8.11.2026

Il Manuale del perfetto orologiaio

 


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Capitolo Terzo

 

«E tu come ti chiami?»

«Sono Giuditta, la nipote dell’Anselmo».

«Io però non ti avevo mai visto prima d’ora».

«In effetti non è da tanto che sto qui al Magazzino ad aiutare lo zio…»

«Eh sì che ti avrei notata se ci fossi stata. Non puoi passare mica inosservata, sorbole!»

Giuditta fu lusingata da quelle parole. Lei ci era abituata ai complimenti, anche se era strano che a farglieli fosse quella donna dall’accento così buffo e dal fisico mastodontico. Fuori lo sciabordio dell’acqua, senza soluzione di continuità, segnava lo scorrere del tempo.

«Sei davvero molto bella, lo sai?», aggiunse ancora il donnone dal buffo accento forestiero.

Giuditta, per niente imbarazzata, arrossì non di meno lievemente.

«Mo’ certo che lo sai! Chissà quanti uomini ti han già messo gli occhi sopra!», aggiunse la donna, presentandosi subito dopo. «Io mi chiamo Maturina e sono la padrona della casa alla Sconcia, giù al Borgo San Giorgio. Tu sai cos’è la Sconcia, nevvero?»

Giuditta lo sapeva. E non soltanto perché nei registri di magazzino figurava quel nome per la fornitura del sapone e di certe pezze di lino. Aveva sentito quel nome in bocca a molti uomini.

Tra i tanti complimenti ricevuti, lontano dalle orecchie attente di Anselmo, c’era stato persino qualcuno che le aveva confessato che neanche alla Sconcia aveva visto una ragazza più bella di lei.

Ma Giuditta aveva imparato ad ascoltare senza rispondere.

«I tuoi genitori stanno qui a Ferrara anche loro?» chiese ancora l’anziana donna, che voleva completare il quadro di quella giovanetta che aveva suscitato la sua curiosità.

« Sono morti» disse la ragazza, senza apparente emozione. «Il mio papà era un affermato commerciante di tessuti e filati e si trovava nelle Fiandre con mia madre, sorella dello zio Anselmo, quando entrambi vennero aggrediti e uccisi da dei briganti» finì di raccontare la ragazza.

«Oh, ma che brutta disgrazia» esclamò la donna trasalendo. Poi, tornando a quel suo tono scanzonato, aggiunse: «Se un giorno ti stancassi di fare la magazziniera a tuo zio, vienimi a trovare alla Sconcia. Per una ragazza bella e sveglia come sei tu, avrei una proposta che è qualcosa più di una semplice offerta di lavoro!»

«Ci penserò!», rispose in un modo sicuro Giuditta, finendo di conquistare l’anziana donna.

Poi, udendo la voce di Anselmo che cercava la nipote, le due donne passarono a parlare della commessa che la Maturina era venuta a fare per la sua Sconcia.

Giuditta Maier aveva da poco compiuto 18 anni e da due anni, da quando era rimasta orfana, stava nella casa dello zio, che l’aveva ospitata insieme ai cinque fratelli più piccoli, tutti maschi: Rubio, Daniele, Marco Levi, Giuseppe e Beniamino.

Suo padre Jacopo era discendente di una delle più ricche famiglie di conversos fuggite alla persecuzione dell’inquisizione spagnola, che  si erano  rifugiate a Ferrara dopo il decreto di espulsione del 1492.

 Aveva conosciuto sua moglie, Olimpia Zatterini, la madre di Giuditta, nel corso di uno dei tanti contatti commerciali che intratteneva con l’impresa di famiglia, che gestiva il traffico fluviale tra il ducato di Ferrara e la Repubblica di Venezia, sino all’Adriatico,  nella grande casa,  con  i magazzini annessi, che  si trovavano a   Pontelagoscuro.

In quei magazzini arrivavano via terra parte le merci che il ducato d’Este allora esportava (mais, riso, pesce, filati e cotone) e vi confluivano, dal fiume,  alcune delle le merci importate: sale, carta, spezie, maioliche,  grano ed altri alimenti.

Era bastato che una sola volta i loro sguardi si incrociassero e quella ragazza dalla figura slanciata e formosa l’aveva subito conquistato.

Il padre di Olimpia, concordate le modalità dell’unione e l’entità della dote, aveva comunicato alla figlia la sua volontà di maritarla al facoltoso mercante e le nozze erano state celebrate dopo i doverosi preparativi.

Giuditta aveva preso il fisico della madre: le lunghe gambe e la vita stretta, che non abbisognava di cinture e corsetti per mettere in risalto il petto sodo e prosperoso, slanciavano in alto la sua figura, valorizzando la sua fronte alta e la folta chioma bruna.

Ma quest’ultima, così come gli occhi scuri, le labbra carnose e il naso aquilino, la cui misura era percepita in modo attenuato grazie agli zigomi assai alti e pronunciati, doveva averli ereditati dalla complessione paterna, dato che la madre era piuttosto chiara di carnagione e con un visino dai lineamenti assai delicati, seppure innestati in un fisico alquanto slanciato.

Il suo carattere  forte, determinato, volitivo, introspettivo, ingegnoso, empatico e con un innato fiuto per gli affari,  l’aveva spinta a interessarsi più di quanto accadeva nei magazzini dell’impresa,  che della conduzione della casa  e, una volta viste le sue peculiari capacità, lo zio era stato ben lieto di averla al suo fianco.

E fu lì che una sera, mentre suo zio le spiegava i criteri di stoccaggio e classificazione delle diverse merci che confluivano negli  sterminati magazzini, e lei lo seguiva con quel suo sguardo attento e vivace, che si sentì addosso, per la prima volta, all’improvviso,  le mani tremanti e bramose di un uomo.

Giuditta, superato con un guizzo repentino della mente il primo istante di smarrimento, lo lasciò frugare a suo piacimento tra le pieghe delle sue vesti.

La sua mente fredda e razionale, guidata dal suo istinto femminile, andava percependo che quella concitazione frenetica e ansimante, che lei prese subito dopo ad assecondare con improvvisata ed istintiva accondiscendenza, poteva fornirle uno smisurato potere sugli uomini.

Ne trovò conferma quando lo zio, smettendo di dimenarsi, giacque sfinito e appagato sopra di lei. In quel contatto finale, più che durante l’amplesso, Giuditta avvertì il tacito ringraziamento che il corpo rilassato di suo zio tributava al suo, riacquistando il suo respiro regolare, quasi assopendosi, dimentico della realtà e per un lungo istante rapito in un’altra dimensione e in un altro tempo.

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