9.16.2026

La vendetta del principe dimenticato

 



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Capitolo Quinto

 

 

 

A volte con Mauritius ce ne andiamo a bighellonare. Il mio amico ha la fissa di imitare il canto degli uccellini e usa una gabbia per catturarli.

«Zitto, adesso. Non fare alcun rumore!»

Dopo avermi intimato il più assoluto silenzio, Mauritius, appiattito e infrattato nel folto della vegetazione accanto a me, si prodiga nel richiamo dei cardellini. Abbiamo posizionato, poco distante, una gabbia per volatili. Nella parte superiore rimane aperta, con uno sportellino, anch’esso in fil di ferro, come il resto della gabbia, sollevato e collegato a una potente molla. La molla è mantenuta in tensione da una lunga striscia di canna da fiume (le stesse che si utilizzano per confezionare degli zufoli, ma spaccate in verticale), sulla cui concavità interna il mio amico ha spalmato uno strato di vischio, posizionandoci sopra numerosi semi di scagliola di cui sono ghiotti i cardellini. Mentre lo osservo riprodurre il suo richiamo ornitologico, appiattito nell’erba accanto a lui, il suo naso adunco e i suoi vispi occhi verdi, sembrano quelli di un rapace che aspetti una preda da ghermire; ma le sue intenzioni, almeno credo, non sono malvage.

 La sua idea è che grazie al suo richiamo il cardellino si avvicini fino a notare i semini sparsi sulla canna; con il suo peso, la canna libera la molla che fa scattare lo sportellino e il cardellino resterà intrappolato nella gabbia; salvo, ma prigioniero; finalmente potremo osservare da vicino il suo ciuffo rosso, le sue piume, le ali, il becco; e soprattutto udirlo e osservarlo mentre canta. Egli è convinto che una volta catturato il primo, poi ne seguiranno degli altri perché con il loro canto attireranno degli altri compagni; il cardellino infatti non vorrà stare da solo nella gabbia e richiamerà a sé tutti i suoi amici, ingannandoli pur di non restare solo.

Mauritius, di queste e di numerose altre cose, ne sa più di me. Di statura è un po’ più basso di me, ma di furbizia, di trucchi e di carattere ne ha da vendere. Anche troppo. Adesso che sto entrando meglio nel giro vero del circo, sto imparando a conoscere meglio i diversi suoi componenti. Thor e Giannino non lo prendono troppo sul serio; anzi, quando possono, a causa di questo suo carattere forte, cercano di ridimensionarlo, mettendolo spesso a tacere con epiteti offensivi ed espressioni non proprio elogiative. Io ammiro molto Thor e Giannino ma con Mauritius mi sento più a mio agio. Quando gli impegni del circo lo consentono mi piace andare a zonzo con lui; non solo ad acchiappare cardellini, ma anche a nuotare di nascosto al fiume e in giro per la campagna circostante, in cerca di frutti maturi, di volpi e di pigne da buttar giù con le pietre.

Ezequiel sceglie sempre un posto vicino al fiume e in aperta campagna per fissare la base del circo; dice che l’acqua è indispensabile per uomini e bestie e la campagna consente alle attività collaterali del circo di essere svolte in libertà. Queste attività collaterali, come le chiama lui, sono molte: Thor, ad esempio, è un fabbro provetto e sa costruire alla perfezione attrezzi per il caminetto, cancelli e ringhiere  in ferro; Giannino invece fa il barbiere e il cavadenti (io, per fortuna non ho avuto mai bisogno dei suoi servizi e spero di non averne mai; ma  i contadini e gli abitanti dei paesi vicini corrono a tagliarsi i capelli e soprattutto a farsi estrarre delle radici marce dalla bocca, appena sanno che il circo è arrivato; e portano ogni ben di Dio: pane, polli, pesci da arrostire, formaggio, salsicce e verdure in quantità).

Mauritius è troppo impegnato ad accudire gli animali e a fare le pulizie e quindi non ha tempo per fare altro. E poi, quando riesce a liberarsi, preferisce bighellonare per la campagna. Mi ha detto che lui ha idea di fondare un circo tutto suo e che se voglio, un giorno, potrò diventare suo socio. Sempre che io sia capace di ribellarmi a mia madre che vuole farmi studiare per diventare qualcuno (lui al proposito sostiene che i libri non servono a niente e la vita sta scritta da altre parti che non sui libri).

«Sargòn! Corri! È ora di pranzo! Presto che si raffredda il cibo!»

«Senti? È Iset che mi chiama. Adesso devo andare, Mauritius! Fammi sapere quanti cardellini hai preso!», dico strisciando all’indietro, cercando di non creare troppo scompiglio, per non rischiare di spaventare i volatili che siano stati richiamati dai versi del mio amico.

Di corsa ripercorro il sentiero verso il nostro carrozzone. Iset deve essere già rientrata nel carrozzone, perché non la vedo. Il tempo di lavarmi le mani nella tinozza che Ezequiel ha fatto posizionare al centro del campo, per l’igiene collettiva e sono subito a tavola. Ezequiel non inizia a mangiare se non siamo tutti e sei presenti a tavola: lui, Iset, le due figlie, Aritimos e io. Spero che non mi sgridi troppo duramente. Lui non ama i ritardi e le distrazioni. E considera la compagnia di Mauritius poco edificante per la mia crescita. Non fa niente per nascondere l’avversione che prova nei suoi confronti. In più di un’occasione mi ha detto che quel buono a nulla  non è una buona compagnia per me. Anche se so già che Iset mi difenderà di sicuro, dicendo che ho diritto a delle distrazioni, visto che eseguo i compiti e studio con diligenza. D’altronde anche Ezequiel mi apprezza abbastanza per l’aiuto che riesco a dargli volentieri.

Aritimos,  è orgogliosamente originario di Patrasso,   in Grecia; è   già avanti negli anni, ed è l’unico che può vantare una certa confidenza con i padroni del Circo; conosce  tutto sulle  erbe e sui composti chimici, ufficialmente esegue un numero da mangiafuoco, sputando fuoco dalla bocca dopo aver inserito nel cavo orale certi prodotti che lui solo conosce; forse per questo motivo ha un aspetto pallido ed emaciato; è un grande appassionato di matematica e filosofia e  gode fama di medico e farmacista, oltre che di  precettore.

 La fiducia incondizionata dei due coniugi proprietari del circo se l’è guadagnata quando, in occasione delle nascite delle due figlie, ha assistito la puerpera facendole ingerire certi decotti miracolosi e sistemando in maniera opportuna certi impacchi di malva, che hanno aiutato Iset nelle operazioni  del parto, aiutandola ad espellere con maggiore facilità le creature che aspettavano nel suo grembo di nascere; addirittura, in occasione del secondo e ultimo parto, ha salvato la vita di Iset, che aveva avuto delle emorragie abbondanti e pericolose. 

Questa fiducia gli ha ottenuto l’onore di mangiare alla mensa con la nostra famiglia e gode di un occhio di riguardo in tutto e per tutto; infine, come avrò modo di spiegare più avanti nel racconto, è stato incaricato da Ezequiel di condurre certi conteggi matematici attinenti ai suoi antenati; un misto di matematica e filosofia che li lega in una complicità unica e straordinaria.

   Astràm è un fantino di elefanti, di origine indiana; dal circo originario, non essendosi potuto portar via gli elefanti, ha preso con sé, avvolti in una stoffa di foggia indiana tre attrezzi: il thotti, un gancio lungo poco più di un metro e largo due centimetri e mezzo; il valiya kol, un palo assai più lungo del precedente, ma di identico spessore; e il cheru kol (palo corto).

 Rimasto senza occupazione specifica, in attesa di essere meglio impiegato, affianca Carletto nelle innumerevoli faccende di manovalanza indispensabili per il buon andamento di ogni circo che si rispetti; Ezequiel lo fa esibire con alcuni muli che lui è riuscito ad addestrare, utilizzando il suo gancio e i suoi pali molto particolari; ma per lui è chiaramente un ripiego e non vede l’ora di tornare in groppa ai suoi elefanti;  ha poco più di venti anni e ha aderito a una di quelle nuove religioni che sorgono spesso, in tutto il mondo, in ogni epoca; alcune destinate a morire col fondatore, altre, invece, votate a durare per tutta l’eternità.

Lui si dice certo che quella nuova religione, che ha conosciuto al suo paese prima di emigrare a Londra, appartiene a quelle nate per durare in quanto, a sentir lui, garantisce il benessere in terra e la salvezza eterna; per questo passa ogni minuto del suo tempo libero a leggere un libro, rigorosamente dalla destra verso la sinistra, che rappresenta il libro sacro della sua religione. Ma mai, in alcuna occasione, si è mostrato invadente, né fa discorsi di proselitismo, dato che la religione, soprattutto in quel nuovo circo, così ridotto, è l’ultima delle nostre preoccupazioni.

Chang, il cuoco cinese, che in realtà doveva chiamarsi Lu’ Chang, o qualcosa del genere, ha europeizzato il suo impronunciabile nome in Joe; non appartiene al settore degli artisti e ha un’età indefinita, un fisico rubicondo e un carattere gioviale, pur nella sua riservatezza; si diceva che fosse stato un eunuco, in un non meglio precisato e misterioso gineceo.

Carletto, il nanetto che ufficialmente è un aiutante di cucina di Chang è in realtà un factotum e gode della massima fiducia da parte di Ezequiel, ha un’età difficile da definire, anche se sicuramente è più giovane di Joe Chang; è molto attaccato al suo padrone Ezequiel, al quale lo lega un amore filiale, un grande rispetto e, nel contempo, un grande terrore.

Ricordo una volta, che aveva combinato non so che, ed Ezequiel lo aveva punito a colpi di frusta; lui, Carletto, si era protetto con il braccino corto e la mano aperta dalle sferzate di quello, supplicandolo che non lo avrebbe fatto più; sembrava più dispiaciuto di avere contrariato il suo padrone, che preoccupato dalla violenza delle sue frustate; con Joe Chang; sono legati da un’amicizia fraterna e sono praticamente inseparabili.

  Thor, uno scozzese dal pelo rosso, pieno di lentiggini, è un gigante veramente forzuto, al punto che tutti lo chiamano Hercules;  i suoi numeri preferiti consistono nel liberarsi dalle catene che lo avvolgono strettamente e nel sollevare sino a sei persone, tre per parte, con un’asta di ferro assicurata sulle spalle e perfino due persone, una per parte,  con una pertica di legno tenuta tra i denti; in entrambi i casi Ezequiel ha l’accortezza di coinvolgere il pubblico, per evitare dubbi sulla reale forza dell’energumeno celtico; due persone scelte a caso controllano quindi la reale consistenza delle catene che stringono il forzuto, mentre altre due si aggrappano saldamente alle due estremità dell’asta che Thor stringe tra i denti (proteggendosi soltanto con uno straccio che gli consente di rafforzare la presa) e vengono regolarmente  sollevate da terra per diversi, interminabili secondi;  io lo ammiro parecchio perché sento che ha un gran carisma positivo e gode di un certo ascendente nei confronti del sesso femminile.

 Giannino infine è un fromboliere, che riesce a gestire, facendole ruotare per aria con le mani e con i piedi, fino a sette palle, ma ha anche una certa abilità con le carte e con i dadi; conosce dei trucchi capaci di incantare adulti e bambini e di imbrogliare tutti quanti; il suo trucco più famoso è quello delle tre carte; Ezequiel gli raccomanda sempre di non esagerare e di non praticarlo mai al di fuori del circo perché è un gioco che procura tanti guai; infatti a forza di perdere i giocatori si insospettiscono e finiscono per pensare che dietro ci sia un inganno; e allora volano le denunce e certe volte anche le mani. Giannino   inoltre fa il cavadenti ed è un abile barbiere, anche se Iset non vuole che io mi faccia tagliare i capelli da lui. Lui non se la prende ed è molto simpatico e gioviale anche con me. Con Thor sono molto affiatati. Incarnano la forza e l’abilità e vanno molto d’accordo.

 

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