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Carletto
Carletto era sempre il
primo ad apparire in piazza, la sera. Sempre ben vestito, ordinato, pulito, col
suo immancabile pacchetto di sigarette nel taschino della camicia; magari anche sotto la giacca, se si era d’inverno.
Quando mi vedeva
arrivare, mi si faceva incontro, con un sorriso che non potevi non amare, sulla
dentatura imperfetta e incompleta ; immancabilmente, dopo avermi salutato, mi
comunicava la solita novità (per lui era veramente tale), a metà tra l’italiano
e il sardo: «Crasi parto in Olanda. Vado da Gigi e Piergiorgio! Loro coddano!
Anch’io voglio coddare!» E rideva con quell’aria complice e gli occhi che gli
brillavano malandrini. Sapeva bene di parlare di un argomento proibito, e nel
comunicare quella sua solita intenzione, abbassava il volume della voce, senza
perdere però quella intensità e quella
determinazione che anche nel movimento del corpo si percepivano; come se stesse
per partire in quel preciso momento, piuttosto che aspettare l’indomani.
Gigi era suo fratello e
Piergiorgio un amico, forse un cugino, una conoscenza comunque molto intima.
Gigi, il fratello di
Carletto, amava viaggiare. Nei primi
anni settanta aveva seguito quel primo flusso di emigrazione che aveva
lasciato il mio paese, sin dagli anni sessanta, in direzione dell’Olanda.
Da subito nel mercato
economico europeo, bisognevole di manodopera a basso costo, l’Olanda,
con le sue città industriali di Groninga, Eindhoven, Enschede, aveva costituito
una grande attrattiva per i disoccupati della provincia del Sulcis (ancora oggi
una delle più povere d’Italia).
E al ritorno dall’Olanda
questi emigrati, favoleggiavano dei loro facili amori con le disinibite ragazze
olandesi, già emancipate e sessualmente libere, quando ancora, nel mio paese,
le ragazze, almeno ufficialmente, aspettavano e pretendevano il matrimonio (o
quantomeno la sua promessa), prima di
cedere ai maschi arrapati le proprie grazie; e il loro abbigliamento, che si
sarebbe alleggerito, seppure gradualmente,
soltanto con l’avvento della minigonna, le paludava ancora in certe
gonne di spesso cotone, che arrivavano ben sotto il ginocchio, e in certe
bluse, chiuse fino al collo, dentro le quali il loro petto, poderoso o esile
che esso fosse, troneggiava ben protetto in robusti reggiseni, rigidi e inamidati, mentre percorrevano le innumerevoli
vasche, avanti e indietro per la via principale del paese, mostrandosi e
facendo finta di non manifestare interesse per gli sguardi degli aspiranti e
futuri mariti che, inutilmente, cercavano di penetrare, almeno con gli occhi,
quell’abbigliamento avvolgente e protettivo.
E il massimo che potevano
concedersi quei muscolosi spasimanti,
dagli sguardi arrapati, erano i piccoli calendari profumati del barbiere, dove dodici ragazze,
bionde e seminude, occhieggiavano in pose seducenti che alludevano
provocatoriamente alle attrattive eterne dell’amore.
Gigi, probabilmente, non
era andato al seguito di quei pionieri dell’ emigrazione europea, spinto dal bisogno di cercarsi un lavoro,
dato che lui e Carletto erano discendenti di una ricchissima famiglia di
possidenti terrieri (che comunque avevano visto diminuire, nei secoli , la loro
immensa fortuna, appresso ai piaceri della vita); ma era stato spinto, come
tanti altri giovani, dal desideri di conoscere questa Bengodi del sesso facile
che, a sentire quei primi emigrati sardi, mostrava e concedeva, al solo
schioccare delle dita, quanto di più desiderabile ci fosse in materia di amplessi
coi bramati corpi femminili.
Più tardi, lasciata
l’Olanda, forse meno generosa di quanto non apparisse nei roboanti racconti dei
conterranei latin lover, e comunque probabilmente già inflazionata a dovere,
Gigi si era messo a girare il mondo.
Un anno era stato perfino
nelle Filippine. E Carletto, immancabilmente, quello stesso anno mi approcciò
comunicandomi con la sua consueta
determinazione: « Tore, lo sai che ‘ndevo andare nelle Didippine? Anche
Gigi e Piergiorgio ‘nci sono andati. Loro coddano. Anche io voglio coddare!» E nel
pronunciare quel verbo, coddare (cioè scopare, chiavare, fottere, insomma, fate
voi la traduzione) non mancava di ridere, quasi imbarazzato, ma comunque ben
determinato ad imitare suo fratello,nelle avventure e nei viaggi, in giro per il mondo. Poi andava
via. Alla ricerca di un altro amico, disposto ad ascoltare la sua elettrizzante
novità.
Questo mondo magico di
Carletto fu spezzato da un brutale incidente stradale. Non conosco i
particolari, perché io avevo già lasciato il paese, quando avvenne il mortale
incidente.
Povero Carletto! Una delle persone che ricordo
con maggiore simpatia, tra quelle conosciute nella mia prima giovinezza, quella
trascorsa al paese.
Spero di ritrovarti, un
giorno, Carletto, lì dove sei. Chissà quante risate ci faremo ancora, insieme!
E mi piace di pensare,
che la tua spontanea ingenuità e il tuo
sincero entusiasmo, nel perseguire
i tuoi reconditi e birichini intendimenti, abbiano trovato finalmente il
loro giusto compimento, in quelle lande misteriose dove il sole dell’amore non
tramonta mai!

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