6.21.2026

Ritratti di provincia

 


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Marieddu su tuffadori

Concorso Racconti d’Estate 2023. Pubblicato da Historica Edizioni

Mi ricordo che in estate, soprattutto nelle ore pomeridiane, quando il caldo si faceva davvero insopportabile, si andava al fiume. Ci si arrivava con mezzi di fortuna: biciclette, tricicli, rari carri e trattori che si recavano nei campi; i più fortunati ci arrivavano in motorino.

I nostri genitori erano contrari a queste nostre nuotate al fiume che, per questo, erano diventate per noi ancora più ambite. Mio padre in particolare, non voleva che noi andassimo al fiume perché aveva sentito dire che si nuotava nudi e che c’erano stati inoltre degli abusi sessuali a danno dei più piccoli.

Dato che il divieto, in casa nostra, valeva per i miei fratelli più grandi e per noi più piccoli, io non ho mai capito se mio padre avesse più paura che i miei fratelli più grandi potessero abusare sessualmente dei ragazzini più piccoli; oppure se temesse che noi piccoli potessimo subire abusi da parte dei ragazzi più grandi di noi.

Probabilmente le sue paure andavano in entrambe le direzioni, così, per non sbagliare fece assaggiare la pompa ai miei fratelli più grandi in più d’un’occasione, giusto per fargli passare la voglia di fiume. Io però, che la pompa l’avevo sempre miracolosamente scampata, la voglia di fiume ce l’avevo ancora. Invero non ricordo mai di aver visto degli abusi sessuali a danni di chicchessia.

Vi erano, sì, degli atti di bullismo, da parte dei ragazzi più grandi, a danno di noi piccoli.

Qualcuno di loro, per esempio, ci teneva con la testa sotto l’acqua per degli interminabili secondi.  Qualcun altro ci faceva sparire gli abiti.  Io, per non sbagliare, presi a nasconderli dietro alcuni cespugli, lontani dalla riva e non dovetti mai subire l’affronto di tornare a casa nudo; cosa che, oltre al ridicolo e alla vergona, avrebbe comportato delle severe punizioni per avere violato il divieto di recarsi al fiume.

Mi ricordo però di un certo “Marieddu su tuffadori”, un ragazzo poco più grande di noi, così chiamato perché eseguiva dei tuffi davvero impossibili, da altezze per noi inimmaginabili.

 Marieddu si era fissato su uno dei miei coetanei, un certo Caddeo (se la memoria non mi inganna).

 Marieddu cominciò col dire, nel suo sardo colorito e turpe, una volta che Caddeo volgendoci le spalle, si dirigeva verso l’acqua per nuotare:

«Avete notato che il culo di Caddeo è bello come quello di una donna?»

E ripeti oggi e ripeti domani, nella nostra fantasia di adolescenti a digiuno di tutto (e soprattutto, ovviamente, di donne), quel fondoschiena bianco e formoso finì per apparirci desiderabile.

Così un bel giorno, mentre Caddeo si trovava a mezza coscia già immerso nel fiume, Marieddu lanciò un urlo, incitandoci a cogliere quel frutto di femminile sembianza. Da buon capo branco fu il primo a lanciarsi verso l’ambita preda.  E noi, stupidi inconsapevoli di   un gioco che poteva volgersi in atroce dramma, lo seguimmo.

Caddeo difese con le unghie e con i denti (nel senso letterale dei termini), il frutto dei desideri insani di Marieddu e tutto finì in quegli spruzzi e in quelle spinte di giocosa eppur focosa incoscienza.

Per fortuna arrivò a mio padre la voce delle mie gite proibite al fiume.  Così  fui costretto, insieme a qualche altro fratello che  col fiume non aveva niente a che vedere,  all’odiata siesta pomeridiana (quanto poi l’avrei amata e desiderata  negli anni seguenti è un altro discorso).

Io aspettavo che mio padre cominciasse a russare e poi me la svignavo alla grande; ovviamente, in tali casi, occorreva pianificare bene ed essere di rientro prima che egli si levasse per l’apertura del negozio (prevista per le 17,00).

Ma in quel lasso di tempo, assai limitato,  era obiettivamente più difficile cacciarsi nei guai e combinare disastri.

Ma quando mio padre scoprì quel giochetto arrivò la misura più drastica, il massimo della pena: la sera sarei andato con lui in negozio, ad aiutarlo. Non che io fossi in grado di aggiustare gli orologi, intendiamoci; ma intanto avrei dovuto imparare a stare al banco di vendita (“quattro occhi vedono meglio di due” ripeteva sempre il mio vecchio per invogliarmi a seguire il suo lavoro, soprattutto quando esponeva gli oggetti d’oro ai clienti visitatori). In ogni caso, stando accanto a lui nel banco da lavoro, avrei imparato ad eseguire i lavori più semplici: scoperchiare gli orologi dal fondello con l’apricassa, affilatissimo, senza graffiarlo; sostituire il vetro che copriva il quadrante; sostituire le anse e il cinturino degli orologi; per poi passare a qualcosa di più complicato ma che comportava uno smontaggio solo parziale e limitato dell’orologio: la sostituzione di albero e corona di carica e la sostituzione della molla di carica.

Gli orologi elettronici, ovviamente, non c’erano ancora; più tardi, quando ero già studente universitario, presi l’abilitazione alla manutenzione degli orologi elettronici analogici, ma questo fa parte di un’altra storia.

 

 

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