8.04.2026

Il Manuale del perfetto orologiaio

 


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Capitolo Secondo

 

 

«Le ho gabbate una volta, quelle sottane» si vantava Pietro Marino De Regis con gli amici della Nuova Accademia, riferendosi ai religiosi della Congregazione pontificia che lo avevano processato negli anni novanta del secolo precedente – «e le gabberò novellamente anche ‘stavolta!»

«Quante ne abbiam fatte con gli Incerti, eh Pietro?», interpose Girolamo Aleardi.

«E soprattutto quante ne faremo ancora!», rispose l’interpellato  sollevando la sua tazza  stracolma di vino.

«Giusto», interloquì un altro invitato, imitando il gesto del suo amico e sodale. «Brindiamo al nuovo che avanza!»

«Brindo ai dolci e femminili visi, che degli Incerti i cuori affranti, ieri allietarono conquisi, e cogli Increduli in avanti, a scapito di Ludovisi, conquisteremo ancor festanti!», improvvisò Gabriello Chiabrera, levando a sua volta il bicchiere.

Un coro di evviva, di prosit, ad maiora, e altri auspici che inneggiavano alle nobili frontiere delle nuove conoscenze ma anche alle crapule più prosaiche e volgari, si levarono in risposta ai versi improvvisati dal poeta; quella notte, come altre notti a seguire.

Pietro Marino De Regis, chiamato “Il Carminate”, era uno dei 144 membri, tra poeti, musicisti, pittori e artigiani, che avevano contribuito nel novembre di quell’anno del Signore 1623 a fondare la Nuova Accademia degli Increduli di Ferrara.

Si trattava in realtà di una rifondazione della precedente Accademia degli Incerti, sorta sempre a Ferrara molti anni prima e sciolta nel 1597 dalla Congregazione dell’Indice Paolino, per avere osato tradurre la Bibbia in volgare.

Con Girolamo Aleardi e Gabriello Chiabrera, era uno dei pochi sopravvissuti che poteva fregiarsi di essere appartenuto alla precedente fondazione accademica ferrarese.

«Raccontateci ordunque come riusciste ad aggirare quelle menti restie a ogni cambiamento!» chiese uno dei giovani affiliati che all’epoca di quei fatti era ancora in fasce.

«Sì, dai, Pietro, Girolamo, Gabriello, raccontateci i particolari di quel clamoroso inganno!» incitò un altro giovanissimo. Tutti i giovani come lui provavano una grande ammirazione per De Regis, Aleardi e quegli altri sodali che avevano fatto parte, nel secolo precedente, della mitica Accademia degli Incerti di Ferrara.

«Perché non sono nato venticinque  anni prima di oggi!» disse con nostalgia un terzo affiliato levando il suo bicchiere in alto!

«Ai bei tempi andati!» lo imitò un altro proponendo un ennesimo brindisi, subito imitato da tutti i presenti.

La tavolata contava, quella sera, una dozzina di affiliati, convenuti all’osteria “Del Drago”, dove un salone sarebbe stato sempre a disposizione di quei giovani assetati di vino, di esperienze e di avventure.

«Oste, finalmente ti fai vivo! Che fai ti sei dimenticato di noi?» disse Pietro Marino rivolto al titolare che si era affacciato in quella sala riservata, sicuramente per capire se occorresse qualche nuova fornitura.

«Servo vostro, messere! Comandate pure!» rispose l’uomo avvicinandosi al Carminate che era l’uomo più rappresentativo dell’allegra brigata. Quantomeno agli occhi dell’oste, dato che era sempre lui a pagare per quei bagordi.

«Portaci dell’altro vino. E anche di quel salame che sai tu con del pane a fette!» comandò De Regis con voce sicura!

«Non sia mai che ci si secchi la gola a forza di ridere e parlare» ribadì Girolamo suscitando le acclamazioni generali.

«E mandaci le portate con Caterina, se non ti dispiace» aggiunse un terzo, moltiplicando le risate e le acclamazioni di giubilo.

«Ordunque» prese a narrare Girolamo dopo uno sguardo d’intesa con Pietro Marino e con Gabriello «noi eravamo nell’anno di grazia 1596 quando per colpa di uno spione, che poi fece la fine che meritano gli spioni, ci sequestrarono una bibbia in volgare che la nostra accademia aveva tradotto e pubblicato grazie all’editore veneziano Manuzio in ben mille copie.»

«All’epoca Pietro Marino, era già un provetto orologiaio, nonché promettente e giovane poeta», riprese guardando il De Regis, dopo essersi scolato il rimanente vino del suo bicchiere.

«Tra i nostri amici, allora» riprese a raccontare Gabriello Chiabrera «era affiliato all’Accademia un nipote del duca d’Este…»

Caterina fece il suo ingresso con un vassoio ricolmo di vivande e un boccale di vino. Il narratore tacque e tutti gli sguardi si rivolsero nella sua direzione, non si sa se ammirati per l’abilità e la forza con cui trasportava i suoi carichi, oppure per la bellezza del suo portamento. Uno dei giovani associati corse ad aiutarla. Tutti sapevano che aveva un debole per quell’avvenente ragazza. Era stato lui infatti a chiedere all’oste che la incaricasse per la comanda. Caterina gli sorrise, colorandosi di un rossore pudico,  e poi, liberata dai pesi fece un inchino a Pietro Marino, prima di accommiatarsi. Tutti osservarono le sue forme leggiadre allontanarsi.

«Alle fortune amorose del nostro Ciro!» pronunciò Girolamo dopo avere riempito il suo e gli altri bicchieri.

I presenti risposero inneggiando alle venustà femminili.

Con il pane e il salame ancora in masticazione Pietro Marino, sollecitato dai presenti riprese a raccontare.

«Il duca Alfonso, che ci amava e ci proteggeva come quei figli che avrebbe voluti e che la sorte mai gli diede in dono, incaricò Cato e i suoi migliori avvocati di patrocinare la nostra difesa davanti all’Inquisizione.  Era sempre in rotta con il papato, non foss’altro per il fatto che i successori di san Pietro non vedevano l’ora di impossessarsi dei suoi feudi, così non perdeva occasione per dimostrare ai chierici che non li temeva affatto…»

«Forse saprete già che il duca Alfonso era di casa alla corte dello zio Enrico II di Francia, in rotta anche lui con il papa, per le solite beghe dei Francesi, che non avevano mai rinunciato a spostare la sede del papato a casa loro…» intervenne Girolamo mentre Marino si serviva ancora di pane e salame, innaffiandolo con il buon vino.

«Continua tu Girolamo, che adesso viene il bello!» disse Pietro Marino con la bocca piena di cibo, rivolgendosi ai commensali più giovani.

Nella sala si udivano soltanto le mascelle in movimento dei presenti, vogliosi di udire il resto della storia, ma vogliosi anche di placare il loro appetito giovanile.

«Noi la scampammo tutti alla grande!» intervenne Gabriello. «A me viene da ridere soltanto al ricordarmi le facce che fecero gli sgherri del papa quando lessero la memoria del grande Renato Cato e dei suoi colleghi dello Studium Juris del prode duca d’Este!»

Pietro Marino riprese la parola, dopo essersi asciugato la bocca per detergere le eventuali tracce del gustoso vino e del buon pane e salame con cui si era rifocillato, ascoltando i due veterani dell’Accademia che insieme a lui avevano vissuto quell’esperienza irripetibile, che tanto affascinava il popolo ferrarese e i giovani presenti in particolare.

«Con una dichiarazione dell’editore Manuzio, quegli avvocati immensi, erano riusciti a dimostrare che la Bibbia da noi composta in volgare, era stata stampata, seppure non diffusa, dal 5 al 14 ottobre 1582…» disse Pietro Marino, a metà tra il serio e il faceto, quasi che gli scappasse da ridere da un momento all’altro.

«E questo che significa?» Chiese Checchino,  il più giovane e inesperto tra gli affiliati della Nuova Accademia degli Incerti.

«Ma come che significa? Sta a sentire bischero che non sei altro!» disse Gabriello Chiabrera che   aveva delle chiare ascendenze toscane.

 «Quei dieci giorni costituiscono un periodo temporale che il papa Gregorio XIII, decidendo di riformare il calendario giuliano, aveva dovuto abolire per decreto, onde correggere le imprecisioni del precedente calcolo giuliano, recuperando il tempo in esso perduto».

«Hai capito adesso?» chiese Chiabrera rivolto a Checchino.

«L’Astronomia e la matematica non sono mai state il mio forte…» si schermì quello, continuando a non capire.

«Ma non capisci nulla allora? Si era creato come un vuoto nel tempo, un periodo giuridicamente nullo!» intervenne uno dei commensali.

«In quanto “vacuum ac nullus”, avevano chiosato gli abili difensori degli imputati accademici» riprese a spiegare Pietro Marino «in quel periodo non poteva essere validamente ascritto alcun crimine a chicchessia, in quanto “quod nullum est, nullum producit effectum”».

Adesso Checchino che qualche studio giuridico l’aveva pur fatto, aveva compreso.

«Ma questa è una beffa degna di messer Boccaccio, parola mia!» esultò felice, levandosi in piedi e proponendo un brindisi alle beffe dei letterati contro i potenti!

«Chi di latino ferisce, di latino perisce!» propose un altro ridendo.

«Insomma» si avviò a concludere il Carminate «dopo avere chiosato a lungo sui sommi principii di diritto canonico e civile, sui dubbi di giurisdizione e competenza, quei provetti principi dello Studium Juris Estense, capitanati da Renato Cato, conclusero in via pregiudiziale che un fatto commesso in un periodo soppresso per decreto, non poteva costituire e contenere alcuna fattispecie, né in fatto, né in diritto. Il risultato di questa agguerrita schermaglia, tra filosofia, scienza e diritto, fu che il Tribunale della Congregazione, forse pauroso di essere criticato, o peggio, deriso,  dovette assolvere tutti gli autori imputati.»

«Evviva il duca Alfonso d’Este e abbasso l’Inquisizione» gridarono a una sola voce i convenuti.

«E lo smacco  non finì mica lì per le bertucce rosse di Roma!» intervenne Girolamo. «Perché le Note Difensive redatte dallo Studium Estense furono intelligentemente fatte circolare, seppure in copia informale e per conoscenza, nelle più importanti corti europee, ciò che mise in seria difficoltà la cerchia aldobrandina, sempre attenta a non turbare troppo gli equilibri diplomatici. La Congregazione fu messa comunque  alla berlina dappertutto, in tutte le migliori corti d’Europa».

«Ci tenemmo la pancia dal gran ridere, con grande godimento, per diverso tempo!» esclamò il De Regis tenendosi davvero la pancia, che cominciava ad essere prominente, data la sua età che avanzava.

«E com’è che finì poi l’avventura dell’Accademia degli Incerti?» chiese ancora Checchino.

«Il duca Alfonso II, ormai al tramonto della sua vita, stanco e senza figli, sulla richiesta di scioglimento dell’Accademia chiuse tutti e due gli occhi, perché comunque l’assoluzione degli imputati, tra cui quella del suo nipote affiliato che tanto gli era caro, fu considerata negli ambienti politici e diplomatici dell’epoca, una sua vittoria personale» rispose Gabriello.

«Rimasti poi orfani dei grandi mecenati estensi, fummo  sfrattati da villa Marfisa. Così abbiamo continuato ad unirci in segreto, aggregando giovani talenti, sino ai nostri giorni» concluse Pietro Marino.

«La Congregazione, tuttavia» disse uono dei giovani  «non è che si rassegnò del tutto. Io so che sfogò tutta la sua rabbia potente contro l’editore Manuzio di Venezia, acerrima nemica dello Stato Pontificio, che aveva pubblicato la traduzione.»

«E capirai! Gli han fatto il solletico sotto i piedi al Doge di Venezia!» esclamò uno dei più anticlericali.

Tutti risero di cuore.

«Ma in fondo, questa è acqua passata che non macina più. Brindiamo all’oggi e al domani!» propose Girolamo sollevando in alto il suo bicchiere.

«E io vi giuro che ho in serbo qualche altro scherzetto per le cuffie rosse romane!» disse Pietro Marino con la sua consueta spavalderia. E tutti i presenti sapevano che il più abile orafo e orologiaio di Ferrara non parlava mai soltanto per vantarsi. Per cui quella sparata fu un ottimo pretesto per brindare ai futuri successi dell’Accademia degli Increduli.

Di  acqua sotto i ponti da quel tempo ne era passata tanta per davvero! Estintasi la linea diretta della casata degli Estensi (Alfonso, nonostante i suoi due matrimoni, era morto senza eredi legittimi diretti) lo Stato Pontificio era riuscito finalmente a inglobare i territori ferraresi del ducato sotto la sua sovranità, ed al posto dei duchi d’Este ora regnava a Ferrara un Legato Pontificio.

 

 

 

 

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