggiavano fieramente per la supremazia). Sappiamo tutti come finì quel tentativo. E la fine che fece il povero Aldo Moro. Non do giudizi, mi ripeto, sui defunti.

Ma la storia ci mostra che Aldo Moro poteva essere salvato e che egli fu lasciato a morire. Forse Giulio Andreotti avrebbe potuto spiegare perché fu lasciato morire.

O forse la verità sta scritta in uno di quei 3.500 faldoni che costituiscono l’immenso archivio che il divo Giulio ha lasciato ai posteri.

Io so solo che il sangue innocente di Aldo Moro, come lo statista pugliese aveva profetizzato nelle sue lettere dal carcere delle brigate rosse, è ricaduto su tutti quelli che pur potendolo, non mossero un dito per salvarlo da quella orribile prigione.

Basta scorrere le cronache politiche e giudiziarie dei primi anni novanta, a partire da quel fatidico 17 febbraio 1992, quando esplose la stagione di Tangentopoli, con l’arresto di Mario Chiesa. Tutta la classe politica della Prima Repubblica fu spazzata via dal ciclone di Mani Pulite, il pool di magistrati che si costituì nella procura di Milano attorno alla figura di Antonio Di Pietro. Altri pool si costituirono in altre procure in tutta Italia, ma l’epicentro del terremoto restò Milano.

Quella incredibile e irripetibile stagione ha il sapore di una Nemesi, come se la maledizione di Aldo Moro fosse ricaduta veramente su quei politici ignavi, che scelsero la bieca ragion di stato e il proprio tornaconto personale, invece di scegliere di salvare la vita del loro collega, prigioniero di un sogno barbaro e folle. Scrivo queste cose perché a distanza di molti anni dal crollo miserando di quella prima repubblica ad opera di Mani Pulite, il giudizio su quella vicenda giudiziaria, a mio parere, va sottoposto a un’attenta revisione. Lascio agli storici di professione l’analisi di quella dolorosa vicenda.

Io manifesto la sensazione che la furia di quei magistrati, al di là dell’anatema lanciato su quella classe politica dal povero Aldo Moro, fu sostenuta e giustificata dal giustizialismo popolare. L’opinione pubblica era avvelenata contro quei politici così criptici, misteriosi e silenziosi, che davano l’impressione di volere nascondere troppe cose, di cui Giulio Andreotti fu il rappresentante più emblematico.

Preghiamo per i morti ma manteniamo viva la nostra memoria e sforziamoci di formulare un ponderato giudizio storico, come compete ai vivi.

2.14.2026

Amore senza confini

 


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Terra di Sardegna

 

Terra di Sardegna

Imbevuta di sardo sudore

E di sangue,

antico e nuovo,

odori di noi.

 

Misteriosa e bella

Agli occhi estranei appari,

semplicemente Madre

ai nostri.

 

Ed al tuo seno

Sempre di latte sazi fummo,

anche se già spremuto

da mani indegne di toccarti

povera  mamma!

 

                                    Cagliari, 1976

 

Storia dell'Italia Repubblicana

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