7.19.2026

Anita, I need you

 


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4.

Anita e il Grano

(Ode alla prima estate)

 

Non ho mai saputo disegnare,

il professore salvò solo un asino

per via dei colori messi a festa.

Ma se oggi potessi usare il pennello,

dipingerei un campo di grano a giugno,

l’oro che trema a un colpo di vento

e una linea di binari in fondo.

Abitavo a metà strada, l’ingresso,

tra la piazza e la stazione del treno,

dove aspettavo ignaro che arrivasse il sole.

E il sole arrivò con le gambe di Anita.

Secoli di gonne lunghe e palandrane

svaniti nel vento di una novità:

girava la gonna, girava la testa,

la vita scopriva la sua gioventù.

Alla radio cantavano i genitori:

“Ma le gambe a me piacciono di più!”

e subito dopo arrivarono i Beatles,

da un'Inghilterra che non sapevo.

Urlavano forti: "I need you, I need you!"

Ma io ci sentivo un richiamo d’amore,

il vento di giugno che univa le sponde:

  Anita, Anita, Anita...”

cantavo, mentre l'estate arrivava

sui binari di un treno

e il grano rideva, guardandola andare.

 

Ecco il racconto a cui mi sono ispirato per la poesia:

“Correva l’anno 1965 e alla radio impazzavano le canzoni dei Beatles.

Già i colori, nei campi dorati dal grano, annunciavano l’imminente arrivo dell’estate. 

 La scuola era appena finita ed ero stato promosso, nonostante fossi una frana in disegno (ma mi riscattavo nell’uso dei colori, che col tempo ho sostituito con le parole).  Quando mi annoiavo, mi affacciavo per vedere la gente, a piedi e in macchina,  andare e venire per la via. Abitavo a metà strada, tra la Piazza e la stazione dei treni. 

Uno degli spettacoli più belli che ricordo più volentieri era l’andirivieni di una ragazza in bicicletta; mi pare di ricordare che si chiamasse Anita. Era una ragazza un po’ più grande di me, coi suoi quattordici anni, ma quella per me era forse la prima volta che guardavo una ragazza con gli occhi di un ragazzo che si sentiva già uomo.  Non so se andasse e venisse in bici per attirare l’attenzione mia o dei  miei fratelli più grandi, oppure se la spassasse  semplicemente in bicicletta, spensierata come l’estate e l’epoca che stavano per esplodere.

Indossava una di quelle minigonne che allora si cominciavano a diffondere tra le adolescenti; gonne generose che scoprivano le gambe delle donne, dopo secoli, millenni di buio,  di ombra e di desideri repressi, da una parte e dall’altra.

Basti ricordare, per farsi un’idea di quello che passava allora il convento, per i giovani smaniosi di potersi beare, almeno con lo sguardo,  delle grazie femminili, che i giovanotti del mio paese, pagavano 50 lire a Efisiu Cruxoi (in pratica quel personaggio, presente in ogni paese, che con insensibilità e incoscienza si definiva “lo scemo del villaggio”) ,  affinché sollevasse le gonne di qualche pulzella da marito, che con passo impettito, nelle interminabili vasche domenicali (dalla Piazza di Chiesa alla discoteca Moulin Rouge, andata e ritorno),  metteva in mostra le pesanti palandrane in cui erano costrette, ben fasciate, le loro bramate grazie. E il massimo della curiosità maschile veniva soddisfatta da certi calendarietti profumati che i barbieri regalavano ai clienti più affezionati; oppure da fumetti e giornali che toccavano l’apice della trasgressione con la rivista “Le Ore”, gelosamente custodita sotto i materassi dei letti dei maschi singoli di allora.

Confesso  che il roteare di quelle gambe bianche e lisce, su e giù nei pedali della bicicletta, mi avevano letteralmente stregato.

Alla radio andava in onda di frequente “Michelle”, la canzone  dei Beatles, con quel suo accattivante ritornello che ripeteva all’infinito: «I need you, I need You, I need you…»; e io, nella mia ignoranza, dato che ancora non avevo iniziato a studiare l’ inglese, mentre la bicicletta passava sotto il mio sguardo infatuato, pensavo che la canzone fosse dedicato a una ragazza di nome Anita. Anche se il titolo della canzone era Michelle. Non sarò stato molto bravo in lingua inglese, ma il linguaggio universale dell’amore, quello credo di averlo appreso in quella primavera che diveniva estate. “

 

 

 

 

 

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