6.13.2026

Ritratti di provincia

 



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Carletto

 

Carletto era sempre il primo ad apparire in piazza, la sera. Sempre ben vestito, ordinato, pulito, col suo immancabile pacchetto di sigarette nel taschino della camicia;  magari anche sotto la giacca, se si era d’inverno.

Quando mi vedeva arrivare, mi si faceva incontro, con un sorriso che non potevi non amare, sulla dentatura imperfetta e incompleta ;  immancabilmente, dopo avermi salutato, mi comunicava la solita novità (per lui era veramente tale), a metà tra l’italiano e il sardo: «Crasi parto in Olanda. Vado da Gigi e Piergiorgio! Loro coddano! Anch’io voglio coddare!» E rideva con quell’aria complice e gli occhi che gli brillavano malandrini. Sapeva bene di parlare di un argomento proibito, e nel comunicare quella sua solita intenzione, abbassava il volume della voce, senza perdere però quella intensità  e quella determinazione che anche nel movimento del corpo si percepivano; come se stesse per partire in quel preciso momento, piuttosto che aspettare l’indomani.

Gigi era suo fratello e Piergiorgio un amico, forse un cugino, una conoscenza comunque molto intima.

Gigi, il fratello di Carletto,  amava viaggiare. Nei primi anni settanta aveva seguito   quel primo flusso di emigrazione che aveva lasciato  il mio paese, sin  dagli  anni sessanta, in direzione dell’Olanda.  

Da subito nel  mercato  economico europeo, bisognevole di manodopera a basso costo, l’Olanda, con le sue città industriali di Groninga, Eindhoven, Enschede, aveva costituito una grande attrattiva per i disoccupati della provincia del Sulcis (ancora oggi una delle più povere d’Italia).

E al ritorno dall’Olanda questi emigrati, favoleggiavano dei loro facili amori con le disinibite ragazze olandesi, già emancipate e sessualmente libere, quando ancora, nel mio paese, le ragazze, almeno ufficialmente, aspettavano e pretendevano il matrimonio (o quantomeno la sua promessa),  prima di cedere ai maschi arrapati le proprie grazie; e il loro abbigliamento, che si sarebbe alleggerito, seppure gradualmente,  soltanto con l’avvento della minigonna, le paludava ancora in certe gonne di spesso cotone, che arrivavano ben sotto il ginocchio, e in certe bluse, chiuse fino al collo, dentro le quali il loro petto, poderoso o esile che esso fosse, troneggiava ben protetto in robusti reggiseni, rigidi e   inamidati, mentre percorrevano le innumerevoli vasche, avanti e indietro per la via principale del paese, mostrandosi e facendo finta di non manifestare interesse per gli sguardi degli aspiranti e futuri mariti che,  inutilmente,  cercavano di penetrare, almeno con gli occhi, quell’abbigliamento avvolgente e protettivo.

E il massimo che potevano concedersi quei muscolosi  spasimanti, dagli sguardi arrapati, erano i piccoli calendari  profumati del barbiere, dove dodici ragazze, bionde e seminude, occhieggiavano in pose seducenti che alludevano provocatoriamente alle attrattive eterne dell’amore.

Gigi, probabilmente, non era andato al seguito di quei pionieri dell’ emigrazione europea,  spinto dal bisogno di cercarsi un lavoro, dato che lui e Carletto erano discendenti di una ricchissima famiglia di possidenti terrieri (che comunque avevano visto diminuire, nei secoli , la loro immensa fortuna, appresso ai piaceri della vita); ma era stato spinto, come tanti altri giovani, dal desideri di conoscere questa Bengodi del sesso facile che, a sentire quei primi emigrati sardi, mostrava e concedeva, al solo schioccare delle dita, quanto di più desiderabile ci fosse in materia di amplessi coi bramati  corpi femminili.

Più tardi, lasciata l’Olanda, forse meno generosa di quanto non apparisse nei roboanti racconti dei conterranei latin lover, e comunque probabilmente già inflazionata a dovere, Gigi si era messo a girare il mondo.

Un anno era stato perfino nelle Filippine. E Carletto, immancabilmente, quello stesso anno mi approcciò comunicandomi con la sua consueta  determinazione: « Tore, lo sai che ‘ndevo andare nelle Didippine? Anche Gigi e Piergiorgio  ‘nci sono andati.  Loro coddano. Anche io voglio coddare!» E nel pronunciare quel verbo, coddare (cioè scopare, chiavare, fottere, insomma, fate voi la traduzione) non mancava di ridere, quasi imbarazzato, ma comunque ben determinato ad imitare suo fratello,nelle avventure e  nei viaggi, in giro per il mondo. Poi andava via. Alla ricerca di un altro amico, disposto ad ascoltare la sua elettrizzante novità.

Questo mondo magico di Carletto fu spezzato da un brutale incidente stradale. Non conosco i particolari, perché io avevo già lasciato il paese, quando avvenne il mortale incidente.

 Povero Carletto! Una delle persone che ricordo con maggiore simpatia, tra quelle conosciute nella mia prima giovinezza, quella trascorsa al paese.

Spero di ritrovarti, un giorno, Carletto, lì dove sei. Chissà quante risate ci faremo ancora, insieme!

E mi piace di pensare, che la tua spontanea ingenuità e  il tuo sincero entusiasmo,   nel perseguire  i tuoi reconditi e birichini intendimenti, abbiano trovato finalmente il loro giusto compimento, in quelle lande misteriose dove il sole dell’amore non tramonta mai!

 

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