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Capitolo
Secondo
Le
elezioni dell’aprile 1948 e gli altri governi De Gasperi
(1948-1953)
I Legislatura
· De Gasperi-V(23 maggio 1948 - 26 gennaio 1950)
· De Gasperi-VI(27 gennaio 1950 - 25 luglio 1951)
· De Gasperi-VII(26 luglio 1951 - 15 luglio 1953)
II Legislatura
· De Gasperi-VIII(16 luglio 1953 - 16 agosto 1953)
Il
1948
Se c’è un anno davvero importante nella storia
repubblicana dell’Italia è il 1948.
E non solo e non tanto
perché il primo gennaio di quell’anno entra in vigore la Costituzione. Brillerà
come il sole, illuminando i primi
decenni della Repubblica, scacciando le tenebre
del ventennio appena scorso, sostituendo uno Statuto che, magari buono cento anni prima, si era
dimostrato inadeguato a porre un freno alle prepotenze di un regime schivo
delle libertà, indifferente al progresso, incurante dei diritti, ripiegato su
sé stesso e sui sogni di una gloria passata che produce sempre disastri, quando viene impiegata a sostituire la
visione del presente e la programmazione del futuro.
Nel mese di dicembre di
questo stesso anno, a New York, sarà adottata la Dichiarazione Universale dei
Diritti dell’Uomo.
Pur tuttavia l’evento più
importante che caratterizzò questo primo anno di formale esistenza della nuova
Italia, è costituito dalle elezioni del 18 e del 19 aprile, quando lo scontro
tra due fronti contrapposti, quello democratico cristiano e quello socialcomunista,
assunse una connotazione storica, la cui importanza forse sfuggì agli stessi
interpreti di quell’agone fondativo.
Nessuno può dire cosa
sarebbe successo se avessero vinto i partiti simpatizzanti di Mosca e dintorni,
perché, lo ripetiamo, la storia non può farsi con i sé e con i ma.
Non di meno, dopo le
invasioni del ’56 e del ’68, dopo aver visto le miserie morali e materiali
sopravvissute al crollo dei regimi comunisti del 1989 nei paesi dell’ex Patto
di Varsavia e, soprattutto dopo aver visto nel febbraio del 2022 il trattamento
che Mosca ha riservato a uno degli ex paesi federati dell’Unione Sovietica,
l’Ucraina, è facile immaginare che il destino dell’Italia sarebbe stato ben più
misero e meschino di quello toccatole con la vittoria netta del fronte
democristiano.
Qui non si tratta, sia
ben inteso, di soprassedere ai limiti e alle storture che la nostra fragile
democrazia ha visto in quegli stessi decenni di oppressione e sovietizzazione
vissuta nei Paesi dell’Europa orientale, dove invece si imposero i partiti comunisti.
Tutt’altro.
Parleremo e a lungo e in
maniera quanto più approfondita possibile, dei servizi segreti deviati, delle
bombe devastanti, dei troppi misteri mai risolti, dei servitori dello Stato
infedeli, di nanetti che si ergevano, su trampoli posticci, sull’orizzonte della
storia italiana, incapaci e rapaci; non taceremo i difetti e le incompiute
della nostra fragile repubblica, la vergognosa soggezione, la cieca riverenza
alle paure ancestrali degli americani (che invero soltanto Bettino Craxi
riuscirà, in un’importante occasione, forse troppo avanti, negli anni ottanta
del secolo passato, a contrastare efficacemente e con orgoglio).
E non taceremo neppure
dei finti eroi, dei pavidi baroni della democrazia cristiana, che lasciarono
morire Aldo Moro, ad opera di assassini dal cuore di coniglio, generali di se
stessi, comandanti senza truppe al seguito, rivoluzionari di un esercito proletariato
inesistente.
Non nasconderemo niente
del molto che abbiamo visto e diremo tutto di quello che abbiamo capito.
Però saremo sempre
obiettivi e sinceri con i nostri lettori, nell’esporre i fatti, soprattutto nel
descrivere ed esporre ciò che abbiamo visto e vissuto in prima persona. E se
esporremo il frutto di una mediazione intellettuale, cercheremo di farla filtrare
attraverso un prisma di luce e di colori autentici e veritieri.
Il 18 e il 19 aprile,
dicevamo, si svolsero le elezioni per il primo Parlamento Repubblicano con i
seguenti risultati di voto: Democrazia Cristiana 48,5%; Partito Comunista
Italiano 31,0%; Partito Socialista di Unità Proletaria 7,1%; Movimento Sociale
Italiano 2,0%; Partito Monarchico Italiano 2,8%; Partito Repubblicano Italiano
2,5%; Partito Liberale Italiano 3,8%.
Questo Parlamento si
insedia l’otto maggio e, a Camere riunite elegge dopo tre giorni, l’undici maggio,
il primo Presidente Costituzionale della Repubblica Italiana: Luigi Einaudi,
economista di livello mondiale e Governatore della Banca d’Italia, già nominato
il 5 gennaio del 1945 e ancora in carica quando venne eletto al Quirinale. Al
suo posto, il 7 agosto di quello stesso fatidico 1948 venne eletto alla
poltrona massima di Palazzo Koch, Donato Menichella, che resterà in sella sino
al 1960.
Sin dall’inizio del suo
mandato Menichella intese proseguire e rafforzare l’azione di risanamento da
subito intrapresa dal suo predecessore quando già le nubi della guerra stavano
per allontanarsi dai cieli italiani. La priorità era stata quella di stabilizzare la moneta italiana dopo la
bufera bellica. Occorreva inoltre ricostituire le riserve valutarie, azzerate
dalla follia della guerra, e reinserire fortemente il paese nel nuovo quadro
internazionale, ancorandolo in maniera solida alla realtà dei paesi
occidentali.
E se il primo competeva
ovviamente alle autorità monetarie, che lo assolsero brillantemente, il secondo
era di spettanza del governo, che non si sottrasse certo al suo compito e che
nella sua azione agì sempre di concerto con gli orientamenti di quella corretta
e mirata politica monetaria, i cui obiettivi erano naturalmente cari anche al
neo presidente della Repubblica, che li aveva impostati e perseguiti sin da
prima di essere eletto al Quirinale, come abbiamo già visto.
Il governo aveva un
compito immane davanti: la popolazione italiana era sfinita dalla guerra e
privata perfino dei beni suscettibili di soddisfare i bisogni primari, con
conseguente caduta dei consumi, oltre alle difficoltà nel commercio
internazionale, interrotto da cinque anni di guerra. Sul fronte dell’offerta si
trovava davanti un’industria danneggiata e vilipesa nelle sue strutture
produttive, o nel migliore dei casi, adusa a produrre per la guerra e che
andava quindi riconvertita a una produzione congeniale e necessaria alla pace;
l’agricoltura non sta certo meglio. Strozzata dal latifondo e da
un’arretratezza di capacità produttiva, che la posizionava agli ultimi posti
nella classifica europea dei paesi più avanzati.
Su tutto e su tutti
giganteggia la figura di Alcide De Gasperi (e il suo contraltare comunista,
Palmiro Togliatti, come avremo modo di dire a più riprese) e dei suoi otto
governi (i primi in epoca prerepubblicana e l’ultimo, l’ottavo, invero poco
glorioso). Ma in campo agricolo un posto di rilievo lo occupa Antonio Segni, a
lungo ministro dell’Agricoltura e delle Foreste, che perverrà ai vertici dello
Stato nel 1962. Sarà lui a proporre una serie di interventi legislativi mirati
a incrementare la piccola proprietà agricola in favore dei contadini e dei
braccianti (e a discapito del latifondo), le bonifiche, il microcredito per
l’acquisto di terre, il rinnovamento delle attrezzature, il miglioramento
fondiario, le bonifiche. In questo anno 1948 spiccano il decreto legislativo 24
febbraio 1948, n. 114 e il successivo d.leg.vo 5 maggio 1948 n.1242, mentre già
presenta in parlamento la legge di riforma agraria (che vedrà la piena luce
soltanto alcuni anni dopo).
Intanto, il 2 aprile di
questo stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti approvava il cosiddetto
“Piano Marshall”, che prevedeva aiuti all’Europa distrutta dalla guerra per
tredici miliardi e 200 milioni di dollari.
La parte spettante
all’Italia, come già detto, dopo i 100 milioni di anticipo, ammontava a un
miliardo e 200 milioni di dollari in valuta dell’epoca. Ma venne ribadito a
chiare lettere in Congresso, che se avessero vinto i socialcomunisti, alle
elezioni del 18 e del 19 aprile, neanche un centesimo sarebbe più partito verso
l’Italia.
Qualcuno ha scritto che
questa è stata la prima pietra della guerra fredda, che durerà sino al 1989 (e
anche oltre).
Anche nella letteratura
si vive questa contrapposizione tra le due anime del mondo, anche se in maniera
decisamente più simpatica.
Rizzoli, infatti, proprio
nel 1948 pubblicherà il primo dei capolavori letterari di Giovannino Guareschi
che ha come protagonisti un pretone buffo e un ruvido sindaco dal cuore d’oro:
Don Camillo e Peppone.
La vittoria di De Gasperi
alle elezioni di aprile lo porta con ancora maggiore convinzione a
sottoscrivere, il 28 giugno, un accordo di cooperazione con gli USA (l’accordo
verrà ratificato dal Parlamento il 13 luglio).
E a Parigi, questa volta
pochi giorni prima delle storiche, prime elezioni repubblicane di aprile, il
Governo De Gasperi aveva sottoscritto gli accordi internazionali in materia
economica europea, per i quali il Parlamento darà subito dopo l’autorizzazione
per la ratifica.
La risposta dell’URSS si
avrà nel gennaio dell’anno successivo, con la creazione del Comecon, il
Consiglio di cooperazione per la mutua assistenza economica, che inizialmente
vide impegnati sei paesi a conduzione comunista, ma che successivamente fu
allargato ad altri sei (tra cui Iugoslavia, Cuba e Vietnam).
Insomma, la guerra fredda
si giocò su tutti i fronti e costituì una contrapposizione costante tra i paesi
di ispirazione capitalistica e i paesi comunisti (dal punto di vista della
propaganda sovietica si parlava di contrapposizione tra i paesi imperialisti
filoamericani capeggiati dagli USA e i paesi antimperialistici e democratici
facenti capo all’URSS).
Il 14 luglio Palmiro
Togliatti è gravemente ferito, con quattro colpi di pistola, dallo studente
universitario Antonio Pallante.
Senza attendere le
indicazioni del partito i militanti comunisti e la base operaia diedero inizio
a un impressionante sciopero generale con occupazione delle fabbriche. Riapparvero formazioni di ex partigiani
armati e i militanti comunisti assaltarono la FIAT e alcuni dirigenti, tra cui
Vittorio Valletta, vennero presi in ostaggio e comparvero le armi all'interno
della fabbrica. Ufficialmente il partito non aveva ancora dato alcuna direttiva
insurrezionale, ma si racconta che Cino Moscatelli e Pietro Secchia
fossero favorevoli a un'azione rivoluzionaria. A Torino e Milano, in parte
presidiate dai militanti comunisti, si svolsero grandi manifestazioni di piazza
in cui si parlò di armi pronte. Scontri armati nel capoluogo lombardo tra
comunisti e polizia terminarono con numerosi feriti e l'occupazione di altre
fabbriche. A Genova il movimento insurrezionale fu ancora più esteso: si
verificarono scontri tra militanti e forze dell'ordine con feriti, alcuni
carabinieri e poliziotti furono presi prigionieri. Nella notte si eressero le
barricate e il prefetto decretò lo stato d'assedio.
Tra i dirigenti del
partito l'attentato a Togliatti provocò grande emozione. Qualcuno dice che
alcuni di loro fossero in contatto con l’Unione Sovietica per chiedere il
consenso e un aiuto all’insurrezione armata. In realtà i dirigenti comunisti
preferirono attendere gli eventi senza sostenere esplicitamente l'insurrezione.
Il governo si dimise e lo
stesso Togliatti, dal letto d’ospedale, dopo un intervento chirurgico andato
bene, invitò i compagni alla calma. Anche Alcide De Gasperi, poco prima di
dimettersi, diramò un comunicato via radio in cui si invitava tutti alla calma.
D’altro canto, come si
ebbe conferma in seguito, l'Unione Sovietica era contraria ad avventure
insurrezionali e le forze dell'ordine col sostegno eventualmente dell'esercito
disponevano di una schiacciante superiorità militare, e non era da escludere un
intervento diretto statunitense.
Il 16 luglio i dirigenti
comunisti presero la decisione di bloccare l'evoluzione rivoluzionaria e
arrestare lo sciopero.
Qualcuno sostiene che la
vittoria di Gino Bartali nella tappa del giro ciclistico di Francia, avvenuta
proprio il giorno dell’attentato, contribuisse a calmare gli animi esacerbati
dei comunisti italiani. Io credo che l’effetto calmieratore lo ebbe l’accorato
discorso che lo stesso segretario del Partito Comunista, come già segnalato,
fece dal suo letto d’ospedale, con cui invitata i compagni comunisti a stare
calmi, evitando altri inutili bagni di sangue.

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