Capitolo
Terzo
«E tu come ti chiami?»
«Sono Giuditta, la nipote dell’Anselmo».
«Io però non ti avevo mai visto prima d’ora».
«In effetti non è da tanto che sto qui al Magazzino
ad aiutare lo zio…»
«Eh sì che ti avrei notata se ci fossi stata. Non
puoi passare mica inosservata, sorbole!»
Giuditta fu lusingata da quelle parole. Lei ci era
abituata ai complimenti, anche se era strano che a farglieli fosse quella donna
dall’accento così buffo e dal fisico mastodontico. Fuori lo sciabordio
dell’acqua, senza soluzione di continuità, segnava lo scorrere del tempo.
«Sei davvero molto bella, lo sai?», aggiunse ancora
il donnone dal buffo accento forestiero.
Giuditta, per niente imbarazzata, arrossì non di
meno lievemente.
«Mo’ certo che lo sai! Chissà quanti uomini ti han
già messo gli occhi sopra!», aggiunse la donna, presentandosi subito dopo. «Io
mi chiamo Maturina e sono la padrona della casa alla Sconcia, giù al Borgo San
Giorgio. Tu sai cos’è la Sconcia, nevvero?»
Giuditta lo sapeva. E non soltanto perché nei
registri di magazzino figurava quel nome per la fornitura del sapone e di certe
pezze di lino. Aveva sentito quel nome in bocca a molti uomini.
Tra i tanti complimenti ricevuti, lontano dalle
orecchie attente di Anselmo, c’era stato persino qualcuno che le aveva
confessato che neanche alla Sconcia aveva visto una ragazza più bella di lei.
Ma Giuditta aveva imparato ad ascoltare senza
rispondere.
«I tuoi genitori stanno qui a Ferrara anche loro?»
chiese ancora l’anziana donna, che voleva completare il quadro di quella
giovanetta che aveva suscitato la sua curiosità.
« Sono morti» disse la ragazza, senza
apparente emozione. «Il mio papà era un affermato commerciante di tessuti e
filati e si trovava nelle Fiandre con mia madre, sorella dello zio Anselmo,
quando entrambi vennero aggrediti e uccisi da dei briganti» finì di raccontare
la ragazza.
«Oh, ma che brutta disgrazia» esclamò la donna
trasalendo. Poi, tornando a quel suo tono scanzonato, aggiunse: «Se un giorno
ti stancassi di fare la magazziniera a tuo zio, vienimi a trovare alla Sconcia.
Per una ragazza bella e sveglia come sei tu, avrei una proposta che è qualcosa
più di una semplice offerta di lavoro!»
«Ci penserò!», rispose in un modo sicuro Giuditta,
finendo di conquistare l’anziana donna.
Poi, udendo la voce di Anselmo che cercava la
nipote, le due donne passarono a parlare della commessa che la Maturina era
venuta a fare per la sua Sconcia.
Giuditta
Maier aveva da poco compiuto 18 anni e da due anni, da quando era rimasta
orfana, stava nella casa dello zio, che l’aveva ospitata insieme ai cinque
fratelli più piccoli, tutti maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e
Beniamino.
Suo
padre Jacopo era discendente di una delle più ricche famiglie di conversos
fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola, che si erano rifugiate a Ferrara dopo il decreto di
espulsione del 1492.
Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia
Zatterini, la madre di Giuditta, nel corso di uno dei tanti contatti
commerciali che intratteneva con l’impresa di famiglia, che gestiva il traffico
fluviale tra il ducato di Ferrara e la Repubblica di Venezia, sino
all’Adriatico, nella grande casa, con i
magazzini annessi, che si trovavano
a Pontelagoscuro.
In
quei magazzini arrivavano via terra parte le merci che il ducato d’Este allora
esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal
fiume, alcune delle le merci importate:
sale, carta, spezie, maioliche, grano ed
altri alimenti.
Era
bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza
dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.
Il
padre di Olimpia, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote,
aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante
e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.
Giuditta
aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non
abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e
prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta
e la folta chioma bruna.
Ma
quest’ultima, così come gli occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino,
la cui misura era percepita in modo attenuato grazie agli zigomi assai alti e
pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la
madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai
delicati, seppure innestati in un fisico alquanto slanciato.
Il
suo carattere forte, determinato,
volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli
affari, l’aveva spinta a interessarsi
più di quanto accadeva nei magazzini dell’impresa, che della conduzione della casa e, una volta viste le sue peculiari capacità,
lo zio era stato ben lieto di averla al suo fianco.
E
fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e
classificazione delle diverse merci che confluivano negli sterminati magazzini, e lei lo seguiva con
quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta,
all’improvviso, le mani tremanti e
bramose di un uomo.
Giuditta,
superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento,
lo lasciò frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.
La
sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava
percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito
dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva
fornirle uno smisurato potere sugli uomini.
Ne
trovò conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, giacque sfinito e
appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso,
Giuditta avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio
tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi,
dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e
in un altro tempo.

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