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2.04.2026
La storia del cane Tex
I live in Italy with my wife, our two daughters and a cat called Shiwon. I'm a teacher and a lawyer. I like reading and writing. My best items are for fiction, poetry and theatre. I'm a great dreamer though I'm not young anymore (anagraphically at least). I also like movies such as spy stories and action's movies. One of my best are English 007's movies.
1.27.2026
Parli chi sa- Dedicato alla Shoah
Cagliari, 26/27 Gennaio 2001
I live in Italy with my wife, our two daughters and a cat called Shiwon. I'm a teacher and a lawyer. I like reading and writing. My best items are for fiction, poetry and theatre. I'm a great dreamer though I'm not young anymore (anagraphically at least). I also like movies such as spy stories and action's movies. One of my best are English 007's movies.
1.23.2026
Frate Silenzio - Recensione del film sul Beato Fra' Nicola da Gesturi
E' un film sulla fede la storia che il regista e sceneggiatore Tiziano Pillitu ci racconta sulla vita di Fra' Nicola da Gesturi al secolo Giovanni Medda.
Il percorso di questa a fede è quello di un bambino, e poi di un ragazzo, troppo piccolo per perdere entrambi i suoi genitori, ambientato in una Sardegna rurale che parte dal 1886, quando il futuro Beato Nicola, a soli quattro anni vede morire suo padre, e si snoda poi sino al 1958, quando il frate del silenzio, come veniva chiamato l'umile questuante francescano, muore in odore di santità.
La tecnica narrativa prescelta e' quella della ricostruzione, affidata a un sacerdote che si avvale, per rappresentare allo spettatore la vita del religioso francescano, di un consulente davvero speciale: fra Lorenzo da Sardara, un'altra perla di quella splendida collana di santità che il Santuario francescano di Cagliari ha cominciato a inanellare con il Santo Ignazio da Laconi, nato e vissuto quando ancora la Sardegna era immersa nella cattolicità spagnola, che una profonda impronta ha lasciato nella nostra isola, come possiamo ammirare tuttora nella settimana santa che prelude alla Festa della Resurrezione del Cristo Salvatore, vincitore sulla morte.
Ma il fraticello di Gesturi era troppo umile e non avrebbe voluto essere paragonato a nulla di celebrativo e spettacolare.
E la scelta del regista rispetta questa cifra esistenziale tipica del nostro amato fra Nicola: l'umiltà, che nel suo caso si esprime soprattutto nel silenzio.
Il film è impregnato di primi piani, su volti autenticamente sardi che ricordano certe sequenze silenziose del vangelo cinematografico pasoliniano e forse ance di più del Gesù di Zeffirelli.
E la figura del Cristo non poteva certo essere assente in una pellicola in cui il protagonista parla, nel suo modo affascinante e silenzioso, quasi esclusivamente con il fondatore della fede cristiana, il Dio che ha preso forme umane per rilanciare la vita dell'umanità verso l'amore, cercando di distoglierla dalla sete di potere e di prevaricazione. Missione non ancora del tutto compiuta, come stiamo constatando in questi pazzi cinque e passa lustri di inizio secolo.
"Voglio servire Cristo" dice il giovane e futuro fra Nicola, ancora nei panni di Giovanni Medda. E ripeterà la stessa frase davanti al Superiore del Convento dove inizierà il suo noviziato, all'età di ventinove anni: un percorso iniziato da cuoco poco apprezzato e concluso dopo 34 anni di vita questuante per le strade e i sentieri della Sardegna e soprattutto della città di Cagliari.
Dicevamo della Sardegna e della Spagna, alla cui tradizione religiosa il regista ci rimanda, attraverso ls figura di santa Teresa d'Avila, una figura per cui il frate da Gesturi provava una profonda devozione.
Ma sono i continui rimandi alla Passione di Cristo, che il regista fa rivivere a Fra Nicola, nelle sue ricorrenti estasi, quelli che connotano il percorso mistico del fraticello futuro Beato e presto, auspichiamo tutti, perfino santo
La pellicola dura due ore e sono due ore spese bene, che richiamano lo spettatore al valore del silenzio, nello scorrere lento e calmo del tempo, finalmente avulsi dai rumori della modernità che, dopo millenni di silenzio, ormai ci avvolgono e ci travolgono quotidianamente, fra auto e aerei rumorosi, altoparlanti e discoteche, sfoghi isterici, radio d televisioni dove troneggia l'urlo sguaiato e aggressivo.
Con la tecnica dei continui flashback il regista chiude il cerchio della narrazione, iniziando con un Fra' Nicola ormai alla fine dei suoi giorni terreni e concludendola con lui che sogno la morte in croce di Gesù, che in aramaico pronuncia le fatidiche parole "Eloì, Eloì, lemà sabactàni", interloquendo, sempre nella sua antica lingua nativa, l'Aramaico, con i due ladroni crocifissi a lato.
Un film che merita di essere diffuso e visto in tutto il mondo cattolico, ma anche proposto all'attenzione di altre fedi religiose, per il suo contenuto di valori universali, quali l'amore, la pace, la povertà, l'altruismo, il silenzio.
Un plauso va agli attori, tutto o quasi tutti non professionisti, con particolare riferimento alle interpretazioni di Graziano Sanna, un fra' Nicola questuante davvero convincente, e alla memoria di Giampaolo Loddo, un fra' Nicola maturo e morente veramente superlativo.
Riconoscimenti: Dipinto di Fra' Nicola opera del pittore Nino Stagi in frontespizio; foto centrale dell'autore con l'attore Graziano Sanna, nelle vesti di Fra Nicola e il regista Tiziano Pillitu.
I live in Italy with my wife, our two daughters and a cat called Shiwon. I'm a teacher and a lawyer. I like reading and writing. My best items are for fiction, poetry and theatre. I'm a great dreamer though I'm not young anymore (anagraphically at least). I also like movies such as spy stories and action's movies. One of my best are English 007's movies.
1.17.2026
Ignazio Salvatore Basile "Miglior Autore Regionale" per la Sardegna 2026
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1.07.2026
Ridere per non piangere - Recensione del film Buen Camino di Zalone
C'era una volta Fantozzi; poi vennero Carlo Verdone e il cine panettone e, a seguire, venne Pieraccioni.
Adesso è il momento di Checco Zalone. Tutti sulla scia dei grandi maestri della comicità italiana: Totò, Macario e Alberto Sordi.
A ben vedere, però, la maschera è sempre una: la maschera dell'italiano medio.
Qualcuno ha scritto che queste maschere fanno ridere perché noi ci specchiamo in esse, scaricandogli addosso tutti i difetti e le colpe che abbiamo dentro, esorcizzando così le nostre paure. In pratica l'italiano medio si riconoscerebbe in pieno in queste maschere, ma in maniera inconscia. Anche qui rifiutando di assumersi la responsabilità per ciò che in realtà è.
La peculiare genialità comica di Zalone, in questo e in altri suoi film, consiste proprio nella proiezione del nostro dna identitario nelle sue caricature cinematografiche.
La storia ruota attorno a una ragazza sedicenne, Cristal, interpretata dalla convincente Letizia Arnò, figlia di genitori separati, che a un certo punto decide di trovare se stessa intraprendendo il Cammino di Santiago (il Beun Camino per l'appunto).
I genitori di Cristal sono lo stesso Zalone, la caricatura di un ricco pacchiano e probabile più nei sogni del sottoproletariato urbano che nella realtà, e Linda, interpretata da Martina Colombari, che divide la sua nuova vita con Tarek, un palestinese italianizzato che fa il regista e lo scrittore di professione.
Cristal però è minorenne e avvia il suo percorso spirituale senza dire niente alla madre e al patrigno palestinese con i quali vive.
Papà Zalone, lascia così la sua villa extra lusso in Sardegna e la sua fidanzata bugiarda, fedifraga e finta venticinquenne, innamorata soltanto dei soldi del cinquantenne spaccone, e si mette al passo della figlia, lungo la via di Santiago de Compostela. Lungo il cammino si innamorerà di una quarantenne, interpretata da Beatriz Arjona che, prima di farsi suora, compie il miracolo di riportare padre e figlia, entrambi sulla via del ravvedimento e della riappacificazione.
Cosa rimane infatti di questa pellicola, al netto del suo parossismo e delle sue esagerazioni?
Prendiamo il personaggio principale: Zalone, che ha scelto di mantenere il suo vero nome nella storia inventata. Toglietegli i soldi del padre, che egli spende e spande a largo giro, con la disinvolta spacconeria di un qualsivoglia parvenu di città o di provincia, sia che abbia fatto i soldi vincendo qualche lotteria o avviando qualche fortunata attività imprenditoriale; levategli i soldi, dicevo, e cosa rimane?
Rimane il maschio italiano, all'eterna ricerca di apparire ricco e giovane, alla ricerca dell'avventura facile , a bordo di auto vistose e rumorose (ma quanto strada ha fatto l'italiano medio, pensando al Gassman del Sorpasso?)
Rimane il padre immaturo, superficiale e impreparato.
***
Ma viene da chiedersi: ma un uomo così, se non avesse i soldi del padre, come affronterebbe, nella realtà di ogni giorno, la situazione? Come reagirebbe all'intromissione del compagno della sua ex moglie, nelle vicende che riguardano sua figlia Cristal? La risposta è facile trovarla nelle cronache nere di tutte le provincie italiane.
Certamente rimane anche lo smarrimento dei genitori di fronte alle insicurezze dei figli.
Sullo sfondo, sicuramente anche per merito del regista Gennaro Nunziante, rimangono la ricerca e il valore della spiritualità, cui tutti quanti abbiamo superficialmente rinunciato, ammaliati dal consumismo esasperato di una civiltà basata sul materialismo, e un ritorno ai valori di una società preindustriale, fatta di ritmi che procedevano a passi lenti e meditati, come impone ai nostri personaggi pellegrinanti il Buen Camino di Santiago de Compostela.
Un ultimo argomento, ma non per questo meno importante, riguarda la salute del protagonista. Soltanto l'attenzione e l'amore di sua figlia che si accorge per tempo, riesce ad aprigli gli occhi prima che sia troppo tardi. Molti giovani pensano che il tumore alla prostata riguardi solo gli anziani (lui ha 50anni) e tra le righe, fra una risata e l'altra, ci ho visto un messaggio di prevenzione . La canzoncina finale la dice tutta.
Per dirla con Ennio Flaiano: la situazione è grave ma non è seria.
O se preferite; ridiamo per non piangere.
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1.01.2026
La rivincita della Musica
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12.10.2025
Brunello: Il visionario garbato - Recensione
Spesso mi sono chiesto, in differenti momenti di sconforto e per le più diverse ragioni, dove fossero andati a finire gli italici ingegni che hanno illuminato il mondo nelle passate epoche.
Possibile che siano andati tutti completamente dispersi?
Ebbene, guardando il docu-film che Giuseppe Tornatore ha dedicato a Brunello Cucinelli, ho capito che niente, o quasi niente è andato perduto.
Infatti è come se nella personalità di questo visionario imprenditore umbro, siano confluiti i geni e i canoni di bellezza e insieme di mitezza , altruismo e umiltà, che poi costituiscono grandezza, di San Francesco e San Benedetto, del Pinturicchio, del Perugino e di Mastro Giorgio, di Pompili, Scarpellini, Alessi e altri ingegni del passato.
Un film documentario bello e godibile che è anche un affresco della parabola economica e sociale attraversata dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, quando l’Italia si è trasformata da un paese a forte vocazione agricola, a potenza industriale i cui pilastri, oggi lo tocchiamo con mano, sono costituiti dagli stilisti e dai brand internazionali della moda, così come ieri erano incarnati dall’industria metalmeccanica, trasmigrata, tramontata o in perenne crisi, a parte qualche lodevole eccezione.
Anche se in entrambi i casi, è bene ricordarlo, hanno visto degli abili artigiani trasformarsi in giganti industriali (valgano gli esempi di Enzo Ferrari e Giorgio Armani per tutti).
Nel caso di Brunello Cucinelli si parte, nella narrazione cinematografica di Tornatore, da una famiglia contadina che, ancora legata al giogo arcaico della mezzadria, nei primi anni sessanta viene inurbata alla ricerca di un salario fisso è sicuro nella nascente industria post bellica, come milioni di altre famiglie, per le quali il viaggio di inurbamento sarà perfino più lungo.
Ed è lì, in questa rinnovata realtà sociale, dove il relativo benessere economico e la liberazione dalla semi schiavitù della terra (l’istituto giuridico della mezzadria verrà abolito soltanto nel 1982) , sembrano costituire un miglioramento nello svolgimento esistenziale, che il giovane Brunello scopre il lato atroce del capitalismo industriale italiano. La nuova realtà occupazionale si dimostra più feroce e umiliante della precedente, quell’asservimento alla terra, che altro non era che un perpetuarsi, in forma edulcorata, della servitù della gleba.
Così Brunello comincia a pensare e ad elaborare la sua teoria della dignità e della primazia dell’uomo, del lavoratore, sul profitto. Quasi una pagina rinnovata della dottrina sociale cattolica introdotta con la Rerum Novarum, visto che il soglio papale vive un’altra stagione leonina.
Quella sofferenza fa nascere in Brunello l’esigenza di creare un ambiente lavorativo a dimensione umana. Il resto lo fanno certamente il suo ingegno e la sua fortuna, che vanno a braccetto con il coraggio e la sfida, con la voglia di vincere, come nel gioco delle carte, in cui Brunello eccelle sin da bambino, come la storia narrata da Tornatore mette ben in evidenza.
C’è un altro aspetto del film che non va trascurato. Qui, nella vicenda imprenditoriale di Cuccinelli, il salto quasi inevitabile che ogni gruppo industriale a dimensione internazionale e’ portato istintivamente a fare, non è finalizzato alla ricchezza personale, ma piuttosto a compartire la nuova ricchezza finanziaria con le maestranze, rispettate al punto che il gruppo Cuccinelli gli garantisce il salario anche in piena stagione Covid, quando tutti i settori economici conoscono una crisi veramente terribile.
Una vera rivoluzione economica. Per questo ci siamo permessi di scomodare Francesco, Buonaventura e Benedetto... Continua a leggere qui
Qui siamo di fronte a qualcosa di epocale: la finanza , quella ricchezza che sfugge ai vecchi canoni economici dei valori reali, collegati alle materie prime e al lavoro, secondo l’insegnamento dei classici, non sono più appannaggio dell’avido capitalista, dei capitani d’industria, degli speculatori di borsa, che vedono il valore dei propri cespiti moltiplicato all’infinito, e questo plusvalore finanziario, viene utilizzato a beneficio della salvaguardia dei salari e al miglioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti, in nome della loro inalienabile dignità.
Viene da chiedersi, come mai gli altri capitalisti e finanzieri d’assalto occidentali, preferiscano invece licenziare, incrementando il divario economico che separa oggi i ricchi, sempre più ricchi, dai poveri, sempre più disperati.
Un divario che è già voragine e che rischia di inghiottire tutti quanti, ricchi e poveri. Auspico così una nuova enciclica papale, che richiami i finanzieri e gli speculatori alla solidarietà, al rispetto della dignità umana dei lavoratori.
Certo non tutti sono nati all’ombra dei grandi del passato, come nel caso di Brunello, e neppure possono vantare ascendenti del calibro dei geni italiani del passato, ma un richiamo ex cathedra alle coscienze non cadrebbe nel vuoto.
Una pellicola di pregio che si fa facilmente perdonare qualche scivolata, come il pantalone verde sotterrato (uno spreco inammissibile che stride con gli indubbi sacrifici che la mamma di Brunello deve aver fatto per acquistarlo) e la colpevole bestemmia, veritiera in un ambiente che ha subito per tanto tempo il potere temporale di papi non sempre, anzi quasi mai, illuminati, superficialmente perdonata dal parroco (neppure don Andrea, il prete di strada, avrebbe osato tanto).
Un film che mi ha ricordato, per il suo spessore socio-culturale, il capolavoro di Bernardo Bertolucci "Novecento".
Oltre alla pregevole regia e all'autentica interpretazione di se stessi di Brunello e Oprah Winfrey, sono da segnalare i tre interpreti di Brunello nelle diverse fasi della sua vita (su tutti e tre a me è piaciuto il piccolo Francesco Cannevale) e le musiche del premio Oscar Nicola Piovani.
Il musicista non si è limitato a comporre una colonna sonora esclusivamente strumentale ma ha inserito nella partitura, delle intense ed emozionanti parti corali a sostegno dei momenti ora gioiosi ora drammatici del protagonista.
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12.09.2025
Tra Apuleio e Dickinson
https://www.amazon.it/dp/B0190KLF54
I miei Salmi, in versi e in rima, non smettono di darmi delle grandi soddisfazioni spirituali.
Oggi occupano la settantunesima posizione tra le poesie più lette di Amazon, tra l'esuberante Apuleio e la divina Emily Dickinson.
Nel segnalare che esiste anche una versione cartacea dei miei Salmi in rima (accessibile attraverso il link sottostante), ricordo agli amanti della Poesia che il meglio si trova sempre e comunque nell'Originale.
Buone Feste a tutti.
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12.07.2025
Ode a Maria - In versi e in rima
https://www.amazon.it/dp/B07T1V74FX
Ave Maria, Madre del Dio Vivente,
scrigno del più prezioso dei tesori,
generatrice dell’Onnipotente,
di Colui che è Fattore dagli albori,
di Colui che è per sempre e sarà!
Madre che lenisci i nostri dolori,
luce di gran conforto e di pietà!
Avvocata a cause nostre infelici,
virtù inimitabile per beltà!
Aiuto a peccatori e peccatrici,
rifugio che ami l’uomo e lo sostieni!
Modello di bontà e sacrifici,
miniera aurea dai filoni ripieni
di gioie d’inesauribile valore,
Tu, che sola vuoi, richiedi e ottieni
da Tuo figlio Gesù Il Redentore;
Tu, che riscatto sei stata di Eva,
umilmente servendo Il Creatore
nel progetto che per noi prevedeva
il perdono dall’antico peccato!
Perfezione e Mistero che s’eléva,
‘sì arduo da capire e complicato!
Madonna Madre di Gesù Salvezza
Che col Suo sangue l’uomo ha riscattato
Dalla sua originaria nefandezza!
Non basta il misero pensiero umano
Per spiegare il mistero di grandezza,
che pur venendo da così lontano
s’è fatto carne sulla nuda terra;
e Tu, Tu l’hai cresciuto, piano, piano,
covando in cuor ciò che ogni mamma inserra
per il sangue del sangue del suo sangue,
conscia del Suo destino amaro; ed
erra
chi non avverte il cuore che langue
di una mamma che generosamente,
quel Santo frutto di Sua carne esangue
non vuole abbia sofferto inutilmente!
ignazio salvatore basile- disegno di Nino Stagi
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12.02.2025
Il ritorno della Tigre
Emilio Salgari pubblicò questo bellissimo romanzo, a puntate, alla fine del secolo diciannovesimo. Sandokan o la Tigre della Malesia è diventato un orgoglio letterario italiano nel mondo. E dopo la sua pubblicazione in volume, ha conosciuto traduzioni in tantissime lingue e diverse trasposizioni cinematografiche e televisive.
Dell''ultima in ordine cronologico, realizzata in quattro puntate, la Rai ha trasmesso la prima puntata proprio ieri sera.
La storia è rispettosa della tradizione salgariana, le riprese convincenti, la recitazione di qualità, l'azione assicurata.
Un buon prodotto televisivo, tutto sommato, questo lavoro diretto da Jan Maria Michelini e Nicola Abbatangelo e interpretato da Can Yaman nelle vesti di Sandokan; Ed Westwick come Lord James Brooke; Alessandro Preziosi nell'eccentrico e simpatico Yanez de Gomera; Alanah Bloor nella bella e affascinante Lady Marianne Guillonk, la Perla di Labuan e Madeleine Price nella brava e coraggiosa Sani Angeliqa Devi.
Io che ho amato da sempre Sandokan, prima nelle pagine di Salgari e poi nella serie televisiva degli anni settanta interpretata da Kabir Bedi e Philippe Le Roy, ritengo che questa nuova produzione, almeno a giudicare da questa prima puntata, sia all'altezza delle precedenti versioni televisive e cinematografiche.
E d'altronde mi pare fuori luogo e poco elegante fare dei paragoni, a distanza di mezzo secolo.
Siamo in epoche diverse, anche se Sandokan è immortale, grazie al genio letterario di Emilio Salgari.
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11.30.2025
Delitto al quadrivio
https://www.amazon.it/dp/B0C2YZZVQS
Capitolo Quinto
La notizia del
delitto del Quadrivio campeggiava ancora in prima pagina nei quotidiani
regionali.
L’Opinione, pur di
tenere desta l’attenzione dei lettori su quello che era divenuto ormai
l’efferato delitto del Poetto, rimestava
ancora la stessa notizia, arricchendola con nuovi particolari sulle personalità
della vittima e del carnefice, definito anche mostro, assassino, omicida,
ancorché sempre presunto (ma la presunzione veniva sempre messa tra parentesi,
pro forma, dato che l’articolista faceva trasparire che l’indiziato fosse
senza dubbio l’autore del reato).
«Minestra
riscaldata» – pensò il Commissario De Candia dopo aver letto l’articolo di
Chiara Coseno, capo redattrice della cronaca nera dell’Opinione.
Di nuovo, se così
si può dire, c’era la notizia che l’interrogatorio di garanzia era previsto per
la mattinata di mercoledì, che l’indagato si sarebbe avvalso , probabilmente ,
della facoltà di non rispondere, che l’autopsia si sarebbe svolta sabato mattina
e che l’arresto sarebbe stato senza dubbio convalidato (ma questa era
un’illazione, sulla base del fatto che le prove apparivano schiaccianti).
La capo-redattrice
chiudeva l’articolo preannunciando uno speciale per l’uscita di giovedì, che
conteneva un’intervista a Emanuela Olivares, della SelenTVSAT, conduttrice del
fortunato spettacolo “Colpevole
o Innocente?”, un
programma che, ad imitazione delle TV Nazionali, celebrava i processi in
parallelo coi Tribunali, appassionando il pubblico, diviso in due fazioni,
entrambe convintissime, sulla base di mere sensazioni personali, sganciate da
ogni riflessione razionale e giuridica, della fondatezza della propria teoria.
Il commissario De
Candia detestava quel genere di programmi, forse perché di fascicoli di
omicidio, caldi, caldi, ne aveva ben sei sulla sua scrivania (senza contare
quelli tiepidi e quelli ormai freddi).
O forse detestava
certe televisioni tout court.
«Certo i processi
in TV erano di più facile soluzione!» – mormorò tra sé il commissario De Candia
osservando i fascicoli impilati sul ripiano della sua scrivania.
Il commissario De
Candia non aveva fatto sempre parte della Squadra Omicidi. Nei primi anni
settanta, appena entrato nella Polizia di Stato, fresco vincitore di concorso,
era stato inserito nella Buon Costume.
Poi, stanco di
avere a che fare con prostitute e magnaccia, aveva chiesto di essere
trasferito. I suoi superiori gli avevano parlato di un programma particolare
dove, con opportuni accorgimenti, si sarebbe potuto inserire.
Così si era
trasferito alla Scuola Sperimentale della Polizia di Stato di Trieste, un nome
ordinario che nascondeva dei programmi avvolti nella massima riservatezza,
dietro un’apparenza accademica quasi banale.
E lì era avvenuta la sua trasformazione, fisica e psicologica.
Per essere un
agente sotto copertura, gli fu spiegato, occorreva innanzitutto cambiare modus
operandi, per acquisire nuovi abiti mentali. E per smaltire la puzza di sbirro,
gli dissero in un gergo nuovo e ufficioso, occorreva cambiare d’aspetto.
Dopo alcuni test
attitudinali fu scelto come agente sotto copertura della Sezione Narcotici. Gli
insegnarono un nuovo modo di abbigliarsi e gli suggerirono di farsi crescere
barba e capelli. L’opera di trasformazione fisica fu completata con un piccolo
orecchino d’oro a cerchio piantato nel lobo sinistro (quella fu la parte più
dolorosa della sua mutazione fisica).
Non fu difficile
per lui apprendere il gergo del mondo delle sostanze stupefacenti prima in
lingua italiana e poi in lingua spagnola (abbastanza facile per lui che aveva
un’ascendente in linea retta di madre lingua) e infine in lingua inglese (dove
eccelleva per studio e per passione).
E dopo un intenso
periodo di studio teorico e un rapido corso di pratica fu pronto per
infiltrarsi negli ambienti romani dove si consumava e si spacciava, soprattutto
marihuana e hashish.
Da lì, piano,
piano, riuscì ad infiltrarsi in alcuni grossi giri dello spaccio internazionale
prima a Londra e poi a Panama e in Colombia.
Nonostante la sua
meticolosa preparazione, dopo qualche anno quella vita sregolata e così diversa
dalle sue abitudini e dai suoi costumi, lo logorò al punto che chiese di essere
esonerato e di tornare alle sue mansioni ordinarie, nei ranghi ufficiali del
servizio di pubblica sicurezza.
Era arrivato al
punto di non ricordare più quando e perché fosse iniziata quella sua nuova
vita. E si chiedeva con angoscia se lui fosse quello che era prima oppure se la
sua nuova personalità avesse definitivamente preso il sopravvento sulla prima e
originaria di poliziotto formale e regolare.
In ogni caso
doveva ricollegarsi a ciò che era stato, prima di perdersi completamente nei
meandri di quelle esperienze fuori dall’ordinario che lo avevano indotto a
percepire il mondo in maniera totalmente differente da prima.
Fu più faticoso di
quanto avesse immaginato riabituarsi a
quella vita di routine e fare a meno del fumo, con cui aveva convissuto,
travolto dal vortice della sua immedesimazione di copertura.
Per fortuna che i suoi istruttori gli avevano
precisato che in quell’ambiente, non tutti gli spacciatori erano per forza dei
consumatori, soprattutto con riguardo alle droghe definite pesanti, anche se
tutti o quasi erano quantomeno dei fumatori. E anche se gli avevano descritto gli effetti del fumo e come
simularli, fingendo di inalare e di immagazzinare nei polmoni il fumo, lui
aveva finito per fumare sul serio, forse preso dalla curiosità, o per un falso
senso del dovere o per una sorta di deformazione professionale. O magari per
paura di essere scoperto.
Ecco, forse era
stata proprio la paura a imporgli di smettere con quel lavoro sotto copertura.
E non solo la paura di essere scoperto da quelli con cui si fingeva amico e
complice ma che in realtà dovevano essere i suoi nemici.
E se verso gli
spacciatori non provava dubbi né rimorsi nell’averli ingannati, al riguardo dei
semplici consumatori che aveva dovuto frequentare per arrivare ai loro
fornitori, aveva cominciato a sentirsi in colpa.
E così che era
entrato in crisi sulla sua essenza più intima e profonda.
Chi era davvero?
Chi era diventato? Come poteva continuare a fingere di essere ciò che non era?
O era diventato davvero un’altra persona, diversa da prima che accettasse di
infiltrarsi un quel mondo di allucinazioni e finzioni?
Ma ora era tutto
finito. Si era ricollegato al suo mondo di prima e aveva riacquistato la sua
serenità e la sua forza originarie, di quando era entrato in polizia seguendo
le orme di suo padre e i suoi ideali di combattere per un mondo migliore, dalla
parte del bene nella lotta eterna contro il male.
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La storia del cane Tex
https://www.giovanelliedizioni.it/libri.html Anche nelle relazioni con i nostri amici animali vale quanto insegna l’esperienza dell’amore ...









