8.31.2026

Storia dell'Italia Repubblicana

 


https://www.amazon.it/Storia-dellItalia-Repubblicana-volumi-1946-1978/dp/8833439798?

Capitolo Secondo

Le elezioni dell’aprile 1948 e gli altri governi De Gasperi

(1948-1953)

I Legislatura

·       De Gasperi-V(23 maggio 1948 - 26 gennaio 1950)

·       De Gasperi-VI(27 gennaio 1950 - 25 luglio 1951)

·       De Gasperi-VII(26 luglio 1951 - 15 luglio 1953)

II Legislatura

·       De Gasperi-VIII(16 luglio 1953 - 16 agosto 1953)

 

Il 1948

Se c’è un anno davvero importante nella storia repubblicana dell’Italia è il 1948.

E non solo e non tanto perché il primo gennaio di quell’anno entra in vigore la Costituzione. Brillerà come  il sole, illuminando i primi decenni della Repubblica, scacciando le tenebre  del ventennio  appena scorso,  sostituendo uno Statuto che,  magari buono cento anni prima, si era dimostrato inadeguato a porre un freno alle prepotenze di un regime schivo delle libertà, indifferente al progresso, incurante dei diritti, ripiegato su sé stesso e sui sogni di una gloria passata che produce sempre disastri,  quando viene impiegata a sostituire la visione del presente e la programmazione del futuro.

Nel mese di dicembre di questo stesso anno, a New York, sarà adottata la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Pur tuttavia l’evento più importante che caratterizzò questo primo anno di formale esistenza della nuova Italia, è costituito dalle elezioni del 18 e del 19 aprile, quando lo scontro tra due fronti contrapposti, quello democratico cristiano e quello socialcomunista, assunse una connotazione storica, la cui importanza forse sfuggì agli stessi interpreti di quell’agone fondativo.

Nessuno può dire cosa sarebbe successo se avessero vinto i partiti simpatizzanti di Mosca e dintorni, perché, lo ripetiamo, la storia non può farsi con i sé e con i ma.

Non di meno, dopo le invasioni del ’56 e del ’68, dopo aver visto le miserie morali e materiali sopravvissute al crollo dei regimi comunisti del 1989 nei paesi dell’ex Patto di Varsavia e, soprattutto dopo aver visto nel febbraio del 2022 il trattamento che Mosca ha riservato a uno degli ex paesi federati dell’Unione Sovietica, l’Ucraina, è facile immaginare che il destino dell’Italia sarebbe stato ben più misero e meschino di quello toccatole con la vittoria netta del fronte democristiano.

Qui non si tratta, sia ben inteso, di soprassedere ai limiti e alle storture che la nostra fragile democrazia ha visto in quegli stessi decenni di oppressione e sovietizzazione vissuta nei Paesi dell’Europa orientale, dove invece si imposero i partiti comunisti. Tutt’altro.

Parleremo e a lungo e in maniera quanto più approfondita possibile, dei servizi segreti deviati, delle bombe devastanti, dei troppi misteri mai risolti, dei servitori dello Stato infedeli, di nanetti che si ergevano, su trampoli posticci, sull’orizzonte della storia italiana, incapaci e rapaci; non taceremo i difetti e le incompiute della nostra fragile repubblica, la vergognosa soggezione, la cieca riverenza alle paure ancestrali degli americani (che invero soltanto Bettino Craxi riuscirà, in un’importante occasione, forse troppo avanti, negli anni ottanta del secolo passato, a contrastare efficacemente e con orgoglio).

E non taceremo neppure dei finti eroi, dei pavidi baroni della democrazia cristiana, che lasciarono morire Aldo Moro, ad opera di assassini dal cuore di coniglio, generali di se stessi, comandanti senza truppe al seguito, rivoluzionari di un esercito proletariato inesistente.

Non nasconderemo niente del molto che abbiamo visto e diremo tutto di quello che abbiamo capito.

Però saremo sempre obiettivi e sinceri con i nostri lettori, nell’esporre i fatti, soprattutto nel descrivere ed esporre ciò che abbiamo visto e vissuto in prima persona. E se esporremo il frutto di una mediazione intellettuale, cercheremo di farla filtrare attraverso un prisma di luce e di colori autentici e veritieri.

Il 18 e il 19 aprile, dicevamo, si svolsero le elezioni per il primo Parlamento Repubblicano con i seguenti risultati di voto: Democrazia Cristiana 48,5%; Partito Comunista Italiano 31,0%; Partito Socialista di Unità Proletaria 7,1%; Movimento Sociale Italiano 2,0%; Partito Monarchico Italiano 2,8%; Partito Repubblicano Italiano 2,5%; Partito Liberale Italiano 3,8%.

Questo Parlamento si insedia l’otto maggio e, a Camere riunite elegge dopo tre giorni, l’undici maggio, il primo Presidente Costituzionale della Repubblica Italiana: Luigi Einaudi, economista di livello mondiale e Governatore della Banca d’Italia, già nominato il 5 gennaio del 1945 e ancora in carica quando venne eletto al Quirinale. Al suo posto, il 7 agosto di quello stesso fatidico 1948 venne eletto alla poltrona massima di Palazzo Koch, Donato Menichella, che resterà in sella sino al 1960.

Sin dall’inizio del suo mandato Menichella intese proseguire e rafforzare l’azione di risanamento da subito intrapresa dal suo predecessore quando già le nubi della guerra stavano per allontanarsi dai cieli italiani. La priorità era stata quella   di stabilizzare la moneta italiana dopo la bufera bellica. Occorreva inoltre ricostituire le riserve valutarie, azzerate dalla follia della guerra, e reinserire fortemente il paese nel nuovo quadro internazionale, ancorandolo in maniera solida alla realtà dei paesi occidentali.

E se il primo competeva ovviamente alle autorità monetarie, che lo assolsero brillantemente, il secondo era di spettanza del governo, che non si sottrasse certo al suo compito e che nella sua azione agì sempre di concerto con gli orientamenti di quella corretta e mirata politica monetaria, i cui obiettivi erano naturalmente cari anche al neo presidente della Repubblica, che li aveva impostati e perseguiti sin da prima di essere eletto al Quirinale, come abbiamo già visto.

Il governo aveva un compito immane davanti: la popolazione italiana era sfinita dalla guerra e privata perfino dei beni suscettibili di soddisfare i bisogni primari, con conseguente caduta dei consumi, oltre alle difficoltà nel commercio internazionale, interrotto da cinque anni di guerra. Sul fronte dell’offerta si trovava davanti un’industria danneggiata e vilipesa nelle sue strutture produttive, o nel migliore dei casi, adusa a produrre per la guerra e che andava quindi riconvertita a una produzione congeniale e necessaria alla pace; l’agricoltura non sta certo meglio. Strozzata dal latifondo e da un’arretratezza di capacità produttiva, che la posizionava agli ultimi posti nella classifica europea dei paesi più avanzati.

Su tutto e su tutti giganteggia la figura di Alcide De Gasperi (e il suo contraltare comunista, Palmiro Togliatti, come avremo modo di dire a più riprese) e dei suoi otto governi (i primi in epoca prerepubblicana e l’ultimo, l’ottavo, invero poco glorioso). Ma in campo agricolo un posto di rilievo lo occupa Antonio Segni, a lungo ministro dell’Agricoltura e delle Foreste, che perverrà ai vertici dello Stato nel 1962. Sarà lui a proporre una serie di interventi legislativi mirati a incrementare la piccola proprietà agricola in favore dei contadini e dei braccianti (e a discapito del latifondo), le bonifiche, il microcredito per l’acquisto di terre, il rinnovamento delle attrezzature, il miglioramento fondiario, le bonifiche. In questo anno 1948 spiccano il decreto legislativo 24 febbraio 1948, n. 114 e il successivo d.leg.vo 5 maggio 1948 n.1242, mentre già presenta in parlamento la legge di riforma agraria (che vedrà la piena luce soltanto alcuni anni dopo).

Intanto, il 2 aprile di questo stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti approvava il cosiddetto “Piano Marshall”, che prevedeva aiuti all’Europa distrutta dalla guerra per tredici miliardi e 200 milioni di dollari.

La parte spettante all’Italia, come già detto, dopo i 100 milioni di anticipo, ammontava a un miliardo e 200 milioni di dollari in valuta dell’epoca. Ma venne ribadito a chiare lettere in Congresso, che se avessero vinto i socialcomunisti, alle elezioni del 18 e del 19 aprile, neanche un centesimo sarebbe più partito verso l’Italia.

Qualcuno ha scritto che questa è stata la prima pietra della guerra fredda, che durerà sino al 1989 (e anche oltre).

Anche nella letteratura si vive questa contrapposizione tra le due anime del mondo, anche se in maniera decisamente più simpatica.

Rizzoli, infatti, proprio nel 1948 pubblicherà il primo dei capolavori letterari di Giovannino Guareschi che ha come protagonisti un pretone buffo e un ruvido sindaco dal cuore d’oro: Don Camillo e Peppone.

La vittoria di De Gasperi alle elezioni di aprile lo porta con ancora maggiore convinzione a sottoscrivere, il 28 giugno, un accordo di cooperazione con gli USA (l’accordo verrà ratificato dal Parlamento il 13 luglio).

E a Parigi, questa volta pochi giorni prima delle storiche, prime elezioni repubblicane di aprile, il Governo De Gasperi aveva sottoscritto gli accordi internazionali in materia economica europea, per i quali il Parlamento darà subito dopo l’autorizzazione per la ratifica.

La risposta dell’URSS si avrà nel gennaio dell’anno successivo, con la creazione del Comecon, il Consiglio di cooperazione per la mutua assistenza economica, che inizialmente vide impegnati sei paesi a conduzione comunista, ma che successivamente fu allargato ad altri sei (tra cui Iugoslavia, Cuba e Vietnam).

Insomma, la guerra fredda si giocò su tutti i fronti e costituì una contrapposizione costante tra i paesi di ispirazione capitalistica e i paesi comunisti (dal punto di vista della propaganda sovietica si parlava di contrapposizione tra i paesi imperialisti filoamericani capeggiati dagli USA e i paesi antimperialistici e democratici facenti capo all’URSS).

Il 14 luglio Palmiro Togliatti è gravemente ferito, con quattro colpi di pistola, dallo studente universitario Antonio Pallante.

Senza attendere le indicazioni del partito i militanti comunisti e la base operaia diedero inizio a un impressionante sciopero generale con occupazione delle fabbriche.  Riapparvero formazioni di ex partigiani armati e i militanti comunisti assaltarono la FIAT e alcuni dirigenti, tra cui Vittorio Valletta, vennero presi in ostaggio e comparvero le armi all'interno della fabbrica. Ufficialmente il partito non aveva ancora dato alcuna direttiva insurrezionale, ma si racconta che Cino Moscatelli e Pietro Secchia fossero favorevoli a un'azione rivoluzionaria. A Torino e Milano, in parte presidiate dai militanti comunisti, si svolsero grandi manifestazioni di piazza in cui si parlò di armi pronte. Scontri armati nel capoluogo lombardo tra comunisti e polizia terminarono con numerosi feriti e l'occupazione di altre fabbriche. A Genova il movimento insurrezionale fu ancora più esteso: si verificarono scontri tra militanti e forze dell'ordine con feriti, alcuni carabinieri e poliziotti furono presi prigionieri. Nella notte si eressero le barricate e il prefetto decretò lo stato d'assedio.

Tra i dirigenti del partito l'attentato a Togliatti provocò grande emozione. Qualcuno dice che alcuni di loro fossero in contatto con l’Unione Sovietica per chiedere il consenso e un aiuto all’insurrezione armata. In realtà i dirigenti comunisti preferirono attendere gli eventi senza sostenere esplicitamente l'insurrezione.

Il governo si dimise e lo stesso Togliatti, dal letto d’ospedale, dopo un intervento chirurgico andato bene, invitò i compagni alla calma. Anche Alcide De Gasperi, poco prima di dimettersi, diramò un comunicato via radio in cui si invitava tutti alla calma.

D’altro canto, come si ebbe conferma in seguito, l'Unione Sovietica era contraria ad avventure insurrezionali e le forze dell'ordine col sostegno eventualmente dell'esercito disponevano di una schiacciante superiorità militare, e non era da escludere un intervento diretto statunitense.

Il 16 luglio i dirigenti comunisti presero la decisione di bloccare l'evoluzione rivoluzionaria e arrestare lo sciopero.

Qualcuno sostiene che la vittoria di Gino Bartali nella tappa del giro ciclistico di Francia, avvenuta proprio il giorno dell’attentato, contribuisse a calmare gli animi esacerbati dei comunisti italiani. Io credo che l’effetto calmieratore lo ebbe l’accorato discorso che lo stesso segretario del Partito Comunista, come già segnalato, fece dal suo letto d’ospedale, con cui invitata i compagni comunisti a stare calmi, evitando altri inutili bagni di sangue.

 

 

 

 

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