2.28.2026

In Viaggio verso la Luce

https://www.ibs.it/in-viaggio-verso-luce-ebook-ignazio-salvatore-basile/e/9791224423508


Il viaggio

 

Noi siamo ospiti e forestieri

Su questa terra

E non saranno il fiume Parpar

Né il fiume Abana che ci monderanno!

Purifica i nostri cuori

Mentre siamo in viaggio

Sì che troviamo la strada

Che a Te conduce!


2.20.2026

La nostra storia recente




Il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse rapivano l’on. Aldo Moro e trucidavano i cinque uomini della sua scorta: Iozzino, Leonardi, Ricci, Rivera e Zizzi.

In quel preciso momento io mi trovavo a Londra, in cerca di me stesso, dimenticando l’Italia e l’ipocrisia dei suoi politici di allora; deluso dal movimento del ’68 (al quale avevo preso parte attiva solo negli anni immediatamente seguenti il 1968); sconcertato e scontento delle involuzioni violente di alcuni gruppuscoli impazziti, capeggiati da sanguinari terroristi, intrisi di idee rivoluzionarie confuse e di teorie già superate dalla storia.

Io rifuggivo la violenza per carattere, per indole e per convinzione e ancora meno e giammai avrei preso le armi per sparare contro il fratello.

Avevo fatto il militare per pagare il mio debito di solidarietà allo Stato e per accontentare mio padre, che mi avrebbe voluto avviare alla carriera militare (un regalo che non mi pento di avergli fatto; lui ne avrebbe meritato di più e di maggiori). Lì mi avevano insegnato a sparare, ma in cuor mio speravo che mai nessuno, un giorno, mi chiedesse di sparare anche contro degli altri esseri umani.

La vita dell’uomo è sacra: Dio la dà e solo Dio la può togliere! Guai all’uomo che osa togliere la vita a un altro uomo. E guai a quei politici che allora non fecero il possibile per salvare la vita al povero Aldo Moro! A tal proposito, forse ci avrebbe potuto dire molto più di qualcosa, Giulio Andreotti, l’ultimo dei cavalli di razza della vecchia Democrazia Cristiana. Lo affido nei miei pensieri alla misericordia divina, come si conviene per chiunque abbia lasciato questa valle di lacrime e non sia più in grado di difendersi.

Non ho amato, soprattutto da giovane, né lui, né la democrazia cristiana e né la classe politica di quegli anni. Sino al 1978 il potere era stato gestito dai democristiani che, intelligentemente, avevano aperto sin dai primi anni sessanta ai socialisti di Nenni (Craxi sarebbe arrivato al potere dopo quasi un ventennio da quella prima apertura a sinistra).

Di fatto il potere appariva come fossilizzato nelle mani dei potenti democristiani e ciò creava nell’opinione pubblica e in particolare nell’animo di noi giovani di allora, l’impressione che questi cavalli di razza fossero attaccati al potere in maniera morbosa e che il cambiamento non fosse possibile; non appariva infatti percorribile alcuna alternativa agli stantii governi monocolori, quadripartiti o pentapartiti, di ispirazione atlantica in politica estera e fautori del più becero assistenzialismo, dell’affarismo e del clientelismo in politica interna.

Non c’era alternativa allo strapotere democristiano, più o meno diluito in salsa socialista, repubblicana, liberale o socialdemocratica.

Poi venne il tentativo di Aldo Moro di sbloccare a sinistra, questa volta in direzione dei comunisti. Il secondo tentativo di grande coalizione o compromesso storico dopo quello del secondo dopoguerra (adesso questi accordi si chiamano molto meno elegantemente “inciucio”, forse in sintonia con il miserevole livello dell’attuale classe politica, in rapporto a quelle dei tempi andati).

Ma a qualcuno, evidentemente, quel tentativo di portare i comunisti nella stanza dei bottoni non piacque (si ricordi che nel 1978 la cortina di ferro era ancora in auge, e i due blocchi, quello occidentale e capitalista e quello statalista di stampo sovietico si fronteggiavano fieramente per la supremazia). Sappiamo tutti come finì quel tentativo. E la fine che fece il povero Aldo Moro. Non do giudizi, mi ripeto, sui defunti.

Ma la storia ci mostra che Aldo Moro poteva essere salvato e che egli fu lasciato a morire. Forse Giulio Andreotti avrebbe potuto spiegare perché fu lasciato morire.

O forse la verità sta scritta in uno di quei 3.500 faldoni che costituiscono l’immenso archivio che il divo Giulio ha lasciato ai posteri.

Io so solo che il sangue innocente di Aldo Moro, come lo statista pugliese aveva profetizzato nelle sue lettere dal carcere delle brigate rosse, è ricaduto su tutti quelli che pur potendolo, non mossero un dito per salvarlo da quella orribile prigione.

Basta scorrere le cronache politiche e giudiziarie dei primi anni novanta, a partire da quel fatidico 17 febbraio 1992, quando esplose la stagione di Tangentopoli, con l’arresto di Mario Chiesa. Tutta la classe politica della Prima Repubblica fu spazzata via dal ciclone di Mani Pulite, il pool di magistrati che si costituì nella procura di Milano attorno alla figura di Antonio Di Pietro. Altri pool si costituirono in altre procure in tutta Italia, ma l’epicentro del terremoto restò Milano.

Quella incredibile e irripetibile stagione ha il sapore di una Nemesi, come se la maledizione di Aldo Moro fosse ricaduta veramente su quei politici ignavi, che scelsero la bieca ragion di stato e il proprio tornaconto personale, invece di scegliere di salvare la vita del loro collega, prigioniero di un sogno barbaro e folle. Scrivo queste cose perché a distanza di molti anni dal crollo miserando di quella prima repubblica ad opera di Mani Pulite, il giudizio su quella vicenda giudiziaria, a mio parere, va sottoposto a un’attenta revisione. Lascio agli storici di professione l’analisi di quella dolorosa vicenda.

Io manifesto la sensazione che la furia di quei magistrati, al di là dell’anatema lanciato su quella classe politica dal povero Aldo Moro, fu sostenuta e giustificata dal giustizialismo popolare. L’opinione pubblica era avvelenata contro quei politici così criptici, misteriosi e silenziosi, che davano l’impressione di volere nascondere troppe cose, di cui Giulio Andreotti fu il rappresentante più emblematico.

Preghiamo per i morti ma manteniamo viva la nostra memoria e sforziamoci di formulare un ponderato giudizio storico, come compete ai vivi.

2.14.2026

Amore senza confini

 


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Terra di Sardegna

 

Terra di Sardegna

Imbevuta di sardo sudore

E di sangue,

antico e nuovo,

odori di noi.

 

Misteriosa e bella

Agli occhi estranei appari,

semplicemente Madre

ai nostri.

 

Ed al tuo seno

Sempre di latte sazi fummo,

anche se già spremuto

da mani indegne di toccarti

povera  mamma!

 

                                    Cagliari, 1976

 

2.10.2026

Giornata del Ricordo


Se trovate in quei burroni profondi

Che in vita chiamavo foibe,

uno scheletro legato con il fil di ferro

ad un altro scheletro,

legato ad un altro scheletro

e a un altro ancora,

quello son’ io.



Non cercatemi in un posto qualunque,

in un fosso o in una buca.

Io giaccio

in quei recessi contorti

che si chiamano foibe.



Avvolgetemi, ve ne prego,

in un drappo bianco

E restituitemi ai miei cari,

alla mia Patria e alle cose di Dio.



Non odio nessuno e perdono tutti.



Solo un’ultima cosa vi chiedo:

aprite gli occhi dei vostri figli

sulla verità!

2.04.2026

La storia del cane Tex

 


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Anche nelle relazioni con i nostri amici animali vale quanto insegna l’esperienza dell’amore tra umani: non è un documento legale a segnare la reciproca appartenenza, ma il sentimento di un amore disinteressato e sincero, che si nutra nei confronti di chi noi dichiariamo d’amare veramente.
È quello che insegna il racconto di Ignazio Salvatore Basile “La storia di Tex”, dove un pastore tedesco e un adolescente in cerca di un rapporto vero, stringono una forte amicizia che si dimostrerà, al di sopra delle apparenze, più forte di ogni legame precedente.

1.27.2026

Parli chi sa- Dedicato alla Shoah

 



Se c’è qualcuno che sa, parli!

Dica perché la Madre

è stata strappata al Figlio…

E il fratello al fratello….



E perché bambini senza colpa?

E vecchi senza tempo?

Perché?



Io, li vedo ancora,

in spirito e corpo

fluttuare attraverso i comignoli

e salutarci, con un sorriso pietoso.



Io, odo ancora latrati e voci

che radunano,

spaventano,

disperdono,

recidono legami e affetti

che non vedremo mai più.



Io

sento

la vergogna di essere uomo!

E la paura di vivere e di amare!



Ma perché,

se perfino Gesù Cristo, dalla Croce,

ci aveva già perdonati!

Perché? Perché?



Parlate, voi che potete! Voi che sapete!

Parlate!



Io prometto che parlerò…



Per non dimenticare.

 

                                                                       Cagliari, 26/27 Gennaio 2001

                                                

1.23.2026

Frate Silenzio - Recensione del film sul Beato Fra' Nicola da Gesturi

 


E' un film sulla fede la storia che il regista e sceneggiatore Tiziano Pillitu ci racconta sulla vita di Fra' Nicola da Gesturi al secolo Giovanni Medda.

 Il percorso di questa a fede è quello di un bambino, e poi di un ragazzo,   troppo piccolo per perdere entrambi i suoi genitori, ambientato in una Sardegna rurale che parte dal 1886, quando il futuro Beato Nicola, a soli quattro anni vede morire suo padre,   e si snoda poi sino al 1958, quando il frate del silenzio, come veniva chiamato l'umile questuante francescano, muore in odore di santità. 

La tecnica narrativa prescelta e' quella della ricostruzione, affidata a un sacerdote che si avvale, per rappresentare allo spettatore la vita del religioso francescano, di un consulente davvero speciale: fra Lorenzo da Sardara, un'altra perla di quella splendida collana di santità che il Santuario francescano di Cagliari ha cominciato a inanellare con il Santo Ignazio da Laconi, nato e vissuto quando ancora la Sardegna era immersa nella cattolicità spagnola,  che una profonda impronta ha lasciato nella nostra isola, come possiamo ammirare tuttora nella settimana santa che prelude alla Festa della Resurrezione del Cristo Salvatore, vincitore sulla morte.

Ma il fraticello di Gesturi era troppo umile e non avrebbe voluto   essere paragonato a nulla di celebrativo e spettacolare.

 E la scelta del regista rispetta questa cifra esistenziale tipica del nostro amato fra Nicola: l'umiltà,  che nel suo caso si esprime soprattutto nel silenzio. 

Il film è impregnato di primi piani, su volti autenticamente sardi che ricordano certe sequenze silenziose del vangelo cinematografico pasoliniano e forse ance di più del Gesù di Zeffirelli. 

E la figura del Cristo non poteva certo essere assente in una pellicola in cui il protagonista parla, nel suo modo affascinante e silenzioso,  quasi esclusivamente con il fondatore della fede cristiana, il Dio che ha preso forme umane per rilanciare la vita dell'umanità verso l'amore, cercando di distoglierla dalla sete di potere e di prevaricazione. Missione non ancora del tutto compiuta, come stiamo constatando in questi pazzi cinque e passa lustri di inizio secolo. 

"Voglio servire Cristo" dice il giovane e futuro fra Nicola, ancora nei panni di Giovanni Medda. E   ripeterà la stessa frase davanti al Superiore del Convento dove inizierà il suo noviziato, all'età di ventinove anni: un percorso iniziato da cuoco poco apprezzato e concluso dopo 34 anni di vita questuante per le strade e i sentieri della Sardegna e soprattutto della città di Cagliari. 

 


Dicevamo della Sardegna e della Spagna, alla cui tradizione religiosa il regista ci rimanda, attraverso ls figura di santa Teresa d'Avila, una figura per cui il frate da Gesturi provava una profonda devozione. 

Ma sono i continui rimandi alla Passione di Cristo, che il regista fa rivivere a Fra Nicola,  nelle sue ricorrenti estasi, quelli che connotano il percorso mistico  del fraticello futuro Beato e presto, auspichiamo tutti, perfino santo 

La pellicola dura due ore e sono due ore spese bene, che richiamano lo spettatore al valore del  silenzio, nello scorrere lento e calmo del tempo, finalmente avulsi dai rumori della modernità che, dopo millenni di silenzio, ormai ci avvolgono e ci travolgono quotidianamente, fra auto e aerei rumorosi, altoparlanti e discoteche, sfoghi isterici, radio d televisioni dove troneggia l'urlo sguaiato e aggressivo. 

Con la tecnica dei continui flashback il regista chiude il cerchio della narrazione, iniziando con un Fra' Nicola ormai alla fine dei suoi giorni terreni e concludendola con lui che sogno la morte in croce di Gesù, che in aramaico pronuncia le fatidiche parole "Eloì, Eloì, lemà sabactàni", interloquendo, sempre nella sua antica lingua nativa, l'Aramaico, con i due ladroni crocifissi a  lato.

Un film che merita di essere diffuso e visto in tutto il mondo cattolico, ma anche proposto all'attenzione di altre fedi religiose, per il suo contenuto di valori universali, quali l'amore, la pace, la povertà, l'altruismo, il silenzio.

Un plauso va agli attori, tutto o quasi tutti non professionisti, con particolare riferimento alle interpretazioni di Graziano Sanna, un fra' Nicola questuante davvero convincente, e alla memoria di Giampaolo Loddo, un fra' Nicola maturo e morente veramente superlativo.

Riconoscimenti: Dipinto di Fra' Nicola opera del pittore Nino Stagi in frontespizio; foto centrale dell'autore con l'attore Graziano Sanna, nelle vesti di Fra Nicola e il regista Tiziano Pillitu.

1.17.2026

Ignazio Salvatore Basile "Miglior Autore Regionale" per la Sardegna 2026

 


Onorato ringrazio gli Organizzatori del Premio Nazionale "Ossi di Seppia" che per la seconda volta consecutiva mi ha inteso premiare con l'ambito riconoscimento di "Miglior Autore Regionale" per la Sardegna.

1.07.2026

Ridere per non piangere - Recensione del film Buen Camino di Zalone

 


C'era una volta Fantozzi; poi vennero Carlo Verdone e  il cine panettone e, a seguire, venne Pieraccioni. 
Adesso è il momento di Checco Zalone. Tutti sulla scia dei grandi maestri della comicità italiana: Totò, Macario e Alberto Sordi.

A ben vedere, però,  la maschera è sempre una: la maschera dell'italiano medio. 

Qualcuno ha scritto che queste maschere fanno ridere perché noi ci specchiamo in esse, scaricandogli addosso  tutti i difetti e  le colpe  che abbiamo dentro, esorcizzando così le nostre paure. In pratica l'italiano medio si riconoscerebbe in pieno in queste maschere, ma in maniera inconscia. Anche qui rifiutando di assumersi la responsabilità per ciò che in realtà è. 

La peculiare genialità comica di Zalone, in questo e in altri suoi film, consiste proprio nella proiezione del nostro dna identitario nelle sue caricature cinematografiche.

La storia ruota attorno a una ragazza sedicenne, Cristal, interpretata dalla convincente  Letizia Arnò, figlia di genitori separati, che a un certo punto decide di trovare se stessa intraprendendo il Cammino di Santiago (il Beun Camino per l'appunto).

 I genitori di Cristal sono lo stesso Zalone, la caricatura di un ricco pacchiano e probabile più nei sogni del sottoproletariato urbano che nella realtà,  e Linda, interpretata da Martina Colombari, che divide la sua nuova vita con Tarek, un palestinese italianizzato che fa il regista e lo scrittore di professione. 

Cristal però è minorenne e avvia il suo percorso spirituale senza dire niente alla madre e al patrigno palestinese con i quali vive. 

Papà Zalone, lascia così la sua villa extra lusso in Sardegna e la sua fidanzata bugiarda, fedifraga e finta venticinquenne, innamorata soltanto dei soldi del cinquantenne spaccone, e si mette al passo della figlia, lungo la via di Santiago de Compostela. Lungo il cammino si innamorerà di una quarantenne, interpretata  da Beatriz Arjona  che, prima di farsi suora, compie il miracolo di riportare padre e figlia, entrambi sulla via del ravvedimento e della riappacificazione. 

Cosa rimane infatti di questa pellicola, al netto del suo parossismo e delle sue esagerazioni?

Prendiamo il personaggio principale: Zalone, che ha scelto di mantenere il suo vero nome nella storia inventata. Toglietegli i soldi del padre,  che egli spende e spande a largo giro,  con la disinvolta spacconeria di un qualsivoglia parvenu di città o di provincia, sia che abbia fatto i soldi vincendo qualche lotteria o avviando qualche fortunata attività imprenditoriale; levategli i soldi, dicevo, e cosa rimane?

Rimane il maschio italiano, all'eterna ricerca di apparire ricco e giovane, alla ricerca dell'avventura facile , a bordo di auto vistose e rumorose (ma quanto strada ha fatto l'italiano medio, pensando al Gassman del Sorpasso?)

Rimane il padre immaturo, superficiale e impreparato. 

***

Ma  viene da chiedersi: ma un uomo così, se non avesse i soldi del padre, come affronterebbe, nella realtà di ogni giorno,  la situazione? Come reagirebbe all'intromissione del compagno della sua ex moglie, nelle vicende che riguardano sua figlia Cristal? La risposta è facile trovarla nelle cronache nere di tutte le provincie italiane.

Certamente rimane anche  lo smarrimento dei genitori di fronte alle insicurezze dei figli. 

Sullo sfondo, sicuramente anche per merito del regista Gennaro Nunziante, rimangono  la ricerca e il valore della spiritualità, cui tutti quanti abbiamo superficialmente rinunciato, ammaliati  dal consumismo  esasperato di una civiltà basata sul materialismo, e un ritorno ai valori di una società preindustriale, fatta di ritmi che procedevano a passi lenti e meditati, come impone ai nostri personaggi pellegrinanti  il Buen Camino di Santiago de Compostela. 

Un ultimo argomento, ma non per questo meno importante, riguarda la salute del protagonista. Soltanto l'attenzione e l'amore di  sua figlia che si accorge per tempo, riesce ad aprigli gli occhi prima che sia troppo tardi. Molti giovani pensano che il tumore alla prostata riguardi solo gli anziani (lui ha 50anni) e tra le righe, fra una risata e l'altra, ci ho visto un messaggio di prevenzione .   La canzoncina finale la dice tutta.

Per dirla con Ennio Flaiano: la situazione è grave ma non è seria.

O se preferite; ridiamo per non piangere.

1.01.2026

La rivincita della Musica

 



Dicono che tutti i mari siano collegati tra loro attraverso oceani e stretti, formando un unico sistema marino globale. E quindi, grazie al Canale di Suez, la Sardegna e il Mediterraneo sono  oggi collegati  artificialmente al Mar Rosso e quindi all Golfo Persico, nella cui costa occidentale, di fronte alla Persia, brilla la stella di Doha.
 
Ma se qualcuno avesse assistito al concerto di fine anno, organizzato il 31 dicembre 2025 dal Sardinia Opera del  Teatro Lirico  di Cagliari, non avrebbe avuto bisogno di sforzarsi a ricercare questi collegamenti geografici, che pure esistono, poiché i mari e gli oceani, costituiscono, attraverso le correnti, un unico bacino idrografico.
 
Ma nel Teatro civico di Cagliari, ieri sera, quando la Sardegna ha incontrato il Qatar, erano altre le correnti che si avvertivano in sala e che,  in alcuni magici istanti, hanno collegato i due mari: quello sardo mediterraneo e quello persico di Doha.
 
Queste correnti musicali hanno attraversato l'animo dei numerosi spettatori presenti, creando un'atmosfera musicale di fratellanza.
 
Così è accaduto che le percussioni dell'Ensemble Qatarino "Fijiri", due Darbuka e un Davul, si siano fusi alla perfezione con gli strumenti dell'orchestra del Lirico, composto di fiati, legni, ottoni, pianoforte e altre percussioni e ancor di più con le voci del Coro.
 
Chi era presente ha potuto avvertire delle sensazioni forti. Sembrava che quei suoni, nel loro insieme, richiamassero l'umanità a una fusione spirituale universale, che seppure troppo spesso rifiutata dalla ristretta visione dei politici e dei potenti del mondo, ha trovato tuttavia nella musica il proprio spirito guida.
 
E' innegabile che  anche le pietre sonore, magistralmente suonate dalla figlia del suo creatore Pinuccio Sciola e dal pianista Andrea Granitzio, abbiano saputo intercettare queste correnti musicali, che elevandosi nell'ampio spazio teatrale, hanno messo in comunicazione lo spirito dei presenti.
Personalmente ho sentito i ritmi che i musicisti davano ai pescatori di perle del Qatar. E ho percepito gli stessi suoni che riecheggiano nel nostro mar mediterraneo dal Marocco e dagli altri paesi che nel nostro mare si affacciano e che costituiscono un'entità culturale unica, dal punto di vista musicale, tale da comprendere tutti i paesi di tradizione araba, sin oltre la penisola arabica. E la Sardegna, che nel Mediterraneo troneggia da millenni, irradia tutt'attorno la sua musica, i suoi suoni, anche attraverso le pietre sonore di Pinuccio Sciola. Una sinfonia di suoni mediterranei che sarebbe sicuramente piaciuta a Fabrizio De André, convinto com'era che il mediterraneo costituisse un bacino unico di cultura e di suoni.
 
Anche il Gavino Murgia Quintet ha partecipato a questa sinfonia universale dei suoni, nel canto dei due mari, con i loro brani, magistralmente eseguiti, che nella forma musicale del jazz, richiamavano, a tratti,  il migliore Frank Zappa, nelle sue più ardite sperimentazioni, ma anche altri musicisti, più puri nella loro estrazione jazzistica, come Davis, Coltrane, e ancor di più Metheny, Di Meola e Mc Laughlin.
 
L'apice della serata, a parer mio, si è toccato con l'esecuzione di alcuni brani di Dana Al Fardan, tratti dall'album "Tempest", sapientemente arrangiati  nell'orchestrazione da Joris Laenen e per la parte corale dal maestro Giovanni Pasini, che ha diretto con autorevolezza e precisione l'orchestra, il coro (per l'occasione preparato dal maestro Riccardo Pinna)  e tutti gli altri musicisti presenti.
 
Un plauso speciale lo merita la violinista Anna Tifu (che porta avanti l'eredità musicale di Enzo Bosso), il pianista Andrea Granitzio e Gavino Murgia, con il suo impareggiabile sax.

°°°°°°°
La perla finale, come sottolineato anche dal direttore Pasini, è stata l'esecuzione canora di Alice Marras che si è cimentata in "Andimironnai",  un brano tradizionale sardo, accompagnata dalla violinista di fama internazionale Anna Tifu al violino, da Gavino Murgia al sax solista, da Daniele Russo alla batteria solista e ancora dalla pietre sonore di Maria Sciola, che non ha fatto rimpiangere i triti e ritriti finali dei più classici tra i concerti di fine anno.
 
Un esperimento riuscito quindi, sia sul piano culturale, sia su quello più squisitamente musicale. Un auspicio per un futuro di pace e fratellanza, attraverso la musica.
 
Un elogio va in questo senso al sovrintendente Andrea Cigni che ha avuto il coraggio di rompere con la tradizione senza dimenticarsi che la buona musica va comunque veicolata con le giuste professionalità.

12.10.2025

Brunello: Il visionario garbato - Recensione

 

Spesso mi sono chiesto, in differenti momenti di sconforto e per le più diverse ragioni,  dove fossero  andati a finire gli italici ingegni che hanno illuminato il mondo nelle passate epoche. 

Possibile che siano andati tutti completamente dispersi? 

Ebbene, guardando il docu-film che Giuseppe  Tornatore ha dedicato a Brunello  Cucinelli, ho capito che niente, o quasi niente è andato perduto. 

Infatti è come se nella personalità di questo visionario imprenditore umbro, siano confluiti i geni e i canoni di bellezza e insieme di mitezza , altruismo e umiltà, che poi costituiscono grandezza, di San Francesco e San Benedetto, del Pinturicchio, del Perugino e di Mastro Giorgio, di  Pompili, Scarpellini, Alessi e altri ingegni del passato. 

Un film documentario bello e godibile che è anche un affresco della parabola economica e sociale attraversata dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, quando l’Italia si è trasformata da un paese a forte vocazione agricola, a potenza industriale i cui pilastri, oggi lo tocchiamo con mano, sono costituiti dagli stilisti e dai brand internazionali della moda, così come ieri erano incarnati dall’industria metalmeccanica, trasmigrata, tramontata o in perenne crisi, a parte qualche lodevole eccezione. 

Anche se in entrambi i casi, è bene ricordarlo, hanno visto degli abili artigiani trasformarsi in giganti industriali (valgano gli esempi di Enzo Ferrari e Giorgio Armani per tutti). 

Nel caso di Brunello Cucinelli si parte, nella narrazione cinematografica di Tornatore, da una famiglia contadina che, ancora legata al giogo arcaico della mezzadria, nei primi anni sessanta viene inurbata alla ricerca di un salario fisso è sicuro nella nascente industria post bellica, come milioni di altre famiglie, per le quali il viaggio di inurbamento sarà perfino più lungo. 

Ed è lì, in questa rinnovata realtà sociale, dove il relativo benessere economico  e la liberazione dalla semi schiavitù della terra (l’istituto giuridico della mezzadria verrà abolito soltanto nel 1982) , sembrano costituire un miglioramento nello svolgimento esistenziale, che il giovane Brunello scopre il lato atroce del capitalismo industriale italiano. La nuova realtà occupazionale si dimostra più feroce e umiliante della precedente, quell’asservimento alla terra, che altro non era che un perpetuarsi, in forma edulcorata, della servitù della gleba.

Così Brunello comincia a pensare e ad elaborare la sua teoria della dignità e della primazia dell’uomo, del lavoratore, sul profitto. Quasi una pagina rinnovata della dottrina sociale cattolica introdotta con la Rerum Novarum, visto che il soglio papale vive un’altra  stagione leonina.

La scintilla della vocazione del capitalismo della dignità e della solidarietà tra imprenditore e lavoratore, nasce in Brunello dalle lacrime che vede versare dal suo papà, umiliato da caporali feroci alla catena di montaggio.
Quella sofferenza fa nascere in Brunello l’esigenza di creare un ambiente lavorativo a dimensione umana. Il resto lo fanno certamente il suo ingegno e la sua fortuna, che vanno a braccetto con il coraggio e la sfida, con la voglia di vincere, come nel gioco delle carte, in cui Brunello eccelle sin da bambino, come la storia narrata da Tornatore mette ben in evidenza.
C’è un altro aspetto del film che non va trascurato. Qui, nella vicenda imprenditoriale di Cuccinelli, il salto quasi inevitabile che ogni gruppo industriale a dimensione internazionale e’ portato istintivamente a fare, non è finalizzato alla ricchezza personale, ma piuttosto a compartire la nuova ricchezza finanziaria con le maestranze, rispettate al punto che il gruppo Cuccinelli gli garantisce il salario anche in piena stagione  Covid, quando tutti i settori economici conoscono una crisi veramente terribile.
Una vera rivoluzione economica. Per questo ci siamo permessi di scomodare Francesco, Buonaventura e Benedetto... Continua a leggere qui
Qui siamo di fronte a qualcosa di epocale: la finanza , quella ricchezza che sfugge ai vecchi canoni economici dei valori reali, collegati alle materie prime e al lavoro, secondo l’insegnamento dei classici, non sono più appannaggio dell’avido capitalista, dei capitani d’industria, degli speculatori di borsa, che vedono il valore dei propri cespiti moltiplicato all’infinito, e questo plusvalore finanziario, viene utilizzato a beneficio della salvaguardia dei salari e al miglioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti, in nome della loro inalienabile dignità.
Viene da chiedersi, come mai gli altri capitalisti e finanzieri d’assalto occidentali, preferiscano invece licenziare, incrementando il divario economico che separa oggi i ricchi, sempre più ricchi, dai poveri, sempre più disperati.
Un divario che è già voragine e che rischia di inghiottire tutti quanti, ricchi e poveri. Auspico così una nuova enciclica papale, che richiami i finanzieri e gli speculatori alla solidarietà,  al rispetto della dignità umana dei lavoratori.
Certo non tutti sono nati all’ombra dei grandi del passato, come nel caso di Brunello, e neppure possono vantare ascendenti del calibro dei geni italiani del passato, ma un richiamo ex cathedra alle coscienze non cadrebbe nel vuoto.
Una pellicola di pregio che si fa facilmente perdonare qualche scivolata, come il pantalone verde sotterrato (uno spreco inammissibile che stride con gli indubbi sacrifici che la mamma di Brunello deve aver fatto per acquistarlo) e la  colpevole bestemmia, veritiera in un ambiente che ha subito per tanto tempo il potere temporale di papi non sempre, anzi quasi mai, illuminati, superficialmente perdonata dal parroco (neppure don Andrea, il prete di strada, avrebbe osato tanto).
Un film che mi ha ricordato, per il suo spessore socio-culturale, il capolavoro di Bernardo Bertolucci "Novecento".
Oltre alla pregevole regia e all'autentica interpretazione di se stessi di Brunello e Oprah  Winfrey, sono da segnalare i tre interpreti di Brunello nelle diverse fasi della sua vita (su tutti e tre a me è piaciuto il piccolo Francesco Cannevale) e le musiche del premio Oscar Nicola Piovani. 
Il musicista non si è limitato a comporre una colonna sonora esclusivamente strumentale ma ha inserito nella partitura, delle intense ed emozionanti parti corali a sostegno dei momenti ora gioiosi ora drammatici del protagonista.


12.09.2025

Tra Apuleio e Dickinson


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I miei Salmi, in versi e in rima, non smettono di darmi delle grandi soddisfazioni spirituali. 

Oggi occupano la settantunesima posizione tra le poesie più lette  di Amazon, tra l'esuberante Apuleio e la divina Emily Dickinson. 

Nel segnalare  che esiste anche una versione cartacea dei miei Salmi in rima (accessibile attraverso il link sottostante), ricordo agli amanti della Poesia che il meglio si trova sempre e comunque nell'Originale.

Buone Feste a tutti.

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12.07.2025

Ode a Maria - In versi e in rima

 

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Ave Maria, Madre del Dio Vivente,

scrigno del più prezioso dei tesori,

generatrice dell’Onnipotente,

 

di Colui che è Fattore dagli albori,

di Colui che è per sempre e sarà!

Madre che lenisci i nostri dolori,

 

luce di gran conforto e di pietà!

Avvocata a cause nostre infelici,

virtù inimitabile per beltà!

 

Aiuto a peccatori e peccatrici,

rifugio che ami l’uomo e lo sostieni!

Modello di bontà e sacrifici,

 

miniera aurea dai filoni ripieni

di gioie d’inesauribile valore,

Tu, che sola vuoi, richiedi e ottieni

 

da Tuo figlio Gesù Il Redentore;

Tu, che riscatto sei stata di Eva,

umilmente servendo Il Creatore

 

 

 

nel progetto che per noi prevedeva

il perdono dall’antico peccato!

Perfezione e Mistero che s’eléva,

 

‘sì arduo da capire e complicato!

Madonna Madre di Gesù Salvezza

Che col Suo sangue l’uomo ha riscattato

 

Dalla sua originaria nefandezza!

Non basta il misero pensiero umano

Per spiegare il mistero di grandezza,

 

che pur venendo da così lontano

s’è fatto carne sulla nuda terra;

e Tu, Tu l’hai cresciuto, piano, piano,

 

covando in cuor ciò che ogni mamma inserra

per il sangue del sangue del suo sangue,

  conscia del Suo destino amaro; ed erra

 

chi non avverte il cuore che langue

di una mamma che generosamente,

quel Santo frutto di Sua carne esangue

 

non vuole abbia sofferto inutilmente!


ignazio salvatore basile- disegno di Nino Stagi

 

12.02.2025

Il ritorno della Tigre

 


Emilio Salgari  pubblicò questo bellissimo romanzo,  a puntate,  alla fine del secolo diciannovesimo. Sandokan o la Tigre della Malesia è diventato un orgoglio letterario italiano nel mondo. E dopo la sua pubblicazione in volume, ha conosciuto traduzioni in tantissime lingue e diverse trasposizioni cinematografiche e televisive.

Dell''ultima in ordine cronologico, realizzata in quattro puntate, la Rai ha trasmesso la prima puntata proprio ieri sera.

La storia è rispettosa della tradizione salgariana, le riprese convincenti, la recitazione di qualità, l'azione assicurata.

Un buon prodotto televisivo, tutto sommato,  questo lavoro diretto da Jan Maria Michelini Nicola Abbatangelo e interpretato da Can Yaman nelle vesti di Sandokan;  Ed Westwick come Lord James Brooke;  Alessandro Preziosi nell'eccentrico e simpatico Yanez de Gomera; Alanah Bloor  nella bella e affascinante Lady Marianne Guillonk, la Perla di Labuan e  Madeleine Price nella brava e coraggiosa Sani Angeliqa Devi.

Io che ho amato da sempre Sandokan,  prima nelle pagine di Salgari e poi nella serie televisiva degli anni settanta interpretata da Kabir Bedi e Philippe Le Roy, ritengo che questa nuova produzione, almeno a giudicare da questa prima puntata, sia all'altezza delle precedenti versioni televisive e cinematografiche.

E d'altronde mi pare fuori luogo e poco elegante fare dei paragoni, a distanza di mezzo secolo. 

Siamo in epoche diverse, anche se Sandokan è immortale, grazie al genio letterario di Emilio Salgari.


11.30.2025

Delitto al quadrivio

 

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Capitolo Quinto

 

La notizia del delitto del Quadrivio campeggiava ancora in prima pagina nei quotidiani regionali.

L’Opinione, pur di tenere desta l’attenzione dei lettori su quello che era divenuto ormai l’efferato  delitto del Poetto, rimestava ancora la stessa notizia, arricchendola con nuovi particolari sulle personalità della vittima e del carnefice, definito anche mostro, assassino, omicida, ancorché sempre presunto (ma la presunzione veniva sempre messa tra parentesi, pro forma, dato che l’articolista faceva trasparire che l’indiziato  fosse  senza dubbio l’autore del reato).

«Minestra riscaldata» – pensò il Commissario De Candia dopo aver letto l’articolo di Chiara Coseno, capo redattrice della cronaca nera dell’Opinione.

Di nuovo, se così si può dire, c’era la notizia che l’interrogatorio di garanzia era previsto per la mattinata di mercoledì, che l’indagato si sarebbe avvalso , probabilmente , della facoltà di non rispondere, che l’autopsia si sarebbe svolta sabato mattina e che l’arresto sarebbe stato senza dubbio convalidato (ma questa era un’illazione, sulla base del fatto che le prove apparivano schiaccianti).

 

 

 

 

 

 

 

La capo-redattrice chiudeva l’articolo preannunciando uno speciale per l’uscita di giovedì, che conteneva un’intervista a Emanuela Olivares, della SelenTVSAT, conduttrice del fortunato  spettacolo “Colpevole o Innocente?”, un programma che, ad imitazione delle TV Nazionali, celebrava i processi in parallelo coi Tribunali, appassionando il pubblico, diviso in due fazioni, entrambe convintissime, sulla base di mere sensazioni personali, sganciate da ogni riflessione razionale e giuridica, della fondatezza della propria teoria.

Il commissario De Candia detestava quel genere di programmi, forse perché di fascicoli di omicidio, caldi, caldi, ne aveva ben sei sulla sua scrivania (senza contare quelli tiepidi e quelli ormai freddi).

O forse detestava certe televisioni tout court.

«Certo i processi in TV erano di più facile soluzione!» – mormorò tra sé il commissario De Candia osservando i fascicoli impilati sul ripiano della sua scrivania.

Il commissario De Candia non aveva fatto sempre parte della Squadra Omicidi. Nei primi anni settanta, appena entrato nella Polizia di Stato, fresco vincitore di concorso, era stato inserito nella Buon Costume.

 

 

 

 

 

 

 

Poi, stanco di avere a che fare con prostitute e magnaccia, aveva chiesto di essere trasferito. I suoi superiori gli avevano parlato di un programma particolare dove, con opportuni accorgimenti, si sarebbe potuto inserire.

Così si era trasferito alla Scuola Sperimentale della Polizia di Stato di Trieste, un nome ordinario che nascondeva dei programmi avvolti nella massima riservatezza, dietro un’apparenza accademica quasi banale.   E lì era avvenuta la sua trasformazione, fisica e psicologica.

Per essere un agente sotto copertura, gli fu spiegato, occorreva innanzitutto cambiare modus operandi, per acquisire nuovi abiti mentali. E per smaltire la puzza di sbirro, gli dissero in un gergo nuovo e ufficioso, occorreva cambiare d’aspetto.

Dopo alcuni test attitudinali fu scelto come agente sotto copertura della Sezione Narcotici. Gli insegnarono un nuovo modo di abbigliarsi e gli suggerirono di farsi crescere barba e capelli. L’opera di trasformazione fisica fu completata con un piccolo orecchino d’oro a cerchio piantato nel lobo sinistro (quella fu la parte più dolorosa della sua  mutazione fisica).

 

 

 

 

 

 

 

Non fu difficile per lui apprendere il gergo del mondo delle sostanze stupefacenti prima in lingua italiana e poi in lingua spagnola (abbastanza facile per lui che aveva un’ascendente in linea retta di madre lingua) e infine in lingua inglese (dove eccelleva per studio e per passione).

E dopo un intenso periodo di studio teorico e un rapido corso di pratica fu pronto per infiltrarsi negli ambienti romani dove si consumava e si spacciava, soprattutto marihuana e hashish.

Da lì, piano, piano, riuscì ad infiltrarsi in alcuni grossi giri dello spaccio internazionale prima a Londra e poi a Panama e in Colombia.

Nonostante la sua meticolosa preparazione, dopo qualche anno quella vita sregolata e così diversa dalle sue abitudini e dai suoi costumi, lo logorò al punto che chiese di essere esonerato e di tornare alle sue mansioni ordinarie, nei ranghi ufficiali del servizio di pubblica sicurezza.

Era arrivato al punto di non ricordare più quando e perché fosse iniziata quella sua nuova vita. E si chiedeva con angoscia se lui fosse quello che era prima oppure se la sua nuova personalità avesse definitivamente preso il sopravvento sulla prima e originaria di poliziotto formale e regolare.

 

 

 

 

 

 

In ogni caso doveva ricollegarsi a ciò che era stato, prima di perdersi completamente nei meandri di quelle esperienze fuori dall’ordinario che lo avevano indotto a percepire il mondo in maniera totalmente differente da prima.

Fu più faticoso di quanto avesse immaginato  riabituarsi a quella vita di routine e fare a meno del fumo, con cui aveva convissuto, travolto dal vortice della sua immedesimazione di copertura.

Per  fortuna che i suoi istruttori gli avevano precisato che in quell’ambiente, non tutti gli spacciatori erano per forza dei consumatori, soprattutto con riguardo alle droghe definite pesanti, anche se tutti o quasi erano quantomeno dei fumatori. E anche se gli  avevano descritto gli effetti del fumo e come simularli, fingendo di inalare e di immagazzinare nei polmoni il fumo, lui aveva finito per fumare sul serio, forse preso dalla curiosità, o per un falso senso del dovere o per una sorta di deformazione professionale. O magari per paura di essere scoperto.

Ecco, forse era stata proprio la paura a imporgli di smettere con quel lavoro sotto copertura. E non solo la paura di essere scoperto da quelli con cui si fingeva amico e complice ma che in realtà dovevano essere i suoi nemici.

 

 

 

 

 

 

 

E se verso gli spacciatori non provava dubbi né rimorsi nell’averli ingannati, al riguardo dei semplici consumatori che aveva dovuto frequentare per arrivare ai loro fornitori, aveva cominciato a sentirsi in colpa.

E così che era entrato in crisi sulla sua essenza più intima e profonda.

Chi era davvero? Chi era diventato? Come poteva continuare a fingere di essere ciò che non era? O era diventato davvero un’altra persona, diversa da prima che accettasse di infiltrarsi un quel mondo di allucinazioni e finzioni?

Ma ora era tutto finito. Si era ricollegato al suo mondo di prima e aveva riacquistato la sua serenità e la sua forza originarie, di quando era entrato in polizia seguendo le orme di suo padre e i suoi ideali di combattere per un mondo migliore, dalla parte del bene nella lotta eterna contro il male.

In Viaggio verso la Luce

https://www.ibs.it/in-viaggio-verso-luce-ebook-ignazio-salvatore-basile/e/9791224423508 Il viaggio   Noi siamo ospiti e forestieri Su ...